Cinque motivi per cui Evtushenko si sarebbe meritato il Nobel

3 aprile 2017 Mikhail Vizel, RBTH
I suoi versi sono entrati a far parte della lingua quotidiana dei russi e ha il merito di aver portato la poesia negli stadi, molto tempo prima di Bob Dylan

Il poeta Evgenij Evtushenko. Fonte: Pavel Smertin/TASSIl poeta Evgenij Evtushenko. Fonte: Pavel Smertin/TASS

1. Evtushenko è uno dei pochi poeti, non solo russi, i cui versi siano entrati nella lingua quotidiana, diventando veri e propri modi di dire: “Il poeta in Russia è più di un poeta”; “I russi vogliono davvero la guerra?”; “A Bab’ij Jar non ci sono monumenti”; “Ecco che cosa succede, a trovarmi il mio amico non viene”. I madrelingua russi pronunciano queste frasi senza pensare da dove arrivino, ma hanno tutte un autore alle spalle: Evgenij Evtushenko.

2. Evtushenko però è anche conosciuto al di fuori dei confini della Russia, altra rarità per i rappresentanti di una grande lingua (per quantità di persone che la ritengono la lingua madre), ma poco diffusa nel mondo. A partire dagli anni Sessanta Evtushenko ha iniziato a girare il mondo esibendosi in enormi sale (a una serata lo vide Pasolini e gli propose sul momento il ruolo di Cristo nel suo “Vangelo secondo Matteo”, tanto lo aveva colpito il modo in cui quel ragazzo siberiano dagli occhi blu riusciva a tenere il pubblico). Dal 1991 per una serie di circostanze personali e professionali ha iniziato a trascorrere quasi l’intero anno accademico, da settembre a maggio, negli Stati Uniti, a Tulsa, elemento che ha contribuito alla sua notorietà non soltanto nel mondo artistico, ma anche nell’ambiente accademico da cui arrivano le “proposte” per il Nobel.

3. Al di là delle inevitabili invidie dell’ambiente artistico anche i più agguerriti detrattori di Evtushenko e della sua poesia lo ammettono: sì, aveva una passione incredibile per la poesia russa, conosceva a memoria un numero impressionante di versi (non soltanto dei suoi amici, ma anche di figure a lui lontane, dal punto di vista personale e artistico), per tutta la vita si è impegnato a diffondere la poesia, a farne propaganda. Basti pensare all’antologia monumentale che ha curato, “Le strofe del secolo” (“Strofy veka”, 1995) e che per la prima volta riporta le poesie di molti emigrati, dapprima proibiti e poi dimenticati in Unione Sovietica. Di recente Evtushenko ha terminato un’opera anche più monumentale, la raccolta in cinque volumi “Dieci secoli di poesia russa” (“Desjat vekov russkoj poezii”, 2013).

4. Il premio Nobel non è assegnato per un’opera specifica (anche se a volte è sottintesa, come nel caso del “Dottor Zhivago” di Pasternak) ma per “l’insieme dei meriti e dei risultati ottenuti”. I meriti di Evtushenko sono indiscutibili: ben prima di Bob Dylan aveva riportato la poesia negli stadi, dimostrando che un componimento poetico non è accessibile soltanto per i colti residenti dei campus universitari e per i frequentatori dei piccoli caffè letterari, ma può arrivare anche alle “grandi masse”, per quanto la fascia più acculturata della popolazione ironizzi sul termine.

5. Evtushenko non è un caso unico, un fenomeno occasionale, ma il rappresentante di un indirizzo letterario vasto e prolifico, come Akhmatova per il “secolo d’argento” o V. S. Naipaul per la letteratura post coloniale. Il premio Nobel a Evtushenko sarebbe stato un premio per tutti gli shestidesjatniki (generazione di artisti sovietici formatasi negli anni Sessanta, ndr): Voznesenskij, Rozhdestvenskij, Akhmadulina, esattamente come il premio ad Akhmatova sarebbe valso anche per Tsvetaeva, Mandelshtam, Gumilev… Negli anni Dieci del XXI secolo, da quando cioè Evtushenko è rimasto l’unico vero rappresentante della sua generazione poetica, tutto questo era evidente. Ma il comitato del Nobel l’ha sempre pensata diversamente. E ora non può più cambiare idea.

Mikhail Vizel è redattore capo del portale "God Literatury" (L’anno della Letteratura)

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