La Russia all'ombra delle due Torri di Bologna

Lo storico russo Mikhail Talalay in centro a Bologna (Foto: Aurore Martignoni)

Lo storico russo Mikhail Talalay in centro a Bologna (Foto: Aurore Martignoni)

Da Rublev a Lomonosov, alla scoperta delle tracce russe della città che diede i natali ad Aristotele Fioravanti, il bolognese che realizzò la cattedrale più importante della Federazione

Se si chiudono gli occhi in Piazza Maggiore, si può quasi sentire lo scorrere delle acque del fiume Moscova. Le merlature di Palazzo Re Enzo sembrano nascondere sotto di sé le mura di cinta del Cremlino. Mentre i rosoni che ornano il bugnato delle colonne bolognesi richiamano, come un déjà vu, le pareti del Palazzo delle Faccette, sulla piazza delle Cattedrali di Mosca. 

In fin dei conti è partito tutto da qui, dal salotto buono di Bologna, dove, più di 500 anni fa, Aristotele Fioravanti affilava la sua arte, senza sapere che sarebbe diventato uno degli architetti più famosi di tutta la Russia. Celebre e stimato al punto tale che, dopo aver costruito la cattedrale più importante del Paese e dopo aver progettato il piano del Cremlino di Mosca, non ottenne dallo zar il permesso di andarsene. E si vide costretto a trascorrere l’ultimo periodo della sua vita a Mosca.

Il volto russo di Bologna
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Fu proprio Fioravanti, infatti, a tracciare il primo ponte tra la Russia e Bologna. Un ponte che si può ripercorrere ancora oggi, attraversando le strade ciottolate del capoluogo emiliano. Qui, sotto i portici affollati all’ombra delle due torri, è possibile scovare i legami che ormai da secoli uniscono le due realtà.

“Per la generazione russa degli anni Sessanta, Bologna era semplicemente la marca di un impermeabile di moda”, fa notare lo storico russo Mikhail Talalay, citando una famosa canzone di Vladimir Vysotskij. Il cielo è grigio e carico di pioggia. “Oggi Bologna è molto di più. È una città che conserva le tracce di un legame profondo con la Russia. Qui hanno vissuto molti artisti dell’Est. E altrettanti hanno trascorso gli ultimi giorni della loro vita, prima di essere seppelliti nel cimitero della Certosa”. 

Piazza Maggiore a Bologna (Foto: Aurore Martignoni)

Uno di questi è il tenore Nikolaj Ivanov. Nicolino, così come lo chiamava Rossini nelle sue lettere, raccolte e pubblicate nel libro “Nicola Ivanoff, un tenore italiano” (Sandro Teti Editore). La sua voce ha incantato il pubblico del Teatro Comunale di Bologna, dove per svariati anni si è esibito sulle note delle opere che Verdi e Donizetti scrissero appositamente per lui. “A Bologna Ivanov era molto stimato – spiega Talalay -. È morto qui, dopo una lunga querelle con lo zar Nicola I, che voleva il suo ritorno in patria”.

Ma Ivanov non era l’unico a nutrire un particolare affetto per Bologna. Ne restò stregato anche il pittore russo Karl Brjullov, che cercò anche di comprare una casa, per trasferirvisi definitivamente. Di lui resta un quadro originale, quasi del tutto sconosciuto, esposto nella Galleria Comunale d’Arte. “Praticamente nessuno sa che quest’opera si trova qui”, racconta Talalay a bassa voce, davanti a una tela scura, dove è impresso il volto di un uomo sorridente. Realizzata su commissione, l’opera ritrae lo scultore locale Cincinato Baruzzi, suo grande amico, titolare della cattedra di scultura all’Accademia di Bologna.

