Norimberga, le sfide degli interpreti sovietici durante il maxi processo ai nazisti

Storia
ALINA KHOKHLOVA
I processi di Norimberga furono caratterizzati da una forte emotività: al lavoro già di per sé faticoso dell'interprete si aggiunse la necessità di tradurre i dettagli raccapriccianti dei crimini commessi

Durante il processo di Norimberga gli interpreti sovietici si ritrovarono al centro di curiosi siparietti. Nel corso dell'interrogatorio di Fritz Sauckel, accusato di crimini contro la pace, di pianificazione di guerre d'aggressione e di crimini contro l'umanità, l'imputato iniziò ad agitarsi e si mise a urlare, mentre il sostituto procuratore capo degli Stati Uniti, Thomas Dodd, gli rispondeva presentando un numero sempre più alto di prove della sua colpevolezza. Entrambi iniziarono a esprimersi con toni così concitati che la loro tensione si trasmise anche agli interpreti sovietici.

Così Tatiana Stupnikova, interprete di Sauckel, racconta quell’episodio nel suo libro: “...Siamo saltati sulla sedia e con il collega dentro la cabina degli interpreti abbiamo avviato una discussione forte e tagliente per adeguarci al dialogo tra il pubblico ministero e l'imputato. <...> Il mio compagno mi strinse forte il braccio sopra il gomito e, rivolgendosi a me con la stessa voce agitata del procuratore, in russo ripeté: ‘Dovrebbero impiccarti!’. E io, in lacrime per il dolore al braccio, insieme a Sauckel che urlava, gli risposi: “Non serve impiccarmi! Sono un lavoratore, sono un marinaio!”.  

La scena fu interrotta dal presidente del Tribunale, il britannico Geoffrey Lawrence, che disse: “È successo qualcosa agli interpreti russi. Chiudo la sessione”.

Prima del processo di Norimberga ai criminali nazisti, l'interpretazione simultanea non esisteva in tribunale: si usavano solo la traduzione scritta e l'interpretazione consecutiva. Questo storico processo, durato quasi un anno - dal 20 novembre 1945 al 1° ottobre 1946 - ha rappresentato una vera e propria sfida per gli interpreti, poiché l'interpretazione simultanea avviene contemporaneamente al discorso dell'oratore.

Nell'estate del 1945, la Conferenza di Potsdam divise la Germania in quattro zone di occupazione. Norimberga passò sotto il controllo degli Stati Uniti, e nel tribunale entrò in servizio il personale americano. Per questo motivo, come ricordano i partecipanti al processo, la delegazione sovietica arrivò sul posto senza interpreti: ci si aspettava che alla traduzione nelle quattro lingue (russo, tedesco, inglese e francese) avrebbero provveduto gli americani. Ma queste supposizioni si rivelarono errate. La ricerca di personale fu quindi affidata frettolosamente all'NKVD. In breve tempo, il Commissariato del Popolo riuscì a trovare degli specialisti, che furono portati a Norimberga poco prima dell'inizio del processo.

Gli interpreti sovietici giunti a Norimberga avevano una formazione molto diversa l’uno dall’altro: oltre agli interpreti certificati, c'erano insegnanti, economisti e discendenti di emigranti a cui erano state insegnate diverse lingue straniere fin dall'infanzia.

Lo stress psicologico

Una cabina insonorizzata è un requisito essenziale per i traduttori in simultanea, poiché qualsiasi rumore può rivelarsi una distrazione. Ma durante i processi di Norimberga non si pensò a nulla di tutto ciò! Le postazioni di lavoro degli interpreti erano aperte, divise su tre lati da semplici pareti di vetro e molto vicine ai banchi degli imputati: un dettaglio non trascurabile, visto che per gli interpreti era importante osservare il comportamento di coloro che traducevano.

Dall'esterno sembrava di vedere un acquario di vetro (in russo, infatti, la cabina degli interpreti viene chiamata “аквариум”, “acquario”). L'acquario era composto da quattro cabine da tre posti. Ogni interprete aveva le proprie cuffie, ma nella cabina c'era un solo microfono, che gli interpreti si passavano l'un l'altro.

