Perché l'URSS è crollata?

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Dalla crisi economica alle richieste di indipendenza, breve analisi sulla fine di un impero

La Russia, precedentemente nota come Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa (RSFSR o RSFS), era la più estesa e popolosa delle 15 Repubbliche sovietiche che dal 1922 al 1991 fecero parte dell’URSS: oltre a essere la più grande, era anche il “cuore” dello Stato socialista. Inoltre, visto che le decisioni venivano prese a Mosca e che i russi rappresentavano la maggioranza della popolazione dell’Unione, la RSFSR ricoprì sempre un’importanza vitale per l’esistenza dell’URSS.

Immaginare l’uscita della RSFSR dall’URSS sarebbe come ipotizzare la separazione di Washington D.C., New York e California dagli Stati Uniti: un’idea che ha dell’impossibile. In realtà, successe proprio questo! 

La crisi  

Negli anni ’80 l’economia sovietica iniziò a scivolare in una forte crisi: le ingenti spese militari, la difficoltà dello Stato a garantire beni di prima necessità ai propri cittadini come cibo e vestiti e il prezzo del petrolio che nel 1986 scese da 24 a 12 dollari al barile non fecero che peggiorare la situazione.

Allo stesso tempo le politiche della glasnost (“trasparenza”, ovvero la libertà di critica al partito e al governo) e la perestrojka (“ricostruzione” del sistema economico) introdotte da Mikhail Gorbaciov non ebbero molto successo. 

“Il governo non poté controllare le proprie riforme né prevederne le conseguenze”, ha scritto il pubblicista Aleksej Durnovo rispondendo a una domanda sulle cause che portarono al crollo dell’URSS su TheQuestion (la versione russa di Quora). 

Furiosa per la difficile situazione economica, la popolazione si ritrovò ora a poter criticare apertamente il potere, gettando così benzina sul fuoco in una situazione già di per sé critica, sulla quale iniziarono a emergere anche vari conflitti etnici.  

I giochi di potere e i conflitti etnici 

Fra le ragioni che portarono al collasso dell’URSS, Durnovo cita anche la fame di potere delle élite regionali. “Essere il principale comunista in una Repubblica Sovietica era cosa rispettabile e redditizia. Ma ricoprire l’incarico di presidente di uno Stato indipendente era ben più appetibile! E così - aggiunge Durnovo -, vedendo che l’Unione andava via via indebolendosi, le élite regionali iniziarono a separare i vari ‘pezzi’”.

Se a ciò si aggiungono i conflitti etnici latenti, ecco che ne nasce quel caos ingestibile che investì varie regioni sovietiche. 

Ed è proprio così che si spiega lo scoppio dei conflitti negli anni ’80, come la guerra del Nagorno Karabakh tra armeni e azerbaigiani, gli scontri tra georgiani e abkhazi e georgiani e osseti, le tensioni tra diversi gruppi etnici in Tagikistan... Ogni tentativo da parte del governo di placare gli attriti si rivelò inutile e in breve tempo questi conflitti si trasformarono in guerre su larga scala che uccisero migliaia di persone. 

Se volete approfondire le ragioni che portarono al crollo dell’URSS, cliccate qui  

Gorbaciov ed Eltsin  

Quando tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 le Repubbliche sovietiche iniziarono una dopo l’altra a reclamare la propria indipendenza, ogni tentativo di mantenere unita l’Unione da parte dell’allora presidente dell’URSS Gorbaciov (de facto leader del potere federale) si rivelò inutile. 

Molti dei capi delle Repubbliche sovietiche non avevano alcuna intenzione di obbedirgli e Gorbaciov, già in difficoltà, si ritrovò ad affrontare anche un duro braccio di ferro a Mosca: il suo principale rivale, lì, si rivelò essere Boris Eltsin. 

Nonostante Gorbaciov si fosse opposto alla sua candidatura, nel maggio 1990 Eltsin fu eletto presidente del Soviet Supremo della RSFS Russa e trasformò quel ruolo fino ad allora quasi prevalentemente burocratico in un incarico di potere: il 12 giugno 1990 il Congresso dei Deputati del Popolo della RSFSR adottò una dichiarazione di sovranità. La situazione che si venne a creare fu del tutto anomala: Mosca in quel momento aveva due leader, uno dell’URSS (Gorbaciov) e l’altro dell’RSFSR (Eltsin).

Il golpe 

Ma Eltsin si spinse oltre: nel luglio del 1990 lasciò il Partito Comunista, dimostrando apertamente la propria disobbedienza a Gorbaciov. La RSFSR tenne le sue prime elezioni presidenziali il 12 giugno 1991, dove vinse Eltsin. 

Nonostante la sua opposizione a Gorbaciov, Eltsin riuscì ad avere un ruolo di primo piano quando, un paio di mesi dopo, la linea dura dei Comunisti che si opponeva sia a lui sia al leader dell’URSS architettò un colpo di Stato. Fu così che Eltsin riuscì a rafforzare la sua immagine di leader forte a capo della resistenza del popolo, a scapito di un Gorbaciov che durante il golpe si trovava “in vacanza” in Crimea.

Alla fine del 1991 Gorbaciov, ancora formalmente presidente dell'URSS, aveva ormai completamente perso la sua influenza. L’8 dicembre 1991 Eltsin incontrò i presidenti di Ucraina e Bielorussia (che a quel punto avevano già dichiarato l’indipendenza) per firmare l’Accordo di Belavezha con il quale si riconosceva la dissoluzione dell’URSS. 

Gorbaciov non ebbe altra opzione che accettare ciò che stava accadendo e il 25 dicembre 1991 dette ufficialmente le dimissioni dall’incarico di presidente dell’URSS. Lo Stato comunista cessò di esistere e da allora in avanti ognuna delle 15 Repubbliche avrebbe intrapreso un cammino indipendente, Federazione Russa compresa.

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