Che fine fece l’autore della fotografia simbolo della bandiera rossa sul Reichstag?

Storia
EKATERINA SINELSHCHIKOVA
Evgenij Khaldej è l’unico fotoreporter sovietico ad aver lavorato per tutti i giorni del conflitto. Quella sua immagine “costruita”, che immortala la capitolazione della Germania, è diventata celebre in tutto il mondo, ma lui non ha avuto vita facile nel Dopoguerra. Ecco perché

La presa di Berlino simboleggia la vittoria finale sul nazismo e mise il punto finale sulla Seconda guerra mondiale. La sua immagine simbolo fu una fotografia del fotoreporter militare sovietico Evgenij Khaldej (1917-1997) con la bandiera dell’Unione Sovietica issata sul Reichstag, che è stata probabilmente pubblicata su tutti i media del mondo.

Tuttavia, l’incredibile successo della fotografia non rese il suo autore una stella nella sua terra natale. Poco dopo la guerra, fu licenziato, essendo bollato “mediocre”, e praticamente abbandonato all’oblio per molti anni.

Un bambino con un proiettile nel petto

Evgenij Khaldej è nato il 23 marzo 1917 a Donetsk. Aveva appena un anno quando divamparono i pogrom contro gli ebrei organizzati dai nazionalisti ucraini. La madre di Khaldej fece scudo con il corpo al figlioletto, ma un proiettile la attraversò, conficcandosi nel petto del bambino. Il piccolo sopravvisse. Questa fu la prima volta che vide con i suoi occhi la tragedia. Sfortunatamente, non l’ultima.

La fotografia iniziò a interessarlo già durante l’infanzia: andava spesso in un negozio di fotografia locale, dove aiutava a sviluppare i negativi. Realizzò la sua prima macchina fotografica da solo, utilizzando due scatole di cartone e una lente degli occhiali di sua nonna. Negli anni Trenta, la carestia imperversò nella sua regione e il quattordicenne Khaldej dovette andare a lavorare come meccanico in un deposito ferroviario, ricevendo la sua “educazione” sul campo. In realtà, rimase la sua unica educazione. Anche l’arte della fotografia la studiò da solo. Durante le pause, scattava immagini del deposito ferroviario dove lavorava, e presto lo chiamarono dal giornale “Stalinskij rabochij” (“L’operaio stalinista”). Parallelamente, Khaldej iniziò a inviare i suoi lavori ai giornali di Mosca, e alcuni scatti furono pubblicati.

Nell’estate del 1937, all’età di 20 anni, si trasferì a Mosca e iniziò a lavorare alla Tass, la principale agenzia di stampa sovietica. Inizialmente, i compiti di Khaldej includevano reportage fotografici da tutto il Paese, soprattutto sui lavoratori delle fattorie collettive (i kolkhoz) e delle fabbriche. Ma il 22 giugno 1941 iniziò la guerra e tutto cambiò.

Il primo volto della guerra

Khaldej era al lavoro nella redazione della Tass quando il 22 giugno alle 12  il commissario del popolo Vjacheslav Molotov tenne uno storico discorso: “Alle quattro di questa mattina, senza una dichiarazione di guerra, e senza alcuna apparente motivazione, le truppe tedesche hanno attaccato il Paese in vari punti delle nostre frontiere”. Immediatamente, Khaldej si precipitò in strada e realizzò uno dei suoi scatti più famosi: i moscoviti che ascoltano il discorso di Molotov.

“Le persone non si dispersero. Restarono in silenzio, a pensare. Provai a chiedere: a cosa pensate? Nessuno rispose. A cosa pensavo io? A come sarebbe stata l’ultima foto della guerra, quella della vittoria”, ricordò anni dopo Khaldej. Ma non sognava certo che sarebbe stato lui a scattare quell’immagine. Davanti a lui c’erano 1.418 giorni di guerra, fianco a fianco con i soldati in prima linea. Khaldej è l’unico fotografo sovietico che si è fatto l’intera guerra: dal primo all’ultimo giorno.

Cinque anni di conflitto

Rovine di città, soldati in battaglia e in rari momenti di riposo, civili che avevano perso tutto, molti morti. Khaldej immortalava tutto ciò che vedeva. Riprendeva “la vita vera”, avrebbe detto, e non la propaganda di Stato. Dalla remota e glaciale Murmansk fino a Berlino. Attraversò metà Europa con i soldati sovietici, ma quando entrò a Berlino, non poté fare a meno di provare che tutto ciò non assomigliava a una fine solenne.

