Viaggio alla fine del mondo

Gli jukaghiri sono una popolazione indigena della Siberia Orientale e vivono in questa regione dai tempi del Neolitico (Foto: Ria Novosti)

Gli jukaghiri sono una popolazione indigena della Siberia Orientale e vivono in questa regione dai tempi del Neolitico (Foto: Ria Novosti)

L’ultima (o quasi) degli jukaghiri, una tribù siberiana nomade in via di estinzione. Parlano un idioma diverso da qualsiasi altra lingua al mondo, e vivono nella Siberia orientale dai tempi del Neolitico

È fine aprile. La strada ghiacciata è già chiusa, ma il taxi va ancora, aggira i buchi scavati nel ghiaccio. Tutti sfruttano l’ultima occasione possibile per raggiungere gli insediamenti più remoti. Presto, qui non ci saranno più strade e la situazione resterà così fino a metà giugno, quando il ghiaccio si scioglierà ed entreranno in funzione le barche a motore. Da queste parti è difficile raccapezzarsi con le distanze: occorrono 500 chilometri per raggiungere la capitale del distretto, e 3.500 per Jakutsk, il capoluogo.

Questo territorio è grande quanto l’Europa intera, ed è completamente disabitato. Tundra, taiga, fiumi e laghi ghiacciati, catene montuose un tempo erano popolati soltanto da animali selvatici e qualche rara famiglia isolata di cacciatori e pescatori. Adesso anche loro sono pressoché sull’orlo dell’estinzione. Sto viaggiando in macchina accanto al capotribù. Il presidente del consiglio degli jukaghiri, Vyacheslav Shadrin, è un uomo grosso e riservato che porta gli occhiali. È una specie di assistente sociale che passa da un paesino all’altro, aiuta la gente con i documenti necessari a ospedalizzare un bambino o chiedere al ministero i fondi per una motoslitta per la comunità. “Ricordo che mio nonno una volta si espresse così al riguardo del mio destino: ‘Non diventerai mai un cacciatore’. E fui mandato in città a studiare. Ma ho sempre saputo che sarei dovuto tornare” dice.

Gli jukaghiri sono una popolazione indigena pre-tungusica della Siberia Orientale che vive in questa regione dai tempi del Neolitico. I nuclei famigliari si spostano insieme, alloggiano in yurte e in baite seminterrate, cacciando e pescando sulle rive dei fiumi. Hanno utilizzato attrezzi di pietra fino quando i russi non sono arrivati dalle loro parti. La loro cultura si basa su credenze e idee molto antiche, come il culto dei defunti e lo sciamanesimo. Qui nelle gelide distese della taiga della Siberia orientale hanno fatto sopravvivere fino a tempi molto recenti una cultura da età della pietra. Quando uno sciamano jukughiro muore, il suo corpo è tagliato a pezzi, la carne del suo corpo è fatta seccare e distribuita come portafortuna, e la sua testa – issata su un palo che ne riproduce il corpo, ricoperto da bei vestiti – è conservata dentro una casa come un’icona.

(Foto: Tatiana Plotnikova / RR)

Gli insediamenti

Kolymskye e Andryushkino sono insediamenti vicini, situati a 240 chilometri di distanza l’uno dall’altro. Ciascuno di essi conta 800 residenti circa: chukchi, evenki e jukaghiri. Da fuori, gli insediamenti oltre il Circolo polare artico sembrano alquanto brutti. I mandriani locali di renne e i cacciatori non hanno mai avuto l’abitudine di vivere in insediamenti. Alloggiavano in miserabili baracche a due piani erette sulle sponde del fiume Kolyma. Le renne spuntano fuori ovunque: si asciugano, se ne stanno sdraiate, emergono pian piano da sotto la neve che si scioglie. Chiaramente qui non sono considerate di alcun valore. La cosa che più sorprende da queste parti sono i prezzi, circa quattro volte superiori a quelli di Mosca. Una confezione di latte e una dozzina di uova possono costare il corrispettivo di sette dollari da queste parti. Il fatto è che qui tutto arriva soltanto per via aerea e un biglietto di sola andata da Jakutsk a Cherskij costa mille dollari. Qui nessuno ha soldi, soltanto molta carne e molto pesce.

La lingua

Nel 1937 Yuri Kreynovich, un giovane linguista, si ritrovò in un campo di lavoro di Kolyma. Lì incontrò un jukaghiro e iniziò a impararne la lingua. Diciassette anni dopo, quando fu liberato, scrisse la sua tesi di dottorato sulla lingua jukaghira e da allora essa è diventata di grande interesse tra gli esperti di linguistica: si tratta di un idioma unico, parlato in una regione molto remota e isolata, senza alcuna relazione con altre lingue, a testimonianza del fatto di quanto è antica questa popolazione. Uno degli aspetti più sorprendenti del popolo jukaghiro è che hanno una scrittura propria, fatta di simboli diversi da qualsiasi altra.

