Perché i bolscevichi erano così fissati con la cremazione dei cadaveri?

A. Cheprunov/Sputnik, Russia Beyond
Subito dopo la Rivoluzione, si impegnarono per il diritto all’incenerimento dei morti e costruirono grandi crematori, persino in ex chiese. C’erano di mezzo questioni sia pratiche che simboliche

È una giornata d’inverno a San Pietroburgo, verso la fine del 1920. Il poeta Nikolaj Gumiljov (1886-1921), il pittore Jurij Annenkov (1890-1974) e il bolscevico Boris Kaplun (1894-1937) sono in compagnia di una donna di cui non conosciamo il nome: bevono vino nell’ufficio di Kaplun e “parlano di Whitman, Poe e Kipling”, ricorderà poi Annenkov. Il trio di uomini spesso frequentava questo ufficio, dove Kaplun riforniva i suoi amici di etere, una droga allora di moda.

Annenkov proseguiva così il suo racconto: “Kaplun guardò l’orologio, alzò il ricevitore e disse ad alta voce: ‘Porta la macchina!’. Era una bella Mercedes requisita dal garage di qualche capitalista. Kaplun spiegò che mezz’ora dopo avrebbero testato il nuovo crematorio e un cadavere dell’obitorio sarebbe stato scelto per essere bruciato, e ci invitò ad andare con lui.”

“In un enorme hangar, cadaveri coperti di stracci giacevano sul pavimento in file interminabili. Il direttore del crematorio ci stava aspettando. ‘Che sia la signora a scegliere’ disse Kaplun, rivolgendosi alla ragazza. Lei ci guardò con terrore e, facendo qualche timido passo tra i corpi, indicò uno di loro. ‘Ivan Sedjakin, mendicante’ era scritto a matita su un pezzo di cartone sporco sul petto del cadavere. ‘Vedete, gli ultimi saranno i primi’, dichiarò Kaplun, e si voltò verso di noi con un sorriso: ‘Fa ridere, vero?’”.

Nessun Giorno del giudizio per il cremato 

Il primo crematorio in assoluto della storia russa era destinato ai cittadini giapponesi. Era stato costruito prima della Rivoluzione del 1917 nella regione di Vladivostok. Nella cultura giapponese la cremazione è un fatto tradizionale e diffuso, a differenza della Russia, dove ancora oggi la Chiesa non approva la cremazione dei morti. Nel 1909 il Santo Sinodo della Russia ha condannato ufficialmente la cremazione. 

Quando i bolscevichi salirono al potere, uno dei loro primi passi fu quello di togliere alla Chiesa ortodossa il monopolio sulla registrazione delle nascite e delle morti. Prima, tutte le nascite erano registrate in chiesa e i funerali potevano essere tenuti solo in presenza di un prete (tranne quelli di chi si era suicidato, che non ne aveva diritto e veniva sepolto senza funzione). 

Ora, con l’ateismo sovietico, la Chiesa veniva estromessa anche dalle sepolture. Ecco perché i bolscevichi sostenevano fortemente la cremazione: i seguaci della Chiesa ortodossa credono che le persone cremate non possano risorgere dopo il Giorno del Giudizio, quindi la cremazione era percepita come un atto anti-religioso. 

Inoltre, dopo la Rivoluzione, a Guerra civile in corso, c’erano molti cadaveri nelle strade di San Pietroburgo e Mosca. “A Lefortovo di notte i lupi mangiano i cadaveri di persone che sono morte di tifo. C’è la fila per il cimitero, le persone aspettano da giorni negli ospedali per farsi curare, alcuni muoiono sul posto, alcuni se ne vanno prima che si trovi un letto. Non c’è acqua calda, la gente viene dimessa senza un bagno e addirittura senza la disinfezione; non ci sono provviste di medicinali e i dottori muoiono come mosche”, scrisse Praskovja Melgunova il 1° marzo 1919. Quindi i crematori erano essenziali: Mosca e San Pietroburgo non potevano sopportare così tanti cadaveri in giro. 

Nel 1919 Lenin firmò un decreto che incoraggiava la cremazione, ma non c’erano ancora crematori. 

Uno scaffale, al posto di migliaia di cimiteri

“Bruciando un cadavere otteniamo un grammo di cenere, e migliaia di cimiteri possono stare su un solo scaffale”, scrisse Kazimir Malevich nel 1919. I primi bolscevichi volevano liberarsi dei cimiteri, nei loro sforzi di cancellare il vecchio mondo. Nel 1920, Boris Kaplun guidò una commissione per organizzare la costruzione di un crematorio. Oltre 200 persone si fecero avanti per elaborare il progetto architettonico: l’interesse era immenso. Il pittore Annenkov, in quanto amico di Kaplun, creò il logo per il crematorio: un corvo seduto su un teschio fumante (purtroppo il disegno è andato perduto). “Ogni cittadino morto ha il diritto di essere cremato”, diceva la pubblicità del nuovo crematorio.

