Il Grande Cuore di Natalia

La Fondazione "Cuore Nudo" di Natalia Vodianova si occupa di autismo e problemi dello sviluppo infantile (Foto: Vera Kostamo / RIA Novosti)

La Fondazione "Cuore Nudo" di Natalia Vodianova si occupa di autismo e problemi dello sviluppo infantile (Foto: Vera Kostamo / RIA Novosti)

La Fondazione "Cuore Nudo" di Natalia Vodianova celebra il suo decennale. E la fondatrice racconta come è cambiata la Russia e per che cosa vale la pena darsi da fare

Si parte da una storia familiare. E dolorosa. Poi dal coraggio necessario per aiutare gli altri. Natalia Vodianova si racconta. Spiegando come è arrivata alla creazione dell'associazione "Cuore Nudo". E indicando le sfide che aspettano la Federazione nel futuro prossimo.

Sua sorella, Oksana, è autistica. È questo il motivo che l’ha spinta a fondare "Cuore nudo"?

La nostra Fondazione non si concentra unicamente sull’autismo, ma si interessa a tutti gli aspetti dello sviluppo infantile. In un primo tempo a Oksana era stata diagnosticata la paralisi cerebrale. Soltanto da poco le è stato diagnosticato l’autismo. Quindi, in questo caso, naturalmente l’esperienza personale non ha rivestito alcun ruolo particolare. Quando ho dato vita alla mia fondazione mi interessavano i bambini che crescono in situazioni difficili e di disagio, perché io stessa sono stata una bambina di questo tipo. E Oksana era la persona più felice nella nostra famiglia. Era piena di gioia e noi la circondavamo di amore e attenzione. Ma è stata molto dura. È stato un trauma infantile che soltanto adesso si sta trasformando per me in qualcosa di molto positivo.

Io sono cresciuta in una situazione emotivamente molto difficile, ero umiliata dai miei coetanei, andavo male a scuola, non credevo nelle mie potenzialità. Quindi non si trattava soltanto di Oksana o di crescere insieme a un disabile. Vivevamo in una situazione terribile: mia madre era una ragazza madre, io non potevo invitare gli amici come facevano gli altri bambini. Con i compiti e la scuola ho sempre incontrato difficoltà, anche se in linea di principio ero abbastanza intelligente. Solo che non riuscivo a svolgere i compiti assegnati a casa, e se uno non li fa prende brutti voti. Non avevo molti amici. Ho iniziato a lavorare a 11 anni. Gli interessi dei miei coetanei erano molto lontani dalla mia realtà. Vivevo isolata da tutti. I miei ricordi più lieti sono legati al gioco: accadeva di rado, però, che i bambini del quartiere mi invitassero a giocare con loro.

L'altra faccia dell'autismo
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Ricordo che un giorno, in una bella giornata di sole, tutti erano di ottimo umore e ci divertimmo tanto a giocare insieme. Ma giocavamo nelle cantine, nei cantieri, perché l’unico scivolo che c’era in zona era circondato da alcune panchine costantemente occupate da adolescenti che fumavano e bevevano e ci allontanavano. Forse è per questo motivo che da adulta ho avuto l’idea di creare grandi parchi gioco per i bambini. Tutti i bambini hanno bisogno di giardinetti e giochi, ma ancora maggiore bisogno hanno coloro che crescono in situazioni difficili, perché in bei parchi gioco possono sentirsi meglio. I bambini possono evadere dalla realtà, vedere intorno a sé una vita più lieta, iniziare a respirare, a vivere. Il mio era un progetto specifico ed è piaciuto alle autorità locali. Oggi in tutta la Russia abbiamo creato ormai 107 giardini attrezzati per bambini, in 79 città.

A una conferenza sull’autismo organizzata di recente a Mosca dalla sua fondazione hanno preso parte esperti provenienti da vari Paesi. Uno di loro ha detto che l’esperienza occidentale non può essere ricalcata in Russia, perché noi abbiamo una mentalità diversa. Lei ha notato questa differenza di mentalità?

Ogni persona è come un seme, se è piantato in suolo buono crescerà e diventerà un bell’albero. Se è piantato in suolo cattivo, si trasformerà in erbaccia. Sì, abbiamo molti svantaggi, il tempo è contro di noi e anche il nostro passato è contro di noi. Quando le nostre necessità non sono tenute nella debita considerazione, quando si devono crescere i propri figli da soli, si pensa: “Perché dovrei pensare anche ad altri bambini?”. Ma non appena la situazione migliora, la gente inizia a pensare in modo diverso. Teniamo conto che il nostro Paese è anche geograficamente molto complesso e difficile, in alcune aree. Tutto è più difficile perché fa freddo e la vita è dura. Ma stiamo facendo progressi. Lentamente, ma miglioriamo. Ci sono persone pronte al cambiamento, semplicemente perché più benestanti di altre.

So che lei ha indetto un’asta nella quale è stato venduto “Learning with Lagerfeld” e una signora ha offerto una cifra consistente per acquistarlo. Come persuade la gente a prendere parte alle aste che bandite?

Conosco tutte queste persone, ma il nostro rapporto si è evoluto nel corso degli anni. Ho scoperto che servono anni per conquistare la fiducia di qualcuno. È un processo completo, parli alla gente del mondo della moda e scopri che molti di loro sono solidali e amici, disposti ad aiutare la fondazione. Ma lo scopri così, semplicemente chiacchierando. Noi non raccogliamo niente per venderlo, ma ogni asta ha un tema particolare. Ed è necessario lavorare sodo per organizzarne una. Io sono felice che la gente intorno a me abbia atteggiamenti positivi e di sicuro serve che un oggetto si venda bene, perché questo significa che la gente continuerà a collaborare con noi. Però dobbiamo pensare a organizzare tutto, bisogna attirare il pubblico e ispirarli a offrire i loro soldi senza temere che poi qualcuno possa dire loro: “Beh, avete un sacco di soldi, dateceli!”.

Capisce? In Russia questo genere di cose può accadere ed è per questo che spesso c’è chi teme di fare consistenti offerte in pubblico. Un anno fa esatto abbiamo iniziato a coinvolgere nel nostro progetto le imprese locali. È questo a portare una società a livello internazionale: si tratta di una prassi, si accumulano soldi e quindi ci si può impegnare nel settore della beneficienza. In Occidente, dove il mercato è competitivo, le aziende si rendono conto di poter attirare gente prendendo parte ad aste come queste. Alla società sta a cuore da chi si acquista qualcosa: da qualcuno che aiuta i bambini o da qualcuno che non aiuta proprio nessuno.

Lei ora vive a Parigi. Qual è la prima cosa che l’ha colpita quando è arrivata qua per la prima volta?

È sempre stato molto difficile per me pensare all’arretratezza che noi abbiamo nei confronti di questa realtà. A Parigi o a New York è perfettamente normale vedere in un giardinetto un bambino autistico o con paralisi cerebrale. Nessuno lo guarda male o lo considera una minaccia. E i bambini giocano tutti insieme. 

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