Perché il Giappone non attaccò da est l’Urss durante la Seconda guerra mondiale?

Khomenko, Troshkin/Sputnik
L’Unione sovietica era in ginocchio nelle prime fasi dell’invasione tedesca, eppure i nipponici, grandi alleati di Berlino, non se la sentirono di sferrare il colpo. Secondo gli storici, pesò la bruciante sconfitta subita dall’Armata Rossa nel 1939 a Khalkhyn Gol, nelle steppe mongole

“Ogni giorno era lo stesso: i giapponesi iniziavano ad attaccare all’alba e si fermavano solo quando faceva buio”, ha ricordato Ivan Karpenko, che comandava una squadra di mitraglieri durante le battaglie di Khalkhyn Gol (11 maggio-16 settembre 1939) tra Urss e Giappone.

“Non ricordo di aver catturato prigionieri. Non ne facevamo. Ma ogni giorno, per un’ora, lasciavamo che i giapponesi raccogliessero i loro morti, e così facevano”.

Le battaglie di Khalkhyn Gol furono strane. Da un lato, per cinque mesi, nel 1939, ci furono in Estremo Oriente feroci combattimenti, anche con l’impiego di carri armati e dell’aeronautica militare, che provocarono migliaia di vittime. Dall’altro, nessuno dei due Paesi aveva ufficialmente dichiarato guerra, né combatteva sul proprio territorio (le battaglie si tennero in una zona oggi al confine tra Mongolia e Cina).

Tuttavia, questo strano conflitto fu fatale e determinò in larga misura il corso della Seconda guerra mondiale, perché convinse il Giappone a non attaccare l’Urss da est nel 1941, quando sul suo confine occidentale il Paese fu invaso dalla Wehrmacht. Inoltre, fu a Khalkhyn Gol che Georgij Zhukov, l’uomo che poi avrebbe guidato l’Armata Rossa fino a sconfiggere i tedeschi, fece apprezzare per la prima volta le sue doti brillante leader militare. 

L’espansionismo giapponese 

Nel 1939, i giapponesi avevano ormai espanso il loro Impero e la loro sfera di influenza ben oltre le isole di origine. Avevano annesso la Corea nel 1910 e creato lo Stato fantoccio di Manciukuò nella Cina settentrionale (Manciuria) nel 1932. Ciò significava che il Giappone doveva barcamenarsi con attenzione sull’orlo di uno scontro diretto con l’Unione Sovietica e il suo alleato, la Mongolia comunista. Inoltre, nel 1936, il Giappone si era schierato dalla parte della Germania nazista, firmando il Patto anti-Comintern, diretto contro l’Urss. Ciò significava che le relazioni sovietico-giapponesi andavano di male in peggio.

Nel 1938, le due parti si scontrarono in battaglia in campo aperto per la prima volta, vicino al Lago Khasan, al confine tra Unione Sovietica e Manciuria. L’Urss ebbe la meglio. Un anno dopo, l’Armata del Kwantung fece un altro tentativo, questa volta attaccando la Mongolia. 

Incomprensione o provocazione? 

Khalkhyn Gol è un fiume in Mongolia che, secondo i giapponesi, avrebbe dovuto essere il confine tra Mongolia e Manciukuò, mentre la Mongolia (e il suo potente alleato, l’Urss) insisteva sul fatto che il confine fosse diversi chilometri più a est.

“Nel 1938, i giapponesi avevano inviato un ufficiale nell’area della contesa che aveva riferito… che il confine si trovava a Khalkhyn Gol”, ha detto lo storico giapponese Koto Kasakhara a Lenta.ru, aggiungendo che l’intero incidente potrebbe essere stato un grande fraintendimento. 

Nel frattempo, gli storici sovietici e russi sono sicuri che il conflitto non avesse nulla a che fare con la cartografia, e che il “malinteso” fosse solo un pretesto per una maggiore espansione giapponese.

“Tokyo era irritata con l’Urss per i suoi aiuti alla Cina [che combatteva contro il Giappone]. Pertanto, decise di lanciare una provocazione contro l’Urss per mostrare i denti e far sì che i sovietici la smettessero di aiutare la Cina”, si legge nel libro “La Storia delle relazioni internazionali” (a cura di Anatolij Torkunov, rettore dell’Istituto statale di Relazioni internazionali di Mosca).

