L’inferno di Stalingrado nelle testimonianze di chi lo visse

Storia
ALEKSEJ TIMOFEJCHEV
Nel novembre di 75 anni fa iniziò la controffensiva dell’Armata Rossa che avrebbe chiuso i tedeschi e i loro alleati fascisti in una morsa mortale. Ecco le pagine di diario, di vincitori e vinti, nei giorni che cambiarono il destino dell’invasione nazista dell’Urss e di tutta la guerra

I tedeschi lanciarono la loro offensiva contro la città che portava il nome del leader sovietico alla metà di luglio del 1942. La caduta di Stalingrado avrebbe permesso a Hitler di avere libero accesso ai pozzi petroliferi del Caspio e del Caucaso e avrebbe avuto disastrose conseguenze per l’Urss. La battaglia per la presa della città iniziò con un devastante bombardamento il 23 di agosto e proseguì per oltre due mesi, fino alla controffensiva dell’Armata Rossa.
Il bombardamento di Stalingrado
“Massicci bombardamenti aerei. In due ore la città è stata completamente distrutta. Fumo, aria irrespirabile, il bagliore degli incendi. Brucia tutto, persino i mattoni. Sparavamo agli aerei nemici anche con il fucile. Qui è l’inferno, un assoluto inferno in terra!”, scrisse Marina Krasnykh, una delle ragazze dei reggimenti contraerei, nel suo diario. 

“Le case bruciano. Edifici, palazzi della cultura, scuole, istituti, teatri e uffici stanno cadendo al suolo. La città è stata trasformata in un vero inferno. Le bombe continuano a cadere dal cielo, annerito dal fumo. Il centro della città è immerso in un inimmaginabile enorme incendio. A causa delle altissime temperature, si sono levati degli strani venti, che alimentano le fiamme. Ora sembra che tutto stia bruciando: anche il cielo e l’orizzonte, a perdita d’occhio”. Furono queste le parole usate da Aleksej Chujanov, capo della sezione di Stalingrado del Partito comunista, per descrivere in quelle ore la situazione in città.
Si pensa che la temperatura nel centro cittadino abbia raggiunto i 1.000ºC. Fino a quel momento, si trattò del più grande bombardamento della Luftwaffe nella Seconda guerra mondiale, con più di 2.000 incursioni aeree. Stalingrado fu rasa al suolo. Nessuno sa quanti civili siano stati uccisi solo dal bombardamento, le stime vanno da 40.000 a 90.000. Gli storici ritengono che i tedeschi mirassero a rendere impossibile la difesa della città, ad annichilire il suo potenziale industriale e a infondere il terrore in chi resisteva. Qualcosa di simile fu poi fatto dagli Alleati con i bombardamenti di Amburgo, Dresda e Tokyo. Ma a differenza di queste città, Stalingrado continuò a resistere.

La casa di Pavlov
“Il 3 di ottobre, il nemico ha iniziato ad attaccare il nostro edificio. Hanno cercato di prenderlo a ogni costo, perché controllarlo è fondamentale, in quest’area, per arrivare al Volga. Ogni giorno dobbiamo resistere a molti assalti feroci. Per due mesi hanno preso stabilmente parte alla difesa 24 uomini, ma c’è stata una volta in cui non erano presenti che 15 soldati. Abbiamo liquidato molti hitleriani”, scriveva uno dei difensori del palazzo, Ivan Afanasev.

Uno dei generali che comandavano le forze sovietiche a Stalingrado, Vasilij Chuikov, più tardi sottolineò nelle sue memorie che i tedeschi persero più uomini nel tentativo di prendere la Casa Pavlov che nella conquista di Parigi.
“Noi, un manipolo di combattenti, eravamo inondati di bombe dagli aerei fascisti, attaccati dai carri armati nemici, spietatamente bersagliati dall’artiglieria e dai mortai tedeschi. Sparavamo con mitra e fucili automatici senza stop. Mancava tutto: munizioni, cibo, acqua. Persino l’aria era poca per il fumo delle continue esplosioni”, ricordò poi il sergente Jakov Pavlov, da cui la casa ha preso nome.

Pare che sulle mappe del comandante delle forze tedesche a Stalingrado, il feldmaresciallo Friedrich Paulus, la Casa di Pavlov fosse segnata come una fortezza. Prima della guerra, al contrario, l’edificio era un comune palazzo di quattro piani con appartamenti, ma dopo il conflitto divenne il simbolo della fiera resistenza dei sodati dell’Armata Rossa. Nel dopoguerra, fu ricostruita ed ancora oggi è un edificio residenziale, ma accanto sorge un monumento edificato con i mattoni rossi della casa originaria.
“Siamo arrivati all’inferno”
“È da ieri che non mangio. Ho bevuto solo un po’ di caffè. Sono assolutamente disperato. Dio, quanto durerà tutto questo? I feriti sono con noi. Non possiamo evacuarli. Siamo circondati. Stalingrado è l’inferno. Bolliamo la carne dei cavalli morti. Non abbiamo sale. In molti hanno contratto la dissenteria. Com’è orribile la vita! Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo? Qui, in questo scantinato, siamo ammucchiati in trenta, uno sopra l’altro. Fa buio alle due. La notte è infinita. Il giorno arriverà mai più?”, scriveva nel suo diario uno sconosciuto “lancia spezzata” (primo grado dei militari di truppa, inferiore a quello di caporale) tedesco, il 10 di dicembre. Molto probabilmente non sopravvisse. I suoi appunti furono trovati dai soldati sovietici alla fine di dicembre o all’inizio di gennaio.

Le truppe tedesche non si aspettavano la controffensiva sovietica che ebbe inizio il 19 di novembre. L’Armata rossa riuscì ad accerchiare la 6º Armata tedesca e le unità alleate, in quella che divenne la Sacca di Stalingrado. Oltre 90 mila tedeschi vennero fatti prigionieri. La Germania e i suoi alleati persero a Stalingrado circa un milione di uomini (tra cui oltre 40 mila italiani, mentre 50 mila furono fatti prigionieri nel corso della ritirata). La Battaglia di Stalingrado divenne un punto di svolta della guerra contro il nazifascimo.