La Pearl Harbour sovietica: perché gli Stati Uniti nel 1950 bombardarono a sorpresa l’Urss?

Storia
BORIS EGOROV
Ufficialmente si trattò di un errore di rotta e Washington si scusò, anche se i caccia impegnati nella Guerra di Corea avevano sconfinato di ben cento chilometri, e la versione ufficiale non ha mai convinto fino in fondo Mosca

Era un giorno come un altro all’aerodromo dell’aeronautica militare sovietica di Sukhaja Rechka, nell’Estremo Oriente russo, l’8 ottobre 1950. Nonostante Guerra di Corea infuriasse solo poche centinaia di chilometri più a sud, qui era sentita come qualcosa di molto lontano.

Insieme agli Stati Uniti, l’Unione Sovietica era coinvolta nel conflitto, ma i sovietici si limitavano a fornire armi e consulenti militari ai nordcoreani di Kim Il-sung. I duelli aerei tra i piloti sovietici dei MiG-15 e quelli americani dei North American F-86 Sabre nei cieli coreani non erano ancora iniziati.

Sembrava che il personale di servizio dell’821° Reggimento dell’aviazione da combattimento di Sukhaja Rechka non avesse nulla di cui preoccuparsi. Tuttavia, sbagliavano: la guerra arrivò senza preavviso.

Dopo aver sconfinato per oltre 100 chilometri in profondità nel territorio sovietico, due caccia americani Lockheed P-80 Shooting Star apparvero sopra Sukhaja Rechka e aprirono il fuoco.

L’attacco americano provocò il danneggiamento di sei caccia sovietici sul terreno e uno rimase completamente distrutto dalle fiamme. Fortunatamente, non ci furono vittime.

Ironia della sorte, gli aerei attaccati dagli americani erano i loro stessi Bell P-63 Kingcobra, che erano stati dati all’Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale nel contesto del Lend-Lease Act.

Il reggimento sovietico all’aerodromo fu colto totalmente di sorpresa e non reagì per niente. I suoi caccia erano senza carburante e, anche se fossero stati riforniti, i Kingcobras con motore a pistoni avrebbero avuto poche possibilità di raggiungere i jet Shooting Star, che furono i primi caccia con motore a reazione statunitensi a entrare in servizio permanente.

Tuttavia, fu lanciato l’allarme generale e le informazioni sull’attacco raggiunsero immediatamente la leadership a Mosca.

La risposta sovietica

Mosca era perplessa e non riusciva a capire se si trattasse di un errore del pilota americano o dell’inizio della Terza guerra mondiale.

L’aeronautica sovietica fu messa in stato di massima allerta. Non passò molto tempo prima che i nuovi jet MiG-15 venissero impiegati in Estremo Oriente. Ben presto furono impegnati in battaglia sulla Corea.

Nikolaj Zabelin, un pilota dell’821° Reggimento dell’aviazione da combattimento ha ricordato: “Dopo l’attacco il reggimento fu messo in allarme di combattimento; la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ventiquattr’ore su ventiquattro eravamo seduti sull’aereo o nelle vicinanze. C’era un sentimento di guerra che si avvicinava…”

Il giorno dopo l’incidente, l’Unione Sovietica presentò una formale protesta alle Nazioni Unite per l’attacco statunitense all’aerodromo.

Un errore degli Stati Uniti

In realtà, l’U.S. Air Force non aveva intenzione di attaccare il territorio sovietico. Il reale obiettivo era un aerodromo nordcoreano vicino a Chongjin.

A causa di errori di navigazione, due aerei persero la giusta rotta ed entrarono nello spazio aereo sovietico. Trovarono un aeroporto non identificato e lo considerarono il loro obiettivo. Le grandi stelle rosse sugli aerei non li dissuasero, dal momento che gli americani credettero che fossero le insegne dell’aeronautica comunista nordcoreana.

I primi dubbi sorsero quando gli aerei nemici non esplosero in fiamme. Ciò significava che erano senza carburante e non pronti per il combattimento. Una cosa impossibile per un aeroporto militare nordcoreano in pieno conflitto.

Sulla via del ritorno, i piloti avvistarono un’isola che non si aspettavano di vedere. Uno dei piloti, Alton Quanbeck, ha ricordato in un articolo scritto nel 1990 per il “Washington Post”, intitolato “My Brief War with Russia” (“La mia breve guerra contro la Russia”): “‘Oh, oh’, pensai, ‘non c’è nessuna isola vicino a Chongjin’.” 

Dopo aver analizzato i dati una volta rientrati alla base, i sospetti furono confermati: gli aerei americani avevano attaccato un aeroporto sovietico.

Il comandante dei piloti, il maggiore generale Earl E. Partridge, disse ai due piloti: “Dopo questa missione o otterrete la più alta decorazione militare, la Distinguished Service Cross, o finirete davanti alla Corte marziale”.

Le scuse americane

Il 20 ottobre, il presidente degli Stati Uniti Harry Truman, parlando alle Nazioni Unite, ammise la colpevolezza e affermò che l’attacco al territorio dell’Unione Sovietica era stato “il risultato di errori di navigazione e di  calcolo” da parte dei piloti.

I due piloti, Alton Quanbeck e Allen Diefendorf,  dovettero difendersi di fronte al tribunale militare, ma se la cavarono. Furono riassegnati alle basi in Giappone e nelle Filippine, rispettivamente.

La parte sovietica accettò le scuse, ma non credette fino in fondo alla versione ufficiale, e vide l’attacco come una provocazione.

“Gli americani sapevano perfettamente dove volavano. Erano a ben 100 chilometri dal confine con la Corea. Lo hanno capito molto bene. La storia dei giovani piloti che avevano sbagliato strada fu inventata più tardi”, ha dichiarato Nikolaj Zabelin. 

Perché un giorno americani e sovietici iniziarono a spararsi durante la Seconda guerra mondiale?