Così i cosacchi combatterono con e contro Hitler

Georgij Khomzor/Sputnik; Getty Images; foto d'archivio
Il Führer aveva tutto l’interesse di avere dalla propria parte questa antica comunità militare, alla quale promise grosse ricompense in caso di vittoria. Nonostante ciò, furono pochissimi i cosacchi sovietici che passarono dalla parte dei nazisti

Per secoli i cosacchi hanno rappresentato una “manna” per i governanti russi: questa antica "comunità militare", formatasi a seguito della mescolanza di diversi gruppi etnici, proteggeva le frontiere dello Stato dalle incursioni in cambio di una limitata autonomia.

Essendo molto abili con i cavalli, erano in grado di terrorizzare i nemici sul campo di battaglia, disperdere la folla di dimostranti dalle piazze e garantire la sicurezza dello zar. Ma i cosacchi ci tenevano alla propria libertà ed erano molto sensibili a qualsiasi violazione dei loro diritti e del loro stile di vita: per questo il governo doveva avere un occhio di riguardo nei loro confronti.

Il crollo dell'Impero russo e lo scoppio della guerra civile causarono una dura divisione tra i cosacchi, che si schierarono ai lati opposti delle barricate. Ciò portò a violenti scontri tra la fazione Rossa dei cosacchi e quella Bianca, che si fronteggiarono perlopiù nelle vaste distese della Russia meridionale.

Tuttavia, la brutale "decosacchizzazione" e la ridistribuzione delle terre voluta dai bolscevichi costrinse la maggior parte dei cosacchi a schierarsi con il movimento Bianco. Dopo la vittoria dei Rossi, il governo sovietico passò alla resa dei conti: la sua politica era volta a cancellare la parola "cosacco" dalla lingua russa. I cosacchi persero quindi la loro autonomia e furono vittime della repressione e del reinsediamento forzato. Persero inoltre il diritto di prestare servizio nell'Armata Rossa (ad eccezione dei cosacchi Rossi).

“Per la Madre Patria! Per Stalin!”

Con l’aggravarsi della situazione internazionale e il vento di guerra che soffiava sempre più forte, negli anni ‘30 la leadership sovietica si vide costretta a rivedere la sua politica nei confronti dei cosacchi: venne lanciata una campagna a loro favore con l'obiettivo di trasformarli in un pilastro del regime sovietico. L'atteggiamento dello Stato nei loro confronti si fece improvvisamente più elastico: si cominciò a sostenere la rinascita delle tradizioni cosacche, invitandoli allo stesso tempo a prendere parte attivamente alla vita sociale ed economica del paese.

Il cambiamento più importante fu l'abolizione, nel 1936, del divieto per i cosacchi di prestare servizio nell'Armata Rossa. Alcune unità di cavalleria furono riprogettate come cosacche. Inoltre vennero creati da zero nuovi corpi e divisioni cosacchi, e fu consentito loro di vestire gli abiti tradizionali. L'anno successivo, i cosacchi parteciparono a una parata sulla Piazza Rossa indossando una loro caratteristica uniforme.

"Contro i comunisti, gli ebrei e chi li spalleggia"

Mentre la maggior parte dei cosacchi si impegnava a difendere la propria patria, alcuni non erano disposti a seppellire l'ascia di guerra con le autorità sovietiche. Spinti da una sete di vendetta contro i bolscevichi e alimentati dai sogni di indipendenza politica, alcuni cosacchi si unirono alla parte tedesca. Nelle terre occupate del Kuban e del Don vennero istituite unità cosacche con il compito di combattere i partigiani, di mantenere la disciplina e di sorvegliare i soldati dell'Armata Rossa catturati.

Insieme alla Wehrmacht che avanzava, gli ex capi cosacchi che erano stati costretti a lasciare il paese dopo la sconfitta nella Guerra Civile tornarono in Russia. Il 22 giugno 1941, nel primo giorno dell'operazione Barbarossa, uno di loro, Pyotr Krasnov, lanciò questo appello: "Dico a tutti i cosacchi che questa guerra non è contro la Russia, ma contro i comunisti, gli ebrei e i loro aiutanti che vendono il sangue russo. Che il Signore aiuti l'esercito tedesco e Hitler".

Il Fuhrer, dal canto suo, favorì la creazione di organizzazioni cosacche collaborazioniste (come il Kosakenlager) e di unità militari, poiché nell'ideologia nazista i cosacchi erano considerati discendenti degli Ostrogoti, e quindi ariani. A ciò si aggiungeva il fatto che i cosacchi antibolscevichi in Germania avevano sostenuto il Partito nazista prima ancora che salisse al potere.

Le unità cosacche della Wehrmacht e delle SS non erano sempre composte esclusivamente da cosacchi: ad esempio, il 15° Corpo di Cavalleria cosacca sotto le SS, che alla fine della guerra era formato da 22.000 uomini, contava, oltre ai cosacchi, anche prigionieri di guerra sovietici che avevano accettato di combattere per la Germania e quasi 5.000 soldati tedeschi.

I tedeschi si servirono dei cosacchi soprattutto nella loro retroguardia in Jugoslavia, dove combattevano contro i partigiani locali e l'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia. Quando la sconfitta si rivelò ormai inevitabile, i resti delle formazioni cosacche attraversarono le Alpi per sfuggire all'avanzata dell'Armata Rossa e si arresero agli inglesi.

Il 28 maggio 1945, circa 50.000 collaborazionisti cosacchi, compresi i rifugiati delle regioni cosacche, furono consegnati dagli inglesi alle truppe sovietiche. In base agli accordi della Conferenza di Yalta, gli inglesi furono obbligati a consegnare tutti i cittadini sovietici che avevano combattuto contro il proprio paese. Ma si spinsero oltre, consegnando a Mosca molti cosacchi emigrati che non erano cittadini sovietici e che quindi non potevano essere considerati "traditori della patria". I leader del movimento collaborazionista cosacco furono giustiziati e gli altri furono spediti nei campi di lavoro forzato. I sopravvissuti furono rilasciati nel 1955.

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