Il peso del vatnik nella storia

Sempre presente nel guardaroba russo, oggi il vatnik non si porta quasi più. Forse ciò è dovuto al contesto negativo a cui era legato negli anni Ottanta (Foto: Alexei Kudenko/RIA Novosti)

Sempre presente nel guardaroba russo, oggi il vatnik non si porta quasi più. Forse ciò è dovuto al contesto negativo a cui era legato negli anni Ottanta (Foto: Alexei Kudenko/RIA Novosti)

Uniforme da fanteria prima, indumento di culto poi. Tutte le trasformazioni del tipico giaccone imbottito russo, diventato il simbolo di una nazione

Per i russi nel XX secolo il vatnik, il tipico giaccone imbottito russo, è stato più che un capo di abbigliamento: è diventato un simbolo che ha unito la nazione e le sue forze.

Il retaggio bizantino

I giacconi di lino corti trapuntati, resi più caldi dall’imbottitura di ovatta, e imbevuti di aceto, dal X secolo divennero l’uniforme della fanteria bizantina. L’antico vatnik, o giubba imbottita, come veniva chiamato, apparteneva alla tipologia delle armature leggere. Certo, il vatnik bizantino difficilmente riusciva a proteggere dalle frecce, ma poteva difendere la vita nel caso di un colpo d’arma da taglio o di ascia. Gli storici ritengono che nei secoli XI-XII si estese da Bizanzio alle guardie armate dei principi russi, ma l’invasione tataro-mongola modificò il costume e il vatnik bizantino sparì senza lasciare tracce dal “guardaroba” militare russo.

Made in China

Il vatnik attuale fece probabilmente la sua comparsa durante la guerra russo-giapponese. In Manciuria, dov’erano acquartierate, le truppe dell’esercito russo furono attratte dalle comode e calde giacche trapuntate dei residenti e decisero di acquistarle dai commercianti locali. Dopo la smobilitazione dell’esercito, il vatnik si diffuse in tutto l’Impero russo, diventando un vero e proprio indumento di culto. In seguito fu utilizzato tanto nella Prima Guerra Mondiale  che durante le guerre civili.

Il fascino intramontabile delle pellicce

Standardizzazione

Nell’autunno del 1932 il comitato per la standardizzazione del Commissariato del popolo dell’industria leggera sovietica standardizzò il vatnik: “Il giaccone trapuntato, imbottito di ovatta, è monopetto, di taglio diritto, e si abbottona  fino alla  gola; sul lato sinistro i quattro bottoni hanno asole cucite a mano. I lembi diritti senza pinces, con tasche laterali applicate trapuntati fino in alto, con fodera e imbottitura con cuciture parallele eseguite a macchina. La distanza tra le imbottiture è di 6 cm. Il dorso è diritto e trattenuto in vita da una cintura con fibbia metallica. Il dorso è interamente imbottito. Il colletto è diritto e morbido e si aggancia con un alamaro al bottone, cucito alla sua estremità sinistra. L’altezza del colletto è di 3 cm. Le maniche alla raglan terminano in fondo con un piccolo taglio e i polsini, che si chiudono mediante un alamaro a un bottone cucito sulla metà superiore del polsino”. Le autorità videro nel vatnik un capo di abbigliamento ideale, che poteva essere adatto sia al lavoro che alla guerra. I giacconi imbottiti divennero di fatto l’uniforme dei costruttori del Belomorkanal.

La divisa dei vagabondi

Il giaccone imbottito “standard” rappresenta un ibrido tra la sibirka, una sorta di corto caffetano diffuso tra i mercanti, e il cosiddetto volan o falpalà, usato dai cocchieri. Ecco come veniva descritto questo indumento dallo scrittore Giljarovskij: “Con l’aria soddisfatta, nei loro ridicoli volan di tessuto costoso, stretti da cinture di seta ricamate, i vetturini guardano fieri i passanti. I volan  fecero la loro comparsa nei tempi andati quando un aristocratico in collera poteva prendere a pugni o a calci nel didietro il suo servo della gleba, cocchiere. Allora il volan, imbottito in misura abnorme di ovatta, salvava il cocchiere dai possibili infortuni …” Il fatto curioso è che i volan diventarono la “divisa” di vagabondi e malandrini. Mentre il vatnik riusciva ad attenuare i colpi durante le risse e a proteggere dalle coltellate, senza però limitare i movimenti, il che non era poco per i banditi di strada.

La divisa dei vincitori

Negli anni Trenta i giacconi imbottiti cominciarono a farsi strada nel cinema. Per esempio, nel film di culto “Chapaev”, Anka e Petka si pavoneggiano nei loro vatnik.  I giacconi imbottiti compaiono anche in altri film di successo  di allora. Ma soltanto la Seconda Guerra Mondiale fece del vatnik un vero indumento di culto, trasformandolo nella divisa dei vincitori. Fu proprio indossando il vatnik che il Paese dei Soviet si risollevò dal disastro della guerra, quando crebbero nuove città e andò formandosi l’impero sovietico. Il vatnik era un capo imprescindibile sia nel guardaroba di un professore universitario che in quello di un pastore di campagna.

La divisa dei detenuti

Nel dopoguerra il vatnik restò di moda ancora a lungo, ma ebbe la sua massima diffusione nei lager. Le tasche interne ed esterne consentivano ai condannati di portare con sé oggetti particolarmente preziosi e il vatnik poteva fungere da cuscino e coperta. Questa speciale divisa contrassegnata da un numero divenne da allora il segno distintivo dei detenuti e dei deportati. Nelle fotografie vediamo indossare il vatnik anche Solzhenitsyn, Shalamov e Brodskij.

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Il ritorno

Oggi il vatnik non si porta quasi più. Forse ciò è dovuto al contesto negativo a cui negli anni ’80 era legato. A indossarlo allora erano certi individui poco raccomandabili giunti a Mosca dalla regione del Volga o da Kazan che incutevano paura e con cui si preferiva non legare. Sulla schiena avevano scritto il nome della banda di appartenenza. Questi furfanti di Kazan andavano a Mosca per “lavoro”. Il vatnik era l’indumento ideale per le risse dal momento che non ostacolava i movimenti e ammortizzava i colpi.

Non è un caso che la delegazione russa abbia sfilato all’inaugurazione delle Olimpiadi di Sochi indossando una versione aggiornata delle tradizionali giacche imbottite russi. Nell’immaginario collettivo il vatnik ha sempre avuto una funzione unificatrice, diventando col tempo anche un talismano e un archetipo di forza.

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