“Tutti erano convinti che ciò che avevamo fatto in tutti questi 1.418 giorni sarebbe finito con qualcosa di più grandioso. E invece avevamo di fronte il Reichstag, nero di fuliggine e fumo, e c’era un silenzio incredibile”, così ricordò la conquista di Berlino.

E quando il fotografo e i suoi colleghi raggiunsero il Reichstag, il suo intero perimetro era già costellato di vessilli sovietici della vittoria. Evgenij Khaldej non arrivò al momento giusto per immortalare la famosa fotografia della bandiera, e così decise di metterla in scena, come raccontò anni dopo.

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Khaldej portò con sé tre bandiere rosse con la falce e martello. A quanto ha raccontato, erano state cucite utilizzando tovaglie rosse. Arrivato al Reichstag, chiese a tre soldati a caso di reggere la bandiera come se la stessero innalzando per la prima volta. Scegliendo una buona angolatura, scattò ben due rullini, per poter scegliere. Fu così che apparve il simbolo della Grande Vittoria. Il fatto che la foto sia stata messa in scena non ha mai disturbato particolarmente nessuno.

La crescita dell’antisemitismo

Nessuno mise in dubbio i meriti di Khaldej. Scattò foto di tutti i momenti clou di quel periodo: la Conferenza di Potsdam, la firma dell’atto di resa della Germania, i processi di Norimberga, Georgij Zhukov sul cavallo bianco, e la primissima Parata della Vittoria sulla Piazza Rossa. Dopo la guerra, venne riconosciuto come uno dei migliori fotografi del Paese e gli vennero assegnate 12 medaglie, tra cui due ordini, quello della Stella Rossa e quello della Guerra patriottica di secondo grado. Ma appena un anno dopo, l’atteggiamento nei confronti degli ebrei nelle agenzie governative cambiò radicalmente.

Nel 1946 volevano licenziarlo dalla Tass, perché si era rifiutato di consegnare in magazzino il resto dei materiali raccolti in un viaggio di lavoro. Un anno dopo, lo costrinsero a passare una sorta di esame interno, di fronte a una commissione, il cui verdetto fu inequivocabile: “Reporter mediocre che riesce a malapena a far fronte alla produttività richiesta”. Aggiunsero anche: “Khaldej è stato presuntuoso dopo la guerra e per ben otto anni è rimasto candidato per l’adesione al Partito Comunista, senza entrarvi.

Alla fine, fu licenziato nel 1948, “per una diminuzione del carico di lavoro della redazione di Mosca”. In altre parole, ufficialmente, per riduzione di personale.

La vita agra di un eroe dimenticato

Il fotografo cadde in disgrazia con il potere. Per un po’, temette persino seriamente per la sua vita. Nel 1948, morì l’attore e regista sovietico Solomon Mikhoels (divenne chiaro in seguito che fu ucciso su ordine di Stalin), a cui Khaldej aveva scattato molte foto. Avendo dei negativi, che erano lastre di vetro prima della guerra, le distrusse tutte a martellate. E quando Stalin ruppe con il capo dei comunisti jugoslavi, Josip Broz Tito, Khaldej fece sparire anche i negativi e le sue immagini, facendoli bollire in un catino per la biancheria.

Undici anni dopo, Khaldej interruppe il difficile periodo di lavoretti occasionali e riuscì ufficialmente a trovare un lavoro, ben solo sei anni dopo la morte di Stalin, nel 1959. Lavorò piuttosto modestamente come fotoreporter nei giornali per altri 17 anni, e nel 1976 andò in pensione. Nessuno nella sua terra natale ricordò i suoi meriti. Fu dimenticato, e un secondo riconoscimento gli arrivò solo alla fine della sua vita. Fu ricordato durante il 50º anniversario della Grande Vittoria.

Nel 1995, Khaldej, su invito speciale del presidente francese, venne invitato al principale festival fotografico mondiale, quello di Perpignan, dove gli venne assegnato uno dei premi più importanti: il titolo di “Cavaliere dell’Ordine delle Arti e della Letteratura”. Sei mesi prima della morte del fotografo, alla fine di maggio 1997, fu pubblicato un documentario su di lui in Europa e un libro in America. All’asta, la sua leggendaria foto con la bandiera fu venduta per 13.500 $.


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