Cinque storie misteriose sui più sfarzosi gioielli zaristi

Brillanti, diamanti, corone, tiare dal valore inestimabile e dalle tante leggende. Cosa nascondono i più importanti tesori della Russia, e che fine hanno fatto quelli venduti (spesso svenduti) dopo la Rivoluzione?

La Corte russa era una delle più ricche dell’intera Europa. Il luccichio dei brillanti, dei rubini e degli zaffiri accecava, e contribuiva a creare l’aura di supremazia. Così scrivevano nelle loro memorie gli ambasciatori e i monarchi stranieri dopo essere stati a ricevimento dagli zar russi. Ecco le cinque storie più ricche di mistero, tra quelle legate agli straordinari capolavori del tesoro zarista.

1. La Corona di Monomaco
È il più antico simbolo del potere zarista. Le placche d’oro della parte superiore sono decorate con oltre quaranta pietre preziose: smeraldi, zaffiri, rubini, perle, mentre l’orlatura inferiore è guarnita di zibellino.

Gli zar sostenevano la leggenda che la corona fosse un dono dell’imperatore bizantino Costantino IX Monomaco (1000 circa-1055) al nipote Vladimir Monomaco (1053-1125), sovrano della Rus’ di Kiev. fondatore della città di Vladimir, e antenato di Ivan III. E che a Costantinopoli la corona fosse arrivata da Babilonia, dove era stata rinvenuta tra gli oggetti del tesoro di Nabucodonosor. Dal sovrano di Kiev era poi passata a quello di Vladimir e infine a quello di Mosca, dopo che i principati erano stati riuniti proprio da Ivan III (1440 –1505) in un’unica grande potenza territoriale. Su questa base si definiva Mosca “Terza Roma” e si legittimava il potere panrusso dei sovrani moscoviti.
Ma all’epoca della morte di Costantino IX, il nipote al quale la corona sarebbe stata donata aveva solo due anni, e sarebbe diventato Gran Principe di Kiev solo nel 1113, 58 anni dopo! Dal punto di vista degli storici, dunque, la versione più credibile, è che la corona, la cui forma riprende modelli tipici dell’Asia centrale, risalga al XIII-XIV secolo e sia stata creata da maestri asiatici e donata da Uzbek Khan (1282-1341), khan dell’Orda d’Oro, al principe di Mosca Ivan I di Russia (1283-1340), per i suoi fedeli servigi e la sua sottomissione. Da allora “il copricapo d’oro” è ricordato in tutti i testamenti, e la corona passava di padre in figlio (al primogenito). I sovrani russi la indossavano solo un giorno in tutta la vita, in occasione della loro incoronazione. L’ultima volta fu usata il 6 luglio 1682 per l’incoronazione di Ivan V.

2. Il Brillante Orlov

Nel XVIII secolo, a capo della Russia ci furono principalmente donne, e in questo periodo la Corte russa brillava nel senso letterale del termine. La più appassionata di pietre preziose fu senz’altro Caterina II, detta la Grande (1729-1796). Non stupisce che proprio sotto il suo regno il tesoro di Corte si sia arricchito di uno dei diamanti più grandi al mondo, il brillante “Orlov”, che nel 1774 divenne ornamento dello scettro imperiale.
Secondo la leggenda, il nome deriva dal fatto che fu un regalo del favorito Grigorij Orlov all’imperatrice. Ma secondo un’altra versione, Caterina lo acquistò da sola con i soldi dell’erario e poi chiese a Orlov di inscenare le storia del dono, per nascondere l’enorme sperpero.

Il brillante, alto 22 millimetri, largo 32 e lungo 35, con una massa di 199,6 carati era stato trovato in India (grezzo superava i 400 carati) all’inizio del XVII secolo e il suo primo proprietario era stato il Gran Mogol. Nel 1739 Nadir, scià dei persiani, conquistò Delhi e portò via la pietra preziosa insieme ad altri tesori. In seguito, il brillante, riportato in India dopo la morte dello scià, fu incastonato in un occhio della statua del Dio Ranganatha in un tempio induista e fu rubato da un soldato francese disertore. Pur di arrivare a questo obiettivo, si convertì all’induismo e prestò servizio nel monastero, fino a guadagnarsi la fiducia dei brahmani e compiere il clamoroso furto. Grazie a lui, la pietra preziosa arrivò in Europa, a Londra. Cambiò più volte proprietario e alla fine finì tra le mani del gioielliere di Corte di Caterina, Ivan Lazarev, e divenne parte del tesoro russo nel 1773.

3. Il Diamante Scià
Ecco un altro diamante unico finito in Russia, ma in modo più tragico. Nel 1829 lo scià di Persia lo donò a Nicola I come compensazione per l’uccisione a Teheran dell’ambasciatore russo, lo scrittore Aleksandr Griboedov, autore della nota commedia in versi “Che disgrazia l’ingegno!”.

