A caccia del Buran: l’avventura proibita del roofer russo

La prima cosa che viene in mente quando si pensa al programma spaziale dell’Urss e alla progettazione del Buran, è senza ombra di dubbio l’elevato livello di ambizioni che nutriva l’Unione Sovietica nell’ambito della corsa allo spazio. Il Buran è infatti la risposta russa allo Space Shuttle della Nasa. Il 15 novembre 1988, dopo aver girato due volte intorno alla terra, la navicella Buran è atterrata nel cosmodromo di Bajkonur, in Kazakhstan. Nonostante le grandi aspettative che si nutrivano nei confronti di questa navicella, il Buran non ha più volato. Ed è entrato nella storia come il progetto di esplorazione spaziale più costoso e importante dell’Unione Sovietica, cancellato subito dopo la dissoluzione dell’Urss

La prima cosa che viene in mente quando si pensa al programma spaziale dell’Urss e alla progettazione del Buran, è senza ombra di dubbio l’elevato livello di ambizioni che nutriva l’Unione Sovietica nell’ambito della corsa allo spazio. Il Buran è infatti la risposta russa allo Space Shuttle della Nasa. Il 15 novembre 1988, dopo aver girato due volte intorno alla terra, la navicella Buran è atterrata nel cosmodromo di Bajkonur, in Kazakhstan. Nonostante le grandi aspettative che si nutrivano nei confronti di questa navicella, il Buran non ha più volato. Ed è entrato nella storia come il progetto di esplorazione spaziale più costoso e importante dell’Unione Sovietica, cancellato subito dopo la dissoluzione dell’Urss

Vitaly Raskalov
Insieme ad altri quattro ragazzi, Vitalij Raskalov ha attraversato la steppa del Kazakhstan per infilarsi di nascosto nel cosmodromo di Bajkonur, dove è custodito il simbolo della corsa sovietica allo spazio
Alcuni analisti militari hanno spiegato alla rivista New Scientist che il Buran non prevedeva nessuna missione civile ed era stato concepito per trasportare delle armi nello spazio
“Ricordo come era grande – commenta Vitalij Raskalov, roofer, che ha visitato di nascosto il cosmodromo di Bajkonur nel maggio 2017 -. Era molto più grande di come sembrava nelle immagini”. Vitalij è una delle poche persone che sono riuscite a entrare nel cosmodromo senza  permesso: l’accesso di civili all’interno del Bajkonur infatti non è consentito. Bajkonur continua a mantenere lo status di città chiusa così come era in epoca sovietica. “Puoi acquistare un biglietto del treno da Mosca solo se hai il permesso per entrare – dice -. Ma noi questo permesso non lo avevamo”
Insieme a quattro ragazzi inglesi, il roofer russo ha scelto una via d’accesso alternativa. “Abbiamo trovato delle informazioni su internet – racconta Raskalov-, gente che aveva lavorato lì e di turisti come noi. C’era stato anche un motociclista che era arrivato al cosmodromo per caso. Ma lui lo hanno preso, a noi invece noi...”
Il gruppo ha raggiunto Almaty in volo e da lì ha preso un treno fino a Kyzylorda, affrontando in taxi l’ultima parte del tragitto. “Non c’è niente di strano. Anche in Kazakhstan la gente gira in taxi. Al tassista abbiamo detto di essere fotografi e di voler realizzare alcune foto delle stelle. È stato così che ci ha lasciato nel bel mezzo della steppa. Eravamo soli - dice -. Ovviamente il cosmodromo di Bajkonur è molto sorvegliato. Ma non sapevamo con esattezza quante guardie ci fossero. Il territorio è enorme: come si può vigilare un territorio così immenso?”
Il gruppo ha quindi seguito la stessa rotta percorsa dal motociclista, camminando per due intere notti. “Io portavo con me sei litri di acqua, qualcosa da mangiare, una giacca e un sacco a pelo per dormire. Era tutto quello che avevo. Durante la nostra esplorazione abbiamo trovato una rampa di lancio di missili balistici intercontinentali, con un enorme buco nel terreno”, racconta Raskalov
L’hangar che ospita il Buran si trova a circa 30 chilometri di distanza dall’antica rampa di lancio. Situato all’interno del territorio del cosmodromo, è attraversato da strade e si presenta in buono stato. “Alle prime ore dell’alba, all’interno dell’hangar abbiamo trovato un gruppo di russi – racconta Raskalov -. Erano lì con il nostro stesso obiettivo: scattare delle foto. Ma c’era anche un guardiano. Io sono riuscito a nascondermi, mentre i ragazzi del mio gruppo non sono stati altrettanto fortunati. Io sono stato preso più tardi, quella stessa notte”
Gli stranieri, racconta, sono stati interrogati da alcuni agenti del Servizio federale di sicurezza. Dopo 12 ore di interrogatorio si sono convinti che non si trattava di spie né di terroristi e li hanno rilasciati. “Per quanto riguarda me – dice –, credo che abbiano pensato che appartenessi allo stesso gruppo e forse non avevano voglia di perdere altro tempo”
 “Devo ammettere che non mi fermano quasi mai – racconta il roofer -, Bajkonur è stata l’unica eccezione. Il mio unico obiettivo è realizzare delle belle fotografie, siano esse legali o illegali”