ll pilota fortunato in volo sul conflitto

Sergei Kramarenko, al centro, sul tetto del palazzo del Reichstag di Berlino  (Foto: Vitaly Belousov / TASS)

Sergei Kramarenko, al centro, sul tetto del palazzo del Reichstag di Berlino (Foto: Vitaly Belousov / TASS)

Sergei Kramarenko è stato più volte dato per disperso durante i combattimenti. La buona sorte però è sempre stata dalla sua parte: il veterano ha raccontato a Rbth in che modo riuscì a seminare un aereo tedesco, come fu catturato e chi lo salvò dal plotone di esecuzione

La notizia della guerra colse i cadetti della scuola aeronautica di sorpresa: “Stavamo per recarci al fiume per fare un tuffo, quando ad un tratto ci fu ordinato di radunarci al quartier generale per ascoltare il messaggio che veniva trasmesso da Mosca. Sergei Kramarenko, che all’epoca aveva diciotto anni, abbandonò presto il suo biposto a favore di un caccia di nuova generazione che poteva raggiungere una velocità di 400-500 chilometri orari. A dicembre del 1941 fu inviato presso un reggimento di stanza a Mosca di cui “rimanevano solo cinque piloti su cinquanta” e dove gli fu messo a disposizione un LaGG-3 “ben armato e dotato di un cannone e quattro mitragliatrici. “Fu con quell’aereo che iniziammo a volare”, ricorda il veterano.

Il primo combattimento

Kramarenko sopravvisse per miracolo al suo primo combattimento aereo. “Mi trovavo in prima linea, nei cieli di Zhizdra, quando all’improvviso Ryzhov [il comandante] annunciò: “Attenzione, bombardieri in vista. Attaccate””. Non riuscendo a individuare immediatamente il nemico, Kramarenko ruppe la formazione. “Ad un tratto di fronte a me apparvero due aerei. Capii dalle croci nere che si trattava di tedeschi. Ancora non so come fecero a non vedermi”. Il pilota sganciò le sue bombe, ma i nemici avevano già iniziato a sparargli contro. “Non sapevo cosa fare. Se fossi salito di quota o avessi scartato al lato mi avrebbero abbattuto. Decisi allora di passargli sotto”. I proiettili lo schivarono, ma l’inseguimento si protrasse. “Mi buttai in picchiata, per poi risalire nuovamente. Ma mi rendevo conto che di lì a breve sarei stato abbattuto”. Kramarenko optò allora per una nuova, rischiosissima picchiata. “L’aereo tremava tutto, ma recuperò indenne l’assetto di volo. Mancai di venti-trenta metri la cima degli alberi”. Quarant’anni dopo, Kramarenko ha scoperto che il comandante nemico aveva pensato che il suo aereo si fosse abbattuto al suolo. “La cosa più importante è che li riuscii a dargliela a bere. Pensarono che mi fossi schiantato”, ricorda.

“Capii che la mia vita era finita”

Nel 1943 Kramarenko fu l’unico membro del reggimento ad essere inviato presso lo Squadrone dei marescialli dell’aria, che aveva in dotazione i potenti aerei La-5. La battaglia di Proskurov (in Ucraina) avrebbe potuto essergli stata fatale: durante un attacco da parte di uno squadrone tedesco, una granata raggiunse l’interno del cockpit. “Mi esplose sotto i piedi, distruggendo i tubi dell’alimentazione. Il carburante prese fuoco e il cockpit finì avvolto dalle fiamme. L’aereo stava bruciando, e io con lui”. Pur riuscendo a scendere di quota e ad aprire il paracadute, l’impatto con il suolo fu tale da provocargli la frattura di entrambe le gambe.

Kramarenko perse conoscenza, e quando si riprese vide “un’uniforme verde, con un teschio. Erano soldati tedeschi: una divisione delle SS. Capii che ero finito”. Un tenente gli si avvicinò e iniziò a fargli domande: “A quale unità appartieni? Quanti aerei avete?”. Kramarenko non rispose, e fu allora dato l’ordine di portarlo davanti al plotone di esecuzione. Accadde però un miracolo: due ufficiali tedeschi che passavano di lì, incuriositi alla vista di quel pilota ustionato, gli chiesero come fosse arrivato lì. “Gli altri risposero che avevano ricevuto l’ordine di uccidere il prigioniero. L’ufficiale ci pensò un attimo, poi disse: “Nein””.

Vietato entrare

Le ustioni di Kramarenko furono curate con della pomata e coperte con delle bende. “Il dolore era atroce”, ricorda il pilota. Fortunatamente, sei giorni più tardi Proskurov fu circondata dalle truppe sovietiche e i tedeschi iniziarono ad evacuare la zona. A fine giornata iniziarono le esplosioni. Lanciavano granate all’interno degli alloggi dei militari. “Rimasi sveglio sino alle undici di sera, aspettandomi di essere incenerito. Poi cedetti al sonno. E l’indomani, al risveglio, ero ancora vivo”. “Venni a sapere in seguito che sulla porta dell’edificio in cui mi trovavo c’era affisso un cartello che diceva: Tifo! Vietato entrare”. Evidentemente avevano deciso di lasciare in vita i tedeschi feriti e malati di tifo. Due settimane più tardi Kramarenko si risvegliò in un ospedale infestato da pidocchi, tra soldati febbricitanti e affetti da tifo. “Hey, amico”, chiese a un tale che gli stava accanto, “come sono arrivato qui? Ieri ho ucciso due nemici e oggi mi ritrovo in ospedale”. “L’altro mi rispose: “stavi delirando dalla febbre. Hai il tifo, ma adesso sei sveglio. Ce la farai”.

“Salvato da due ufficiali tedeschi”

Una volta guarito, Sergei presentò nuovamente domanda per farsi assegnare al fronte, anche se il suo reggimento lo aveva dato da tempo per morto. La commissione medica che esaminò il suo caso disse: “Potrai tornare a combattere, ma non a volare. Ti eri rotto due gambe”. “Che significa? Guardate come riesco a piegarmi”, rispose Kramarenko. “Mi osservarono e si misero a ridere”. Riammesso nell’aviazione, Kramarenko andò a Berlino. E a chi gli domanda perché i tedeschi decisero di non ucciderlo, il veterano risponde con un’alzata di spalle: “Ancora non me lo spiego. Forse, sapendo che la guerra stava per finire, vollero evitare di fare un’altra, inutile vittima. Sono stato salvato da due ufficiali tedeschi”.

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