Bisogna avventurarsi poi lungo via Zamboni, fra le colonne degli ampi portici, per trovare i nuovi fili di quella tela che la Russia e Bologna hanno tessuto insieme per secoli. Nel Quattrocento, infatti, il rettorato dell’Università locale venne dato in mano a un “russo”: Georgij Drogobich, detto anche Georgij dalla Russia. “In verità era ucraino – precisa Talalay -. Ma per quell’epoca non faceva alcuna differenza”. In queste stesse aule verso la fine dell’Ottocento mise piede anche Ivan Tsvetaev, padre della grande poetessa Marina Tsvetaeva, che per un certo periodo insegnò lingue italiche nell’ateneo bolognese. 

La vicina biblioteca universitaria, invece, custodisce diversi libri dello scienziato russo Mikhail Lomonosov che, insieme a Dmitri Mendeleev, divenne membro dell’Accademia delle Scienze di Bologna. Proprio all’Accademia Lomonosov regalò alcuni volumi, ora custoditi nelle eleganti sale della biblioteca, insieme a diverse altre opere russe del prezioso Fondo Mezzofanti. Alcune lettere di Lomonosov sono custodite ancora oggi proprio nell’archivio dell’Accademia.

A destra, il quadro di Karl Brjullov conservato nella Galleria Comunale d’Arte (Foto: Aurore Martignoni)

All’ora di punta la città è in fermento. Percorrendo il porticato color salmone lungo via S. Isaia, si arriva alla chiesa ortodossa di San Basilio. Per entrare bisognerà aspettare l’inizio delle funzioni, indicate su un foglio di carta bianco affisso vicino alla porta. Eretto nel 1435 e ampliato nel Settecento, l’edificio nel 1973 è stato convertito nella sede della parrocchia ortodossa di Bologna, fondata da padre Mark (Marco Davitti), il primo italiano che in epoca moderna vestì l’abito ortodosso. “A volte la storia regala delle curiose coincidenze – dice Talalay -. Cento anni prima dell’arrivo di padre Mark, di questo italiano convertitosi alla religione dell’Est, un russo, il conte Shuvalov, decise di convertirsi in un monaco italiano”.

È una storia del tutto italiana, infatti, quella di padre Gregorio Agostino Maria Shuvalov (1804-1859). E a raccontarcela, è padre Franco Ghilardotti, un piccolo prete dalla voce roca e gli occhi stanchi, che ancora oggi, a 91 anni, si illumina nel parlare di Shuvalov e di quell’altare russo che lui stesso ha voluto dentro la chiesa di San Paolo Maggiore, all’angolo tra via Val D’Aposa e via De’ Carbonesi.

Qui, nella chiesa di San Paolo Maggiore, costruita nel 1611 dai padri Barnabiti, è custodito un gioiello dell’arte iconografica: un altarino in stile russo sormontato da una copia della Santa Trinità di Andrei Rublev, il più grande pittore russo di icone: un vero e proprio omaggio, voluto dai bolognesi per celebrare la spiritualità ortodossa. Ai piedi dell’altarino, chiuse in una tomba di marmo, sono custodite le spoglie di padre Gregorio Agostino Maria Shuvalov, nato a San Pietroburgo da una famiglia russa di aristocratici e perdutamente innamorato dell’Italia, dove visse buona parte della sua vita.

Padre Franco Ghilardotti, a sinistra, insieme a Mikhail Talalay (Foto: Aurore Martignoni)

Shuvalov, dopo aver perso la moglie, morta a Venezia nel 1841, decise di prendere i voti, scegliendo di aderire però alla Chiesa Cattolica, e non a quella Ortodossa.

Se la salma di Shuvalov riposa oggi nella chiesa di San Paolo Maggiore, è solo grazie alla determinazione dei bolognesi e di padre Franco. Morto in Francia, dove era stato mandato come barnabita, Shuvalov è tornato nella sua Bologna dopo un instancabile lavoro per la traslazione della salma (il suo amico Fedor Galitzin, invece, è stato seppellito in un raffinato monumento nel cimitero bolognese della Certosa). “Negli anni Novanta sono andato ben due volte a Parigi, per riesumarlo dal cimitero di Montparnasse – racconta padre Franco -. Ho dovuto smuovere i parenti, chiedere il permesso ai nipoti. Ora il corpo di Shuvalov riposa a Bologna, nella sua seconda casa”.

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