A cosa porterà il conflitto con Minsk?

9 febbraio 2017 Dmitrij Polikanov, RBTH
Dalle mosse di Lukashenko all'introduzione del regime "visa free" voluto dalla Bielorussia. Ecco cosa si cela dietro agli attriti tra i due Paesi e cosa aspettarsi dalle future relazioni
Opinion
What will cause the conflict between Russia and Belarus
Fonte: Aleksej Iorsh

Le relazioni tra Russia e Bielorussia entrano periodicamente in crisi, e ciò dipende il più delle volte dalle condizioni economiche della stessa Minsk legate a prestiti, privatizzazioni e tariffe del gas e dai tentativi del suo leader di uscire dai guai, alzando i toni del dialogo e recitando il ruolo della vittima. Di regola tale tattica si è rivelata piuttosto efficace, portando a una serie di concessioni da parte di Mosca. Ma cos’è accaduto questa volta?

Le zone di confine

Non sembrerebbe essere accaduto nulla di terribile. La Russia ha adottato il regime delle zone di confine, peraltro già decretato da Minsk nell’autunno 2014 e, perdipiù, secondo quanto è stato chiarito dall’Fsb, non si prevede che vengano introdotti check point, né che auto, persone o altri mezzi vengano sottoposti a controlli di alcun genere. Il discorso riguarderebbe piuttosto un rafforzamento complessivo della sorveglianza nelle zone di confine.

La spiegazione ufficiale è che si tratta di una misura di vigilanza sul commercio illegale di stupefacenti, il contrabbando e la penetrazione di soggetti indesiderati al confine. In effetti, la Bielorussia ha introdotto il regime di esenzione dai visti d’ingresso per un soggiorno di non oltre 5 giorni non solo per i fortunati beneficiari di Ue e Stati Uniti, ma anche per i Paesi a ben più forte immigrazione come Vietnam, Haiti, Gambia, India, Cina e così via. In realtà, non è affatto chiaro se queste persone debbano ottenere il visto d’ingresso multiplo per l’area Schengen oppure il visto per un singolo Stato dell’Ue con il timbro d’ingresso e i biglietti aereo di andata e ritorno, ma questa situazione rende comunque maggiormente vulnerabili i territori di confine alla penetrazione di immigrati illegali.

Secondo le valutazioni degli esperti, una preoccupazione ben più rilevante per gli apparati di sicurezza è rappresentata dalla eventualità che dai Paesi europei, dove vengono attivamente reclutati, possano penetrare in territorio russo i guerriglieri dell’Isis. 

Infine, la motivazione reale per adottare un regime di zone di confine potrebbe non dipendere affatto dalla Bielorussia. E non si tratta neppure del rischio di un’eventuale presenza di sabotatori ucraini che già parecchie volte sono stati fermati in passato. L’attuale inasprimento della situazione nel Donbass è provocato unicamente dal desiderio dei politici ucraini, che si sentono mancare il terreno sotto i piedi e stanno perdendo gli appoggi d’Oltreoceano e intendono mantenere il loro status privilegiato e il fiume di aiuti. Ciò significa che si può ipotizzare un’ulteriore escalation del conflitto e del flusso di migranti. A queste conseguenze è meglio prepararsi in anticipo. E forse questa sarà la prima fonte delle azioni di Mosca.

Le mosse di Lukashenko

Il secondo fattore, che potrebbe provocare una simile reazione da parte del Cremlino, è legato alle relazioni all’interno dell’Unione eurasiatica. Non è ancora del tutto chiaro se Lukashenko abbia o meno votato la risoluzione sulla nuova unione integrata con gli altri Paesi partner.

Non sarebbe la prima volta che Minsk si muove così nei confronti delle strutture di cui è membro. Si può anche gentilmente sorvolare sull’anomala posizione assunta dalla Bielorussia all’interno dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva e sulla volontà esplicitamente espressa di non dispiegare il suo esercito in caso di crisi. Si può, infine, soprassedere sul rifiuto a scopo dimostrativo opposto da Lukashenko di accogliere una base aerea. Non che fosse indispensabile, ma dopo tutti gli accordi votati sbattere in questo modo la porta in faccia non risulta un bel gesto sul piano politico perché così facendo si mette l’alleato in una situazione imbarazzante. Il recente rifiuto da parte di Lukashenko di effettuare una visita ufficiale a Pietroburgo per siglare i documenti dell’Unione economica eurasiatica è apparso un’esplicita sfida all’organizzazione e ha provocato sconcerto tra i capi degli altri stati.

Un leader che agisce come banderuola

Infine, il terzo fattore è quello del cambiamento nelle relazioni tra Russia ed Europa. In passato non si prestava troppa attenzione a questi tentativi “plurivettoriali” del leader bielorusso. Per tutti era evidente che Lukashenko risultava il maggior beneficiario sia delle controsanzioni russe che del “formato Minsk” sull’Ucraina. Tuttavia, nella congiuntura attuale in cui si sta delineando in prospettiva un miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti e sembrano peggiorare sensibilmente quelle con le capitali europee, un politico che agisce come una banderuola potrebbe risultare pericoloso. Tanto più che in Europa si sente dire e non solo nell’ultimo anno che bisognerebbe allontanare la Bielorussia dalla Russia, aiutandola a replicare il destino dell’Ucraina. In realtà esistono anche altri politici che ritengono invece che Russia ed Europa dovrebbero aiutare la Bielorussia in questa fase di transizione in cui Lukashenko sta per abbandonare la sua carica di Presidente. Ma a tali voci viene per il momento riservato meno spazio.

È assai probabile che il conflitto si concluda alla fine per Minsk in modo come sempre positivo. Tuttavia, Lukashenko deve comprendere che il mondo è cambiato e che il suo funambolismo politico che poteva funzionare fino agli anni 2000 oggi suscita un’esasperazione sempre più crescente. Certo, la Russia non potrà fare a meno dell’alleanza con la Bielorussia, ma Minsk riceverà comunque un monito significativo che riguarderà con ogni probabilità non il problema della vigilanza dei confini, ma una sfera assai più cruciale per il Presidente bielorusso, quella economico-commerciale.

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