I mori di corte: come i neri africani prosperarono sotto gli zar

Mihály Zichy/Museo Ermitage
Erano molto apprezzati dalle imperatrici russe e venivano ben pagati per i loro servigi, a differenza dei servi russi che lavoravano in cambio di vitto e alloggio

“Guardarono il giovane negro come se fosse un miracolo, lo circondarono, lo riempirono di saluti e domande; ma questo tipo di curiosità infastidiva la sua autostima… si sentiva come una sorta di animale raro”, scrisse Aleksandr Pushkin, il famoso poeta del XIX secolo, nel suo romanzo storico incompiuto, “Il negro di Pietro il Grande”, che descriveva la vita di un uomo africano, Ibrahim, alla corte dello zar.

Pushkin aveva motivi personali per scrivere questo romanzo. Ibrahim era una figura storica, uno schiavo proveniente dall’Africa che in seguito ebbe una vita florida in Russia, divenne un nobile e stabilì una dinastia. Ma ancor di più, Pushkin era il suo pronipote.

Il grande Hannibal e la sua importanza

Sono passati diversi secoli e quindi è difficile determinare dove fosse nato Ibrahim (1696 - 1781). Varie versioni antiche della sua biografia suggeriscono che sia nato in Etiopia, ma in seguito una ricerca di Dieudonné Gnammankou, uno slavista beninese, ha insistito sul fatto che Ibrahim fosse del Camerun.

Qualunque sia la sua vera patria, è quasi certo che i turchi l’abbiano rapito, e che, attraverso la tratta degli schiavi, sia finito alla corte russa. Pietro il Grande trattò bene Ibrahim, e non solo gli concesse la libertà, ma lo battezzò come Abram Petrovich Hannibal (Hannibal, ovvero Annibale, il famoso comandante nordafricano dell’antica Cartagine, è il cognome che Ibrahim si scelse da solo).

Ibrahim seguì corsi militari e di ingegneria, studiò in Francia e lavorò come segretario dell’Imperatore. Gnammankou sottolinea che contribuì a sviluppare le relazioni russo-francesi visitando Parigi insieme al suo sovrano.

“L’africano, o dovrei dire l’africano-russo, aiutò a stabilire relazioni diplomatiche, scientifiche e culturali tra i due grandi Paesi europei: la Russia e la Francia”, ha detto Gnammankou in un’intervista alla Tass.

Hannibal ebbe poi le sue difficoltà. Dopo che Pietro il Grande morì nel 1725, il suo favorito africano cadde in disgrazia con il nuovo sovrano della Russia (la moglie di Pietro, Caterina I) e fu esiliato in Siberia. Solo quando la figlia di Pietro, Elisabetta (Elizaveta Petrovna), salì al trono nel 1741, lui poté tornare nella sua tenuta e condusse una lunga vita, avendo 11 figli. Tra di loro c’era il nonno di Pushkin, Osip Hannibal, e così il poeta ricordava sempre la sua eredità africana.

Chi erano gli arapi?

La storia di Hannibal è piuttosto insolita, ma non unica. Nel XVIII e XIX secolo molte persone prestarono servizio come “arapi” alla corte russa. Non confondeteli con gli arabi, la parola veniva usata al posto di “nero” o “moro”. Un “arap”, secondo il dizionario del 1863 di Vladimir Dal, era “una persona dalla pelle scura proveniente dai Paesi caldi, principalmente dall’Africa”. Il secondo significato era “un portiere, un guardiano”, ed è quello che facevano gli arabi a corte.

Sophie Buxhoeveden, una damigella d’onore dell’imperatrice Aleksandra (la moglie di Nicola II), ricordò: “I domestici neri, vestiti con abiti orientali, davano un sapore speciale ed esotico a tutto ciò che si trovava nel palazzo.” La loro presenza simboleggiava quanto grande e potente fosse l’Impero, abbracciando il mondo intero con la sua influenza.

Sembra razzista? Forse. Ma tale pratica era comune alle corti della maggior parte dei monarchi europei di quel tempo, e il lavoro era ben retribuito.

“Gli arapi erano tra i pochi al palazzo dello Zar che avevano uno stipendio, ed era piuttosto grande”, spiega lo storico Igor Zimin nel suo libro ‘La Corte degli imperatori russi’. La maggior parte dei servi russi lavorava invece solo in cambio di vitto e alloggio.

Una competizione intensa

Nel diciannovesimo secolo, molti africani degli Stati Uniti videro il trasferimento in Russia come un’opportunità per una vita migliore, per sfuggire alla brutalità della schiavitù americana.

“Il primo arap americano alla corte russa era un ex valetto dell’ambasciatore statunitense a San Pietroburgo, che ottenne il suo nuovo lavoro nel 1810. Probabilmente le notizie di questo buon lavoro si diffusero velocemente nei porti americani e molti avventurieri neri si precipitarono in Russia, di solito come marinai sulle poche navi dirette a San Pietroburgo”, scrive Zimin.

La competizione, tuttavia, era intensa e durante il regno di Nicola I (1825-1855) il numero di arapi si limitò a otto. Le imperatrici che lo avevano preceduto, con un debole per l’esotismo, avevano invece decine e decine di servi neri. Più erano alti e più la loro pelle era scura, e più avevano facilità a trovare lavoro. Inoltre, chiunque volesse servire alla corte era obbligato a battezzarsi al cristianesimo (non necessariamente all’ortodossia).

Non furono solo gli americani ad essere arapi. Nina Tarasova, che lavora all’Ermitage, racconta la storia di George Maria, di Capo Verde (una colonia portoghese), che ha servito per molti anni alla corte zarista ed è rimasto in Russia molto tempo dopo l’abdicazione di Nicola II.

“Entrambi i figli hanno combattuto nella Grande Guerra Patriottica, la Seconda Guerra mondiale. Uno è morto e l’altro è arrivato al Giorno della Vittoria”, ha detto Tarasova.

Come potete vedere, alcuni arapi hanno profonde radici in Russia. In generale, tuttavia, i loro giorni migliori terminarono con la caduta dell’Impero nel 1917. Durante il periodo sovietico, un nuovo tipo di africano, e di afroamericano, trovò opportunità qui: erano studenti, ingegneri e leader socialisti. Ma questa è tutta un’altra storia.

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