La guerra negli occhi di "Katyusha"

Mark Pavlovich, veterano di guerra (Foto: Vladimir Stakheev)

Mark Pavlovich, veterano di guerra (Foto: Vladimir Stakheev)

Mark Pavlovich Ivanikhin ha trascorso tutta la grande guerra patriottica, da Stalingrado a Berlino, nella leggendaria divisione "Katyusha", prima da comandante dell’artiglieria e poi della divisione. Veterano, premiato con sei ordini e numerose medaglie, ha raccontato a RBTH la sua esperienza

Fino a tre giorni prima dello scoppio della guerra, il 19enne Mark Pavlovich Ivanikhin frequentava l’istituto di artiglieria. Il primo bombardamento lo ha vissuto proprio in servizio, di guardia nel quartier generale, il 22 luglio. Schegge di granate piovevano sul tetto. "È buio, nel cielo si vedono i raggi dei proiettori, si sentono degli spari, anche se non si vedono gli aerei. In questo modo per me e per tutta Mosca ebbe inizio la guerra”, ricorda Ivanikhin. Da quel giorno, i tedeschi non smisero neanche per una sola notte di attaccare; dalle 10 di sera alle 5 del mattino c’erano i bombardamenti, mentre lui frequentava l’istituto 12 ore al giorno: studiava artiglieria, strategia, matematica. Allora davanti all’istituto, sotto il telone, c’era già il lanciarazzi "Katyusha". Con questa macchina da guerra Mark Ivanikhin attraversò l'intero conflitto.

 
Le tracce della guerra
nel cuore di Mosca

Le prime operazioni

La prima volta difese Mosca con il "Katyusha" nell’ottobre del ’41, quando il nemico si trovava già a 11 chilometri dalla capitale. Vennero scavati dei punti di osservazione per potersi proteggere e furono sparati due colpi contro il nemico. "Ero in piedi e non avevo alcuna esperienza, improvvisamente ci fu uno sparo ed un proiettile passò proprio qua", dice Mark Pavlovich, indicando la tempia. “Allora capii, che al passaggio degli aerei tedeschi bisognava scappare al riparo”. L’addestramento continuò con l’evacuazione negli Urali, a 40 gradi sotto zero. "Indossavamo le mantelle da parata, niente che ci potesse scaldare. Camminammo al gelo, dalla caserma all’istituto, per due chilometri e mezzo. Gli insegnanti ci dicevano: "Bisogna allenarsi, quando sarete al fronte tutto questo vi tornerà utile". In effetti ci servì. La prima volta, in tre anni di guerra, riuscì a passare 2 giorni a letto solo in ospedale. La scheggia di una granata lo colpì alla gamba. "Non potete immaginare, due giorni di beatitudine. Lontano da tutto quello che invece accadeva fuori", racconta. Ma non era rimasto nessuno a comandare l’artiglieria e così, con la ferita bendata, ritornò al fronte. "Dopo tutto un comandante di artiglieria è un tiratore scelto, non è uno scherzo lanciare 64 razzi contro il nemico."

"L’enorme paura" 

Le battaglie più terrificanti sono state quelle per la difesa di Kursk, quando solo in un giorno c’erano 5-6 attacchi. Ivanikhin ricorda che durante uno di questi attacchi potevano volare fino a 50-80 bombardieri Ju-87. "Gli aerei fanno un primo giro, un secondo, un terzo... finché non finiscono di bombardare. E si rimane in trincea. Una volta stetti semplicemente a terra, strisciando con la testa sotto la macchina". Dopo le bombe, cominciarono gli spari dalle mitragliatrici e poi arrivarono i carri armati. “Dal “Katyusha” ho sparato contro molti carri armati, circa una dozzina", racconta Ivanikhin con orgoglio. Ci racconta che una batteria è composta da 64 razzi, e ognuno di questi pesa circa 60 chili. Quando sfiora un carro armato, "la granata esplode sul posto" e "le schegge, rosse dal calore, bruciano tutto quello che toccano". Come comandante di batteria, Ivanikhin era posizionato a 500-800 metri dal nemico, al limite della visibilità. "La paura era enorme", ricorda.

Il bunker di Hitler 

A Berlino, i tedeschi difendevano ogni casa. Sul Katyusha c’erano due traversine ferroviarie. Le abbiamo messe sotto le ruote posteriori e così riuscivamo a sparare prendendo bene la mira". "Quando il "Katyusha" sparava, in media passavano 20-30 secondi tra uno sparo e l’altro, "generava un boato e gli edifici semplicemente crollavano. Così andò a Berlino ". Il 30 aprile fu raggiunto il bunker della cancelleria imperiale. "Mi sono avvicinato al bunker, volevo andare giù. Impossibile. Vi erano i cadaveri delle truppe e un odore raccapricciante. Non ci andai". A quel punto era tutto finito. Nella colonna del Reichstag scrisse "Sono venuto da voi a fare la guerra affinché voi non possiate venire da noi a fare la guerra", e festeggiò la vittoria con i soldati, anche se avrebbe potuto farlo con gli ufficiali. "Pensai: sono andato con loro da Stalingrado a Berlino. Con chi altro dovrei essere′? ".

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