Il lavoro degli interpreti è di per sé stressante, perché bisogna ascoltare, comprendere e tradurre le informazioni in arrivo parallelamente al discorso dell'oratore, senza perdere nemmeno un dettaglio; senza contare che i processi ai criminali nazisti furono psicologicamente molto impegnativi, poiché vennero rivelati i raccapriccianti dettagli dei crimini commessi.

Le complessità del lavoro 

Se già gli interpreti sovietici avevano molto lavoro, ancor di più ne avevano quelli tedeschi, che dovevano tradurre gli imputati tedeschi, gli avvocati e i testimoni (la maggior parte dei quali, ovviamente, parlava in tedesco). 

Anche la mole di lavoro degli interpreti inglesi si rivelò a dir poco pesante: dovettero tradurre i discorsi dei procuratori e dei giudici inglesi e americani, tra cui Geoffrey Lawrence, presidente del tribunale.

Il francese, invece, si sentiva molto meno e gli interpreti di quella lingua di solito se ne stavano seduti nella cabina in attesa di qualche intervento nella loro lingua. 

In un’occasione, Mosca inviò come interprete un docente di lingua tedesca della facoltà di Legge dell'Università statale di Mosca… il quale in aula ebbe un sussulto davanti a una frase pronunciata dal giurista Otto Stahmer, avvocato del generale tedesco Hermann Göring. Alla domanda del presidente del tribunale su quanto tempo avrebbe impiegato l'avvocato per presentare i documenti e fare un'arringa sul caso del suo cliente, il signor Stahmer rispose: “Dr. Stahmer, sieben Stunden (Dr. Stahmer, sette ore)”, pronunciando il gruppo consonantico della parola “Stunden” come “st”, anziché “scht”, come previsto dalla fonetica tedesca. L’agitazione del momento, infatti, aveva portato l’avvocato a usare delle flessioni dialettali, derivanti dalla sua parlata nativa del nord. Dopo averlo sentito parlare, l’interprete russo non riuscì a darsi pace, e continuò a ripetere tra sé e sé: “Per questo tipo di errori io li boccio i miei studenti!”.

In alcune occasioni gli imputati si ritrovarono a correggere gli interpreti. Ad esempio, Alfred Rosenberg, capo del dipartimento di politica estera del NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori), che conosceva bene il russo, ammonì la donna tedesca che stava traducendo dal russo: “Non disegni che raffigurano Dio, Gottesbilder, bensì icone, Ikonen, matushka!”, disse in un perfetto russo. L'interprete si spaventò e fu sostituita da un interprete sovietico.

L’aiuto reciproco

Il discorso dell’oratore poteva protrarsi per un'ora o più, perciò l’interprete di quella lingua lavorava con la massima concentrazione e senza sosta, mentre i colleghi seguivano distrattamente il discorso, salvo intervenire quando veniva pronunciata qualche sporadica battuta nella loro lingua. 

Arkadij Poltorak, che dirigeva la segreteria della delegazione sovietica al tribunale militare, ricordò nelle sue memorie: “In queste situazioni gli interpreti americani, britannici e francesi di solito leggevano qualche libro divertente o semplicemente si riposavano. I nostri ragazzi invece hanno quasi sempre ascoltato l'oratore e assistito l'interprete al meglio delle loro possibilità”.

Anche l'interprete più esperto rischia di restare indietro rispetto al discorso dell’oratore, quindi quando quest'ultimo elencava un gran numero di nomi o numeri, gli interpreti sovietici annotavano tutto su un foglio di carta, in modo da poter aiutare il collega di turno. Questa forma di cameratismo si è poi estesa anche ad altre delegazioni; secondo Poltorak, si tratta di “un piccolo ma pur sempre un trionfo della nostra morale!”.

Inoltre, gli interpreti sovietici andavano dopo la giornata lavorativa ad aiutare i colleghi che facevano le traduzioni, perché il flusso di lavoro scritto era enorme e c'era carenza di personale. La delegazione sovietica aveva solo una quarantina di interpreti, mentre la delegazione statunitense ne aveva almeno 640.

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