Mia mamma andò in gita a Chernobyl subito dopo la catastrofe: ecco cosa vide

Archivio personale; Valerij Solovjev/TASS
Nell’estate del 1986 un gruppo di ragazzi si avventurò vicino al reattore pochi giorni dopo l’incidente. Molti di loro si ammalarono. E le reali conseguenze di quell’escursione sono ancora oggi sconosciute… Mia mamma c’era. E oggi rivive quell’incosciente bravata nei boschi di Pripyat

Seduta a un tavolo di legno in un appartamento di appena due stanze, Olga Kozlova mangiucchia svogliatamente piccoli pezzi di formaggio Roquefort. Nell’aria risuona il ronzio di un televisore, perennemente acceso, e poco lontano una candela aromatica si riflette sullo schermo di un computer. A 57 anni, questa signora bionda di mezza statura sfoggia con discrezione un fisico ancora giovane. Con movimenti lenti afferra un altro pezzo di formaggio e se lo porta alla bocca. Lei è la mia mamma.

Dalla mattina alla sera Olga lavora in una compagnia di assicurazioni. Quando arriva a casa, l’appuntamento è davanti allo schermo, a guardare le puntate di “Game of Thrones”. L’ultima stagione non l’ha ancora vista, ma ha letto tutte le recensioni e ora chiede a me consigli su quale nuova serie tv guardare.

“Potresti guardare ‘Chernobyl’”, le dico, afferrando un pezzo di formaggio.

“Non hai idea di che cosa abbia visto io, a Pripyat, a due passi da Chernobyl! Ci sono stata subito dopo l’incidente...”.

“COSA?!”

“Vedi, ho ragione quando ti dico che non mi ascolti mai! Te lo avevo già raccontato…”. 

Un’avventura pericolosa  

Agosto 1986. Mia mamma scende dal treno nella stazione di Melitopol (attuale Ucraina, a 1.100 km da Mosca). Ha 24 anni. Si è laureata pochi anni prima all’Istituto di Ingegneria e Informatica e lavora nell’azienda che gestisce la rete telefonica di Mosca. Le vacanze estive le trascorre ogni anno sulle coste del Mar d’Azov.

Sulla piattaforma vicino a lei ci sono alcune coppie di mezza età, un ragazzo alto e biondo e una giovane dalle gambe lunghe che avrà avuto non più di 30 anni.

“Con questa ragazza, Irina, abbiamo fatto subito amicizia - racconta mia mamma -. Diceva di essere venuta in Ucraina appositamente per trovare marito. Ed ecco che all’improvviso arrivano questi due ragazzi. Uno di loro, Lyosha, aveva appena compiuto 18 anni e studiava stomatologia”. 

Tra la folla con le valigie spunta un uomo di bella presenza, avrà avuto 50 anni. Si chiama Ostap e si presenta come guida turistica. In cosa consistesse esattamente il giro turistico da lui proposto, mia madre non lo capisce del tutto. 

“Ci ha fatto salire su un piccolo autobus e ci ha condotto in un villaggio vicino a Melitopol. Lì abbiamo alloggiato in alcune casette che gli abitanti del posto affittavano ai turisti. Ogni stanza ospitava tre persone. Erano alloggi modesti ma accoglienti - prosegue mia mamma -. La prima settimana di ferie è trascorsa in maniera tranquilla. Con Ostap andavamo a fare delle escursioni, la sera bevevamo vino e facevamo il bagno nel fiume”.

Ma c’è una cosa che attira subito l’attenzione di mia madre: in alcuni punti della riva spuntano dei cartelli con il divieto di balneazione dalle 16 alle 20.

“Chiesi a Ostap perché non si potesse fare il bagno. Lui mi rispose: ‘Per via delle radiazioni, ma non ci sono problemi’. Io rabbrividii. Ma poi non ci pensai più”. 

Nel bosco di Pripyat, a pochi metri dal reattore 

“Siete pronti, ragazzi?”. “Signorsì!”, rispondono in coro. Con questa ingenua allegria il gruppetto di turisti accetta l’invito di Ostap ad andare a fare un giro… a Chernobyl! 

“Certo, eravamo tutti al corrente dell’incidente. Ma io ero convinta che le radiazioni non ci avrebbero fatto nulla. La parola ‘Chernobyl’ suonava per noi come qualcosa di lontano. È scoppiato un reattore… vabbè, cosa sarà mai”, dice mia mamma. 

Da Melitopol a Pripyat, uno dei centri abitati più vicini al reattore, bisognava percorrere 850 km in auto. Quel giorno di agosto del 1986 faceva particolarmente caldo. Il termometro segnava più di 30 gradi.

Mia mamma racconta che il gruppo si armò di bottiglie di vino e si avviò verso Pripyat. Per strada incrociarono solo una stolovaya (mensa) e alcuni cartelli con scritto “Contaminato”. Il gruppo non aveva alcuna misura di protezione: gli abiti indossati erano dei comunissimi vestiti estivi. 

Alle sei di sera l’autobus si ferma in una zona boschiva vicino al fiume di Pripyat. Ostap esce con una bottiglia di vino in una mano e il contatore Geiger per misurare le radiazioni nell’altra. L’escursione dura circa due ore. Il gruppo si avventura nel bosco, scatta foto ricordo. 

“Numerosi alberi e cespugli avevano un colore stranamento molto luminoso e chiaro, anche se non pioveva da tempo. In lontananza si scorgevano i tetti delle case abbandonate”, prosegue. 

All’improvviso sulla mano di mia mamma si posa una mosca. Oggi mi confessa che quell’insetto era grande quanto mezzo palmo di una mano!

“Ragazzi, se vi imbattete in qualche mutante, non vi spaventate”, scherza Ostap. Il gruppo ride. Qualcuno cerca di raccogliere delle foglie dagli alberi, ma poi desiste. Non trovando niente di particolarmente interessante, la comitiva chiede di essere accompagnata nel cuore della città. 

La guida butta l’occhio sul contatore Geiger. Sgrana gli occhi e grida: “Salite tutti sull’autobus! L’escursione è terminata!”. Si alza un mugugno di disapprovazione. Il gruppetto si trattiene ancora qualche minuto per scattare una foto ricordo. E senza fretta si avvia verso l’autobus. 

Le conseguenze  

Qualche mese dopo, tornata a Mosca, mia mamma inizia a sentire uno strano dolore al basso ventre. Pochi giorni dopo parla al telefono con Irina e Lyosha: lui ammette di sentire le stesse fitte, mentre Irina confessa di sentirsi sempre stanca e con giramenti di testa.

“Nei primi dieci giorni non sono riusciti a fare una diagnosi. Inizialmente i medici parlavano di appendicite. Ma si è scoperto che si trattava di un’infiammazione”, racconta mia mamma. 

A Irina è andata molto peggio: ha contratto un tumore. Le hanno fatto con urgenza una trasfusione di sangue. Mia mamma invece se l’è cavata con una prognosi di tre mesi. Il destino toccato in sorte agli altri membri della comitiva non è noto. 

“Ti rendi conto, mi hanno addirittura consigliato di restare incinta! Dicevano che fosse la migliore profilassi contro le infiammazioni!”, dice.

“Ma tu glielo avevi detto ai medici che eri da poco stata a Chernobyl?”, chiedo io, incredula. 

“No, perché avrei dovuto dirglielo! È stata una semplice gita, ti ho detto! Come al solito non mi ascolti mai. Solo i miei genitori me ne dissero di tutti i colori, quando lo vennero a sapere”.

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