Samantha, la ragazzina americana che scrisse al Cremlino: “Volete davvero la guerra?”

Yurij Abramochkin/Sputnik
In piena guerra fredda questa coraggiosa bambina inviò una lettera all’allora leader sovietico Yurij Andropov, invocando la pace. Come risposta, fu invitata a visitare l’Urss per vedere con i propri occhi che "in Unione Sovietica tutti sono favorevoli alla pace e all'amicizia tra i popoli”. La sua morte prematura la consegnò alla storia con l’appellativo di “ambasciatrice di buona volontà”

Nel giugno del 1983 il mondo intero fu testimone di un evento straordinario: una ragazzina americana di 11 anni ricevette un invito a visitare l’Unione Sovietica dopo aver scritto una lettera al Cremlino. Il suo nome era Samantha Smith, e passò alla storia come “ambasciatrice di buona volontà”.

All’inizio degli anni ’80 Samantha viveva con i suoi genitori in una piccola città nello stato del Maine. Il mondo era sull’orlo di un conflitto nucleare globale tra gli Stati Uniti e l’Urss. E mentre i politici “giocavano alla guerra”, la gente viveva in uno stato di ansia e paura.

Un giorno Samantha vide sulla copertina di una rivista americana una foto del leader sovietico di allora, Yurij Andropov, ritratto dalla stampa statunitense come “il cattivo” in una situazione geopolitica che si faceva sempre più tesa. E così la ragazzina chiese a sua madre: “Se la gente ha così tanta paura di lui, perché qualcuno non gli scrive una lettera per chiedergli se davvero vuole scatenare una guerra o meno?”. La risposta fu semplice: "Perché non lo fai tu?”.

La madre della giovane Samantha dimenticò presto la conversazione, ma non la ragazzina, che prese alla lettera il consiglio e in pochi giorni scrisse e inviò una missiva ad Andropov, nella quale gli chiedeva se davvero voleva scatenare una guerra e conquistare il mondo intero. La lettera si chiudeva così: "Dio ha creato il mondo per noi perché potessimo viverci insieme in pace, non per combatterci.”. 

Un estratto di questa lettera fu pubblicato sul principale quotidiano sovietico di allora, la Pravda. Ma non vi fu risposta. E così la giovane scrisse un’altra volta.

Questa volta le rispose Yurij Andropov in persona, spiegando la posizione sovietica: “Noi vogliamo la pace per noi stessi e per tutti i popoli del pianeta. Per i nostri figli e per te, Samantha", scrisse, invitandola a visitare l'Urss e a vedere di persona che “in Unione Sovietica tutti sono favorevoli alla pace e all'amicizia tra i popoli”.

Il 7 luglio Samantha arrivò in Unione Sovietica insieme ai suoi genitori per una visita di due settimane. Accolta come una celebrità, le fu concesso di visitare tutti i principali luoghi di interesse di Mosca e Leningrado (oggi San Pietroburgo).

La ragazzina trascorse alcuni giorni anche in una colonia di pionieri in Crimea (i pionieri erano i membri di organizzazioni giovanili legate al Partito Comunista, ndr), dove incontrò ragazzi provenienti da tutta l’Unione Sovietica.

Ogni spostamento della ragazzina era seguito con interesse sia dalla stampa americana, sia da quella sovietica: un’occasione unica per rendersi conto che dall’altra parte della cortina di ferro le persone non erano poi così diverse.

Purtroppo Samantha non riuscì a incontrare Andropov, all’epoca già molto malato. Il leader sarebbe morto meno di un anno.

Una volta tornata negli Stati Uniti, Samantha dichiarò: “Ora posso dire con certezza che i sovietici, proprio come gli americani, non vogliono la guerra”. I russi, aggiunse, “sono proprio come noi”.

Il viaggio di Samantha in Urss la trasformò in una vera e propria celebrità. Fu ospite di programmi televisivi e talk show. Purtroppo morì prematuramente il 25 agosto 1985 in un incidente aereo. La sua morte sconvolse il mondo intero e fu pianta sia negli Stati Uniti, sia in Unione Sovietica. 

Nel 1986 l’Urss decise di organizzare una visita simile negli Stati Uniti e inviò come ambasciatrice la giovanissima Katya Lycheva, all’epoca 12enne. Il viaggio di Katya fu ampiamente seguito dalla stampa, ma le mancavano il carisma e il fascino di Samantha, motivo per cui non divenne mai così popolare come la piccola attivista americana.

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