La loro scrittura non si basa su un alfabeto o su ideogrammi veri e propri, ma ha uno schema molto più elaborato, utilizzato soltanto per scrivere lettere. Gli esperti ritengono che questa lingua scritta sia un lascito culturale del Neolitico e sia nata dai disegni fatti nelle caverne. Forse, la si potrebbe addirittura ritenere il primo tentativo del genere umano di scrivere e annotare qualcosa.

Oggi la lingua jukaghira è parlata soltanto da alcune decine di uomini anziani. Negli ultimi anni parecchi anziani jukaghiri – pescatori e allevatori di renne di Kolymskye, Andryushkino e Cherskij – simultaneamente e in modo indipendente gli uni dagli altri hanno iniziato a cercare di salvare la loro lingua. Uno di loro ha infatti incominciato a insegnarla nella scuola locale. Un altro ha organizzato un corso a Cherskij. Un altro ha fondato un club di canto, e un altro ancora sta cercando di aprire un corso per bambini nel suo giardino. Purtroppo, però, nessuno di loro è veramente bravo a insegnare e quindi i bambini non si appassionano particolarmente a queste lezioni. Si tratta in ogni caso di timidi e goffi tentativi, degli ultimi sforzi di un popolo che sta scomparendo.

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La lingua jukaghira al giorno d'oggi è parlata solo da alcune decine di uomini anziani (Foto: Tatiana Plotnikova / RR)

La tundra

Al mattino partiamo alla volta della tundra. Alla periferia dell’insediamento c’è un cimitero, fuori posto quanto potrebbe esserlo una discarica. In precedenza la popolazione locale non usava i cimiteri e non seppelliva i propri cari, prima di tutto perché era molto difficile scavare nel permafrost, e poi perché non aveva il concetto di separazione dal mondo dei morti. I defunti erano sepolti all’interno dell’insediamento, nel punto in cui morivano, e li si metteva in canoe di tronchi di legno erette su alte colonne. Ancora oggi capita di avvistare nella taiga alcune di queste “tombe aeree”. In tutto ciò non c’è niente di particolare: ciascuno di noi è un’iterazione, o un’altra incarnazione della vita, come una lepre o uno scoiattolo tra gli alberi. Tra i chukchi, molti anziani che avevano sempre più difficoltà a vivere chiedevano ai loro parenti di porre fine allo loro vita. La nostra civiltà non fa altro che continuare a prometterci qualcosa: progresso, comunismo, la vita eterna.

Da queste parti, invece, non si promette nulla. Il mondo è quello che è, e non c’è un altrove nel quale scappare per sottrarsi alla natura e alla morte. Il sole splende. Si va preparando una tempesta, si stanno formando accumuli di neve. La neve si ispessisce e ben presto ci ritroviamo nel bel mezzo di una tempesta di neve. Improvvisamente, avverto l’intensa sensazione di essere circondato da ogni lato per migliaia di chilometri soltanto dalla tundra. Finalmente ci fermiamo nell’ansa di un fiume. Chissà come, guidando per oltre 70 chilometri nella tundra priva di qualsiasi riferimento, siamo riusciti a raggiungere esattamente il punto che volevamo. Dopo un’altra ora di guida ancora più folle, per la prima volta avvisto il campo: una tenda, alcune slitte con i cani legati, varia roba sistemata sulle slitte, una carabina lasciata appoggiata contro la tenda, una sorta di wigwam (tenda).

Tutto l’insieme pare un puntino incredibilmente piccolo e disabitato nel mezzo di un deserto lunare. “Nikolasha”, dice presentandosi da solo un giovane mandriano con il volto bruciato e segnato dal sole. “C’é un po’ di tempesta oggi, vero? Prima che voi arrivaste era bello. Forse qualcuno ha commesso peccato?” chiede guardandomi con un sorriso sfacciato. La tenda, detta “chum” è come una struttura quadrata dell’esercito montata su un telaio di legno, solo che è fatta di pelli di animale. All’ingresso c’è una stufa panciuta, e oltre di essa, al centro, c’è un tavolo basso. Il fuoco della stufa resta acceso ininterrottamente. Anche il pavimento è ricoperto da pelli: quelle di renna sono così calde che il freddo del permafrost sottostante non si avverte nemmeno.

All’interno ci sono tre persone: il mandriano Nikolasha; un bambinetto goffo, timido e dalle guanciotte piene di nome Olezhek che fa i mestieri di casa, e Larisa, una giovane donna dal volto molto segnato, gli occhi gonfi e la voce roca. “Come hai fatto a ritrovare la via di casa?” “Ci sono molti modi: seguendo il sole, le stelle. Oggi tutti hanno il Gps e la gente si sta dimenticando come si fa a orientarsi. Naturalmente, io conosco come le mie tasche la tundra nella quale vive la nostra comunità”. La loro tundra è un’area che si estende per 300 chilometri per 500. Qui un jukaghiro riesce a sopravvivere nella taiga di Kolyma, quasi ai limiti del possibile, ai confini tra il mondo animale e quello umano. E sa meglio di chiunque altro cosa voglia dire essere uomini.

La versione originale del reportage è qui

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