Il grande diamante trasparente, dall’insolita forma allungata, ha un peso di 88,7 carati. La levigazione e l’intaglio indicano che era usato come talismano.
La sua storia inizia in una miniera indiana verso la metà del XV secolo. Su tre lati di esso sono incisi i nomi dei sovrani che lo possedettero in tempi diversi: il Sultano Burhan II, che lo chiamò “il dito di Allah”, il sovrano del grande impero moghul Shah Jahan I e il persiano Feth Ali Shah. Per una strana coincidenza, dopo ciascuna iscrizione, si sono verificate guerre o rivolte e il diamante ha cambiato proprietario.

L’ultimo passaggio di mano avvenne nel 1824, dopo di che l’esercito dello Shah fu sconfitto nella guerra russo-persiana. Secondo il trattato di pace, il territorio dell’Armenia orientale passò all’Impero russo, inoltre lo scià doveva pagare all’Imperatore 20 milioni di rubli in argento. E sebbene il diamante fosse ufficialmente fatto passare per ricompensa del sangue del console russo a Teheran, gli storici credono che l’imperatore l’abbia ricevuto come pagamento delle riparazioni di guerra.

4. La Tiara di Vladimir

La storia di questo diadema di brillanti con grandi perle a forma di lacrima, con cui appare spesso in pubblico la regina inglese Elisabetta II, è iniziata nell’Impero russo del XIX secolo. Nel 1874 il granduca Vladimir Aleksandrovich Romanov, fratello minore di Alessandro III, la donò alla sua fidanzata, la duchessa Maria di Meclemburgo-Schwerin, come regalo di nozze. Fu realizzata dalla casa di gioiellieri Bolin, fornitori ufficiali della Corte imperiale, e prese il nome da Vladimir, che l’aveva ordinata.
Dopo la Rivoluzione, la nobildonna si nascose a Kislovodsk, nel Caucaso, e poi, quasi per miracolo, grazie all’aiuto del diplomatico e antiquario inglese Albert Stopford, riuscì a far uscire dalla Russia sovietica soldi e gioielli. La donna morì nel settembre del 1920 a Contrexéville, in Francia, dove aveva una villa. La ricca collezione di gioielli, arrivata ai familiari in una valigia diplomatica, fu venduta dalla figlia alla regina consorte del Regno Unito Maria di Teck, moglie di Giorgio V. Quindi, per Elisabetta II la tiara rappresenta un’eredità della nonna e non un simbolo della grandezza e della caduta dell’Impero russo.

5. I gioielli dell’ultima Imperatrice

La moglie di Nicola II, Aleksandra Fjodorovna Romanova possedeva una meravigliosa collezione di gioielli. Tra questi c’erano dei pezzi unici: una spilla Fabergé a forma di rosa tè con brillanti colorati, e un collier lungo due metri con perle perfette della grandezza di un acino. Quando nel 1917 i bolscevichi deportarono la famiglia imperiale in Siberia, l’imperatrice consorte e le figlie portarono con sé i gioielli, nascondendo i monili addosso, sotto i vestiti e cucendo i brillanti al posto dei bottoni e infilando il resto nei risvolti dei copricapi, e negli orli degli abiti e persino della biancheria intima. Dopo la fucilazione, avvenuta a Ekaterinburg il 17 luglio del 1918, i gioielli furono presi dai bolscevichi.
Nel 1925-26 apparve un catalogo illustrato del Fondo dei diamanti, che comprendeva le pietre preziose e altri oggetti regali della famiglia imperiale. Diviso in quattro parti, il catalogo era tradotto in varie lingue europee e fu diffuso ai potenziali acquirenti.
Nell’ottobre del 1926, Norman Weiss, rappresentante di un consorzio anglo americano, acquistò circa dieci chilogrammi del tesoro degli zar, pagando appena 50 mila sterline.
Qualcosa vendette a Christie’s, ma la gran parte dei capolavori furono battuti in un’asta organizzata da lui stesso a Londra nel marzo del 1927. Nei 124 lotti c’erano anche la corona nuziale imperiale, il diadema con le spighe, il porte-bouquet di rubini di Caterina la Grande.

Dei 773 oggetti che, dopo la Rivoluzione, formavano il Fondo dei diamanti imperiali, 569 vennero venduti dai bolscevichi negli anni Venti e Trenta, quasi sempre parecchio al di sotto del valore reale. Incedibili rimasero solo alcuni importanti monili usati in passato nel corso delle incoronazioni, e le due pietre più preziose: il brillante Orlov e il diamante Scià.

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