Hacker russi, Mosca: Mancano le prove

11 gennaio 2017 Ekaterina Sinelshchikova, RBTH
Le reazioni perplesse al rapporto dei servizi segreti americani che accusa la Russia di aver interferito nelle elezioni presidenziali Usa. Il Cremlino: “Una caccia alle streghe. Stanchi di simili accuse”
Senate Armed Services Committee hearing on foreign cyber threats
Washington, Stati Uniti, 5 gennaio 2017. Da sinistra: il sottosegretario alla Difesa Usa per l'intelligence Marcel Lettre, il direttore dell'intelligence nazionale Usa James Clapper e il direttore dell'agenzia di sicurezza nazionale Usa, l'ammiraglio Michael Rogers, durante un incontro sui presunti attacchi hacker russi. Fonte: Reuters

È stato accolto con perplessità in Russia il rapporto dei servizi segreti americani che accusa il capo del Cremlino di aver organizzato personalmente la campagna di hacking, interferendo nelle elezioni Usa. Secondo buona parte dei politici russi, la versione pubblica del rapporto intitolato “Valutazioni sulle azioni e le intenzioni dei russi durante le elezioni presidenziali statunitensi” non conterrebbe nessuna prova convincente.

Una nuova “caccia alle streghe"

Mosca è “sempre più stanca” di simili accuse: questo il commento del Cremlino al documento congiunto preparato da Cia, Fbi e Nsa. “Comprendiamo che i nostri colleghi nelle diverse fasi della loro storia abbiano dovuto affrontare faccende come questa ‘caccia alle streghe’. Ma certi ‘crolli emotivi’ devono essere superati e sostituiti da atteggiamenti più razionali”, ha osservato il portavoce di Putin, Dmitrij Peskov, ribadendo per l’ennesima volta che Mosca, i suoi rappresentanti governativi e i suoi dicasteri non hanno nulla a che a fare con gli attacchi messi a segno dagli hacker.

La Duma ha invece definito il report delle agenzie di intelligence statunitensi “offensivo”. Offensivo in primis nei confronti dello stesso popolo americano. Una buona metà della versione pubblica del documento riguarda infatti l’attività svolta dal canale televisivo russo Russia Today (RT). Dal documento emerge che durante la campagna elettorale RT avrebbe dato preferenza al candidato repubblicano Donald Trump, mentre la democratica Hillary Clinton sarebbe stata presentata in chiave negativa. 

“Le dichiarazioni sulla decisiva influenza dei media russi sul voto dell’elettorato americano appaiono un’esplicita offesa nei confronti dell’opinione pubblica americana”, ha dichiarato Leonid Levin, presidente della Commissione delle politiche di comunicazione della Duma. E, a detta del parlamentare, risulta ancora più umiliante verso il sistema politico americano l’affermazione secondo cui “la pubblicazione di alcuni fatti riguardanti uno dei partiti sia stata recepita come una minaccia per un’istituzione statale che come quella americana conta due secoli di vita”.

Maria Zakharova, portavoce ufficiale del Ministero degli Esteri russo, si è limitata invece a un ironico commento sulla propria pagina Facebook: “Ho l’impressione che ci siano due cose che gli ‘hacker russi’ hanno davvero aggredito in America: il cervello di Obama e, naturalmente, il report relativo ‘ai cyber-attacchi russi”

Le reazioni

La reazione da parte della stampa russa filogovernativa allo “scandalo” suscitato dagli americani non è stata meno critica. E l’attenzione è stata focalizzata su quella parte di documento dove gli stessi autori ammettono che “alcune conclusioni” in merito alle intenzioni del Cremlino si fondano su dichiarazioni di politici e su pubblicazioni dei media russi, oltre che su alcuni post pubblicati nei social network. “Negli Usa hanno preparato il rapporto sui cyber-attacchi basandosi sui canali televisivi e su Twitter”, ha scritto la testata giornalistica Vzglyad.

I commenti sui “festeggiamenti” che sarebbero stati organizzati alla notizia della vittoria di Trump da parte di alcuni alti funzionari russi, presunti complici degli attacchi, sono apparsi francamente bizzarri. Per esempio nel rapporto si citano come prova le parole del leader del partito liberal-democratico Vladimir Zhirinovskij: “Se Trump vince, brinderemo con lo champagne!”. 

Un moto di gioia comprensibile visto che i funzionari russi non avrebbero visto di buon occhio un’eventuale prosecuzione della linea politica di Obama nei confronti di Mosca, e che quindi "non avrebbero gradito l’elezione di Hillary Clinton", ha spiegato il politologo Mikhail Troitskij, esperto di relazioni internazionali, in un’intervista a radio Kommersant Fm. “Ma la loro reazione di esultanza non significa necessariamente che abbiano cercato in tutti i modi di aiutarlo”, ha puntualizzato. Alcuni utenti di Facebook hanno invece reagito all’inconsistenza delle prove (o più esattamente alla loro assenza) con commenti ironici del tipo: “Attenzione! Rapporto delle agenzie di intelligence svedese e tedesca alla seduta dell’Onu dell’8 gennaio 2017: hacker russi hanno distrutto la crosta di ghiaccio del Lago dei Ciudi nel 1242!!!”.

Quelle prove poco convincenti

Forse sono contenute delle prove nella parte riservata del report, presentata solo allo staff di Trump, a quello di Obama e alla commissione dell’intelligence. Tuttavia, all’opinione pubblica si chiede di trarre delle conclusioni basandosi solo sul contenuto del documento in cui non vengono prodotte prove fondate. “Senza l’altra metà il rapporto appare estremamente fragile e incapace di presentare la benché minima conclusione e anche (contrariamente alle promesse) argomentazione”, ha scritto sui social network Leonid Volkov, attivista dell’opposizione e collega di Aleksej Navalnyj, precisando che “è proprio brutto esibire in qualità di prove ‘i refusi digitali di Russia Today nel web” sotto forma di grafici. 

“Insomma, si vorrebbe auspicare che le prove portate nella parte non desecretata del documento siano di livello un po’ più consistente”, scrive Volkov

Ma la verità, secondo la Russia, è che ora il problema non risiede tanto nello scoprire quanto di veritiero ci sia nel rapporto americano. Ciò che conta davvero,a detta di Mikhail Troitskij, è il clima politico che si è venuto a creare che non è meno reale del report stesso, la cui gravità è attestata dal fatto che il documento è stato sottoscritto da tutte le agenzie di intelligence statunitensi “che ora, giungendo a simili conclusioni, rischiano di mettere a repentaglio la loro reputazione e forse persino di compromettere la carriera di alcuni. In tal modo i rischi appaiono più che rilevanti”.

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