Chkheidze, l'icona santa del Soviet di Pietrogrado

Nikolay Chkheidze

Nikolay Chkheidze

RIA Novosti
Il menscevico Nikolaj Chkheidze si ritrovò per qualche mese a decidere le sorti della Pietrogrado rivoluzionaria, essendo a capo dell’organo concorrente al Governo provvisorio, il Consiglio dei deputati degli operai e dei soldati. Il sistema di “doppio potere” formatosi al tramonto dell’impero zarista è in buona parte legato a questa figura

Nikolaj Chkheidze. Fonte: Ria NovostiNikolaj Chkheidze. Fonte: Ria Novosti

Nikolaj Chkheidze, georgiano di nascita, entrò nella grande politica – come molti all’epoca – con i fatti della Prima rivoluzione russa del 1905-1907. Nel 1907 divenne deputato della Camera bassa del parlamento russo, la Duma di Stato.

Dopo l’insuccesso della rivoluzione Chkheidze capì che i menscevichi (prima della spaccatura del 1903 uniti ai bolscevichi nel partito social-democratico) dovevano concentrarsi sul lavoro parlamentare. Dopo l’elezione di Chkheidze un leader dei menscevichi scrisse da Parigi che egli era “il più colto marxista di tutto il Caucaso”. Nella Duma fu da un lato a capo della frazione dei menscevichi, attaccando a più riprese il regime zarista, dall’altro cementò con sapienza i rapporti con l’ala liberale del parlamento.

"Senso di stabilità"

Durante la Rivoluzione di febbraio Chkheidze si ritrovò al centro degli eventi. Faceva parte di entrambi gli organi rivoluzionari appena sorti, partecipava sia ai lavori del Comitato temporaneo della Duma, che la notte del 2 marzo annunciò la presa del potere, sia al Petrosovet – il Consiglio dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado. Quest’ultimo venne creato seguendo l’esempio dei Consigli, o Soviet, risalenti alla prima rivoluzione del 1905. Operai e soldati della guarnigione di Pietrogrado mandavano nel Palazzo di Tauride, sede della Duma, e ora del Comitato esecutivo del Petrosovet, un delegato per ogni mille operai o per ogni unità militare. A capo del Comitato esecutivo, che in breve tempo si impose in tutto il Paese, venne eletto proprio Chkheidze che si era rifiutato di entrare nel Governo provvisorio nato sulla base del Comitato della Duma. Secondo il leader social-rivoluzionario Viktor Chernov, Chkheidze “divenne capo del Soviet di Pietrogrado perché con lui stava aumentando il senso di stabilità e lucidità politica”.

Nei primi giorni della Rivoluzione Chkheidze era uno dei leader più richiesti. “Lo chiamavano ogni minuto al Comitato della Duma, alle sedute del Consiglio, ma soprattutto ‘tra la gente’, nella folla che stazionava e faceva i turni davanti al Palazzo di Tauride”, ricorda il socialista Nikolaj Sukhanov che in seguito definì Chkheidze “l’icona più sacra del Palazzo di Tauride, che non compiva miracoli, ma nemmeno si inimicava il prossimo. Presiedeva e basta”.

Pian piano il Pietrosovet delineò la formula per collaborare col Governo provvisorio, ribattezzata “nella misura in cui”: il Consiglio dei deputati degli operai e dei soldati avrebbe fornito appoggio al governo nella misura in cui quest’ultimo avesse soddisfatto i punti essenziali del programma dei socialisti: un accordo di pace, la riforma agraria e la convocazione dell’Assemblea costituente. Se il governo non avesse accolto favorevolmente il Pietrosovet, i leader sovietici avrebbero risposto con la stessa moneta. Una tale diarchia del potere era condannata in partenza all’instabilità, con crisi continue all’interno del sistema.

Fuori dalla Rivoluzione

In merito alla questione fondamentale di quei mesi – la guerra – la posizione di Chkheidze e del Consiglio di Pietrogrado da lui presieduto era vicina a quella del governo ed era a favore della difesa della “patria rivoluzionaria”. “Attualmente il primo obiettivo per noi è la difesa della Russia, libera e rivoluzionaria, da qualsiasi attentato proveniente dall’interno, dalle forze controrivoluzionarie, e dall’esterno, dagli assalitori oltreconfine” sosteneva Chkheidze. Questo discorso venne pronunciato alla Stazione di Finlandia il 3 aprile, dove Chkheidze era in attesa di incontrare Vladimir Lenin di ritorno dall’emigrazione. Il leader bolscevico era totalmente in disaccordo con la posizione del capo del Comitato esecutivo del Petrosovet; appena rientrato in patria annunciò la necessità della rivoluzione socialista mondiale, il passaggio del potere nelle mani dei Soviet e la cessazione immediata della guerra.

Chkheidze invece era convinto che la Russia non avesse ancora superato la fase dello sviluppo borghese e non fosse pronta ai rivolgimenti in direzione socialista; per tale motivo i rappresentanti della borghesia dovevano rimanere al potere, come già avveniva nel Governo provvisorio. Sulla spinta di queste considerazione nella primavera del 1917 Chkheidze affermò: “Soltanto Lenin rimarrà fuori dalla Rivoluzione, noi andremo per la nostra strada”. Invece a settembre furono i bolscevichi a ottenere la maggioranza nel Petrosovet, dove Chkheidze fu sostituito da Lev Trotskij. I bolscevichi posero fine alla cosiddetta politica di “opportunismo” con la borghesia di cui il leader menscevico era incarnazione.

Chkheidze non accettò la Rivoluzione d’ottobre. Tornò in Georgia dove entrò nel governo menscevico della Repubblica democratica georgiana, indipendente da Mosca. La Repubblica ebbe vita breve, già nel 1921 le truppe dell’Armata Rossa entrarono in Georgia. Chkheidze raggiunse quindi la Francia dove si suicidò cinque anni dopo, già affetto da una tubercolosi cronica.

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