Oliver Stone racconta l'Ucraina in fiamme

24 novembre 2016 Ekaterina Sinelshchikova, RBTH
ll regista americano ha prodotto un documentario che ripercorre gli eventi da una prospettiva diversa. Il film è già stato caricato su YouTube e mandato in onda da un’emittente televisiva russa
Anti-government protesters
Proteste anti-governative a Kiev. Fonte: Reuters

Già da tempo Oliver Stone si era avvicinato al “cinema politico”. E ora i riflettori sono puntati sulla sua ultima produzione: “Ucraina in fiamme”. Il regista americano ha infatti realizzato un documentario su quelli che, a suo avviso, sarebbero stati i fattori scatenanti del movimento dell’Euromaidan in Ucraina. Tra gli intervistati compaiono anche l'ex Presidente ucraino Viktor Yanukovich, il Presidente russo Vladimir Putin e l’ex ministro degli Interni ucraino Vitalij Zakharchenko.

La pellicola è stata caricata il 21 novembre su YouTube e lo stesso giorno l’emittente televisiva russa Ren Tv l’ha mandata in onda.

Due giorni prima della presentazione del film, però, è comparsa nel web una petizione dell’ucraino Andrej Nezvanyj che chiedeva di fermare la messa in circolazione della pellicola poiché in essa i “fatti erano stati falsificati” e il documentario avrebbe potuto “provocare proteste di massa in Ucraina”.

Il trailer del film. Fonte: youtube

Dagli anni Quaranta ad oggi

Il documentario racconta come la Cia, a partire dal 1946, avrebbe attivamente collaborato con i movimenti nazionalisti ucraini antisovietici, utilizzandoli nel controspionaggio. A testimoniarlo sarebbero dei documenti della Cia desecretati di recente.

Così come viene narrato nel film, i nazionalisti “già alla fine del 1941 avevano sterminato circa 150-200mila ebrei nei territori ucraini occupati dalla Germania”, ma la “forte alleanza” stretta dopo la Seconda guerra mondiale fece sì che riuscissero a fuggire in Europa, dove la Cia li avrebbe presumibilmente aiutati a nascondersi. Secondo Stone, sarebbe il caso di Mikola Lebed, responsabile degli eccidi di massa perpetrati nella regione della Volinia, che fu trasferito negli Stati Uniti dove morì nel 1998, senza mai essere giudicato da nessun tribunale per i crimini commessi durante la guerra, come dimostrerebbe il documentario. Questa collaborazione tra gli organi della Cia e i nazionalisti non si sarebbe mai interrotta.  

La rivoluzione arancione del 2004 

Nel 2004, racconta il documentario, l’Ucraina si trasformò in un campo di battaglia tra la Russia e l’Occidente. Allora a vincere era stato il candidato filorusso Viktor Yanukovich, ma una voce fuori campo ricorda che il candidato filooccidentale Viktor Yushchenko, la cui moglie aveva lavorato per il Dipartimento di Stato americano durante l’amministrazione Reagan, riuscì comunque a ottenere la carica di Presidente grazie alle proteste pacifiche ordite dall’esterno.  

In seguito il governo di Yushchenko affossò le riforme e i progetti di “democrazia”, impantanandosi in oscuri intrighi.

Viktor Yanukovich diventò comunque il successivo Presidente dell’Ucraina, ma le trattative con l’Unione Europea non andarono a buon fine.

“Contavamo sul Fondo monetario internazionale - dichiara Yanukovich, così come viene raccontato nel film -. Ma dopo un anno ci hanno proposto delle varianti inaccettabili. Restava la Russia. I russi ci avevano detto: ‘Siamo pronti a collaborare con voi, a essere vostri partner, a patto che salvaguardiate i nostri interessi’”.

La Russia, racconta Stone, reagì introducendo delle restrizioni sul commercio con l’Ucraina, ma solo perché nel caso di un’integrazione con l’Ue “l’Unione Europea avrebbe invaso il nostro territorio con tutte le sue merci senza bisogno di negoziati”.

“Noi naturalmente abbiamo dichiarato che se l’Ucraina aveva deciso di agire così, era una sua scelta e come tale andava rispettata, ma che non avremmo dovuto pagare noi per questa scelta”, commenta Putin nel film.

L’Euromaidan 

Così come Zakharchenko racconta al regista, si sapeva che per il 2015 si stavano organizzando delle azioni di protesta, ma il rallentamento dell’integrazione nell’Ue avrebbe accelerato il processo. Le organizzazioni sociali, finanziate dalla Ned, i giornalisti stipendiati dagli Usa e i nuovi canali televisivi d’informazione, creati proprio alla vigilia di Maidan, avrebbero avuto un ruolo decisivo.

Il capo dell’amministrazione presidenziale, Sergej Levochkin, col pretesto dell’albero di Natale da collocare sulla piazza, diede l’ordine di disperdere con la forza i manifestanti. “Una prodigiosa coincidenza, ma il signor Levochkin era un intimo amico di molti politici americani”, viene puntualizzato nel film quando appare la foto di Victoria Nuland, rappresentante ufficiale del Dipartimento di Stato.

In quel momento cruciale comparvero sulla piazza insieme alla polizia dei militanti dell’estrema destra che cominciarono a lanciare pietre e ad accendere dei fuochi.

Quando Stone chiede a Yanukovich “se aveva avuto la sensazione di essere nella mani della Cia” l’ex Presidente ricorda che erano arrivate molte delegazioni che si erano messe al fianco dei manifestanti, esasperando la tensione: “Mi dica, è accettabile che dei manifestanti occupino gli edifici governativi? O che l’ambasciatore ucraino vada dai manifestanti a Ferguson e distribuisca loro dei pryaniki o incolpi i poliziotti statunitensi?.. Perché quindi si sono comportati a quel modo verso l’Ucraina?”.

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