Una battaglia in mezzo al nulla 

I soldati giapponesi, agendo insieme all’esercito della Manciuria, avanzarono nel territorio mongolo nel maggio del 1939, senza praticamente trovare resistenza. I mongoli e, cosa ancora più importante, i sovietici, avevano bisogno di tempo per concentrare le loro forze e contrattaccare. Il luogo in cui le due potenze si sarebbero scontrate era lontano dalle basi militari sovietiche, quindi inizialmente ci furono problemi di logistica e di trasporto.

Inizialmente, le battaglie non furono un grande successo per il 57° Corpo d’armata dell’Urss schierato in Mongolia. Quando scoppiò il conflitto (maggio-giugno), l’aeronautica giapponese dominava il cielo e le forze sovietiche erano mal organizzate per respingere questi attacchi.

“Khalkhyn Gol evidenziò molte debolezze dell’Armata Rossa. I soldati non erano preparati alla battaglia: mancavano d’esperienza nel combattimento ravvicinato e, di conseguenza, fu facile mandarli in confusione”, afferma lo storico Valerij Vartanov. I sovietici avevano poi difficoltà a coordinare i loro movimenti, anche perché molte decisioni venivano prese a Mosca, che era a 6.000 km di distanza.

L’intervento risolutivo di Zhukov  

Per cambiare le carte in tavola, Stalin incaricò gli uomini giusti: il generale Grigorij Stern, che fornì tutte le infrastrutture necessarie per far arrivare rifornimenti e rinforzi in prima linea (richiedendo 4.000 veicoli che dovevano percorrere 800 chilometri fino alle basi sovietiche più vicine); il comandante delle forze aeree sovietiche Jakov Smushkevich, che, insieme a piloti esperti, insegnò rapidamente ai nuovi piloti del 57° Corpo d’armata come combattere i giapponesi in aria; e il generale Georgij Zhukov, che assunse il comando generale delle operazioni.

Anche dopo essere diventato un eroe nazionale per aver sconfitto i nazisti nella Seconda guerra mondiale, Zhukov in seguito ricordò sempre l’importanza di Khalkhyn Gol: “Adoro ancora quell’operazione”. 

Il suo approccio era rischioso e controverso. Ad esempio, quando i giapponesi attraversarono il fiume il 2 luglio e i sovietici rischiavano di essere circondati, Zhukov ordinò un attacco rapido dell’undicesima brigata di carri armati, senza alcuna ritirata. Il 70% dei carri armati sovietici vennero distrutti, ma adempirono al loro compito, respingendo il nemico dall’altra parte del fiume. Ad agosto, i sovietici passarono alla controffensiva. 

A quel momento, c’erano 57.000 soldati sovietici e 75.000 giapponesi coinvolti nella battaglia, secondo lo storico di guerra Aleksandr Shishov. Le battaglie furono aspre e spietate: i giapponesi combatterono coraggiosamente e non si arresero quasi mai, preferendo suicidarsi. Ma la tattica di Zhukov, così come la supremazia sia nei carri armati che negli aerei, aiutarono i sovietici a prevalere. Il 4 settembre, la sesta armata giapponese fu completamente sconfitta e costretta a ritornare entro i confini originali. 

Le conseguenze delle battaglie 

Il 15 settembre 1939, l’Urss e il Giappone firmarono un accordo di armistizio. La successiva volta in cui i due Paesi sarebbero tornati a combattersi arrivò solo nel 1945, dopo la sconfitta della Germania (la dichiarazione di guerra venne fatta il 9 agosto, nel giorno della bomba atomica di Nagasaki). È interessante notare che il Giappone non ha mai provato ad attaccare l’Urss, neanche nei periodi più duri per Mosca della Seconda guerra mondiale.

“Gli eventi di Khalkhyn Gol crearono una spada da samurai ben affilata, appesa come quella di Damocle sopra le nostre teste, ma che non cadde mai”, dice Valerij Vartanov. Anche perché quella sconfitta aveva allarmato il governo giapponese, facendolo propendere per obiettivi più facili da conquistare: in Indocina e nell’Oceano Pacifico. Lì, affrontarono poi un’altra superpotenza, gli Stati Uniti, e ne uscirono con le ossa rotte. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

Cosìlultimo imperatore cinese finìnelle mani dellArmata Rossa 

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