Come sede del crematorio fu inizialmente scelto il territorio del Monastero di Aleksandr Nevskij, il principale convento di San Pietroburgo. Non a caso, la scelta della posizione sconvolse la Chiesa ortodossa, ma l’attacco del generale Bianco Judenich, che arrivò fino alle porte di San Pietroburgo, mise il freno al progetto, e Kaplun fu costretto a installare frettolosamente un crematorio in una vecchia banja sull’isola Vasilevskij. Il primo cadavere fu ufficialmente bruciato sull’isola il 14 dicembre 1920. 

Il famoso scrittore russo Kornej Chukovskij partecipò a una delle prime cremazioni. Nel gennaio del 1921 scrisse: “Kaplun è entrato nel crematorio, che era come un teatro, e ci ha guidato attraverso le sale modificate. Abbiamo riso, non c’era affatto pietà, nessuna grandiosità. Tutto era nudo e schietto. Nessuna religione, nessuna poesia a decorare il luogo dell’incenerimento. Tutti con il cappello in testa, fumavano, e parlavano di cadaveri come se stessero parlando di cani… Un giovane ingegnere ha urlato: ‘Infornatelo!’. Le sentinelle in camice bianco hanno afferrato un gigantesco gancio di metallo che pendeva dal soffitto… ci hanno appeso la bara tremolante e l’hanno spinta nella fornace. Attraverso un oblò siamo rimasti a guardare come bruciava, quanto fosse allegra e accogliente la fiamma. Hanno aggiunto carburante e il tutto è andato ancora meglio… ‘Il cervello brucia!’, ha detto l’ingegnere. I lavoratori si sono affollati attorno all’oblò. Ci siamo alternati a sbirciare, e commentavamo con gusto: ‘Il cranio si è spezzato!’; ‘I polmoni stanno bruciando!’ Mentre con cortesia lasciavamo andare avanti le donne.” 

La chiesa che divenne un crematorio 

Il primo crematorio di San Pietroburgo fu attivo solo per due mesi, bruciando oltre 400 corpi, principalmente quelli di mendicanti, persone non identificate e prigionieri di guerra. Quindi fu chiuso perché era troppo costoso da gestire. Ma il governo continuò a promuovere la cremazione. Nel 1925 una rivista di Mosca pubblicò un articolo con il titolo: “La combustione di cadaveri umani ha sempre più sostenitori”. 

Ciò che i bolscevichi non riuscirono a fare a San Pietroburgo, lo fecero a Mosca: nel 1927 il crematorio Donskoj fu aperto nella chiesa incompiuta di San Serafino di Sarov, situata proprio nel cimitero di Donskoe, un luogo molto venerato dai credenti.

La cupola della chiesa fu sostituita da una ciminiera alta 20 metri. Nel seminterrato c’erano un obitorio, docce e uffici. Il crematorio usava un organo a canne del 1898, prelevato dalla demolita chiesa luterana nel quartiere tedesco di Mosca. Piuttosto cupamente, le fornaci per il crematorio di Donskoj furono installate da Topf and Sons, una società di ingegneria che in seguito costruì i forni crematori per i campi di sterminio nazisti di Buchenwald, Dachau, Mauthausen-Gusen, Gross-Rosen e per il ghetto di Mogilev. I destini dolorosi di molte vittime tedesche e russe si sono intrecciati in questo edificio. 

Il primo incenerimento fu eseguito il 29 dicembre 1926. La cremazione durò un’ora e mezzo e la struttura si dimostrò molto efficace. Nell’ottobre del 1927 fu aperto ufficialmente il crematorio. Si guadagnò il soprannome di “Rostro dell’ateismo” e operò fino al 1973. Nel 1934 il corpo del suo architetto, Dmitrij Osipov, fu bruciato qui, e le sue ceneri sepolte all’interno dell’edificio. 

Nel 1973 fu inaugurato a Mosca il crematorio Nikolo-Arkhangelskij (il più grande in Europa), e il Donskoj fu ufficialmente chiuso. Per dieci anni fino al 1984 fu adibito alla cremazione dei corpi dei più alti funzionari del Partito Comunista, e nel 1992 l’edificio è stato restituito alla Chiesa, la ciminiera è stata demolita e sono riprese le funzioni ortodosse.

Un muro temporaneo separa ora la chiesa dalle estensioni del periodo sovietico che ospitano ancora oltre 7.000 urne funerarie piene di ceneri di defunti. L’esistenza del colombario è un ostacolo all’idea di riportare la chiesa all’aspetto pre rivoluzionario. La maggior parte dei moscoviti i cui parenti sono sepolti qui sono fermamente contrari a spostare le ceneri in un nuovo colombario. Molte urne e le nicchie in cui riposano sono in condizioni terribili e spostarle potrebbe distruggerle del tutto. “Sono indignato da questa situazione”, ha detto il famoso attore russo Aleksandr Shirvindt nel 2012. “Questo crematorio contiene le ceneri dei miei genitori e di mia sorella”.

Nel 2019, la situazione è ancora in sospeso: matrimoni, funerali e battesimi vengono eseguiti in chiesa, mentre le ceneri dei cittadini sovietici restano lì accanto, a poca distanza.

 

Il tabùpiùgrande: come i russi affrontano la morte 

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