Una famiglia di rifugiati siriani a Mosca

La famiglia di Yarob Rashid, fuggita dalla Siria e rifugiata a Mosca (Foto: Mikhaïl Sinitsyn)

La famiglia di Yarob Rashid, fuggita dalla Siria e rifugiata a Mosca (Foto: Mikhaïl Sinitsyn)

Allo scoppiare del conflitto a Damasco, uomini, donne e bambini sono stati costretti a scappare, anche in Russia, come è accaduto a Yarob Rashid e ai suoi

Allo scoppiare dei conflitti a fuoco in Siria molte famiglie sono state costrette a scappare. Alcune sono finite in Russia. Un nucleo di cinque persone (il capofamiglia Yarob Rashid, farmacista, 39 anni, la moglie Suzanna Annazhi, casalinga, e i loro tre figli) vivevano nella cittadina di Afamia vicino a Hama.

Foto: Itar-Tass
I siriani a Mosca: "Russia, ci salvi
dall'attacco, non dalla guerra"

La conoscenza del russo di Yarob li ha aiutati a raggiungere Mosca, oltre al fatto che il fratello vive in Russia ed è riuscito a mandare un invito per ottenere il visto. Sono atterrati nella capitale il 26 gennaio 2013. Ora vivono in un appartamento preso in affitto dal fratello e i bambini vanno a scuola, ma i ricordi di quelle sofferenze non si cancellano.

Inizia a raccontare Yarob: "Quando tutto è iniziato, scendevamo in piazza alle manifestazioni ed erano come a una festa: ci portavamo i bambini. Non ci fermava nessuno… e all’improvviso sono comparse le armi… da dove siano venute fuori non lo so… Perché poi? Ci hanno detto: per la difesa dei cittadini inermi".

"Nessuno era stato ucciso o arrestato nella nostra cittadina, - continua, - finché non è esplosa una motocicletta nel presidio militare alle porte di Al-Skelbia (20.000 abitanti, cristiani). Dopo il fatto, accanto alla città, l’esercito ha piazzato un accampamento di tende. Poi, senza che gli abitanti se lo aspettassero, i soldati dei Fratelli musulmani hanno iniziato a spararci contro ogni giorno. Chi abitava nelle zone popolate pregava i combattenti di non utilizzare le case per colpire l’esercito, ma i guerriglieri non ascoltavano le loro richieste e la loro protesta. Di colpo ai ribelli sono arrivati un sacco di soldi, armi e automobili, sono diventati una vera forza".

Le donne russe ostaggio
della guerra in Siria

"Una volta ero nella mia farmacia, - prosegue Yarob - ed è arrivato un uomo armato. Gli ho detto: Dovreste armarvi per difendere i cittadini pacifici; quindi, perché ci usate come scudi umani, sparando dalle case dove vivono delle persone?. Ovviamente non mi ha risposto, ma il giorno dopo è scoppiato uno scontro a fuoco fra chi sparava tra le case private e l’esercito e un bambino di 3 anni è stato ucciso. È stata la prima vittima della popolazione civile".

Suzanna si intromette nel racconto: "A casa nostra c’era una stanza nascosta, la usavamo come rifugio. Una settimana dopo essere stati costretti ad abbandonare la casa, un proiettile è finito proprio in quella stanza dove ci nascondevamo dagli spari. Ma anche dove siamo scappati è arrivata la guerra".

Suzanna lancia uno sguardo al marito e prosegue: "Quando abbiamo di nuovo lasciato la casa dove ci eravamo nascosti abbiamo preso in affitto un appartamento in un'altra zona, meno pericolosa, e poi ci siamo trasferiti ad Al-Skelbia".

Yarob spiega cos’è successo ai suoi amici e parenti: "Due amici si sono messi a discutere: uno era dell’Esercito libero, l’altro del governo. Alla fine uno ha ucciso l’altro. Quello ucciso era dell’esercito libero. Il fratello di quello che ha sparato sosteneva l’esercito libero: gli dava 6.000 dollari al mese".

Suzanna aggiunge: "Gli hanno bruciato la casa, l’azienda casearia, la casa di suo figlio e qualche spaccio commerciale, oltre a cinque case dei suoi parenti più prossimi. Persino la casa di mio zio che in questa storia non c’entrava proprio niente, e anche il negozio gli hanno bruciato, la casa di mia zia pure e la farmacia".

Yarob a questo punto spiega: "La farmacia era una delle più grandi della provincia di Hama. C’erano prodotti per l’infanzia per 300.000 dollari. Il padrone di questa farmacia dava 70.000 dollari perché non gliela bruciassero. I soldi li hanno presi, ma la farmacia l’hanno bruciata lo stesso. I farmacisti della città hanno deciso allora di indire uno sciopero: chiudere le farmacie per un giorno. Anche io l’ho tenuta chiusa, ma mi hanno subito avvertito: se non l’avessi aperta l’avrebbero mandata a fuoco. Lo stesso succedeva anche ad altre farmacie: sfondavano la porta e ci buttavano dentro le granate; bruciava tutto. Diventava sempre peggio… contro casa nostra hanno sparato tre volte prima che ce ne andassimo e due volte dopo che eravamo già in Russia".

Suzanna aggiunge: "Sparavamo tutto il tempo. La paura dei bambini e la paura per loro mi ha spinto più di tutto a scappare. L’ultimo periodo vivevamo in 15 in una stanza".

Suzanna guarda suo figlio di mezzo: "Prima andava a casa di suo zio da solo, anche quando fuori era già buio, ora ha paura ad andare in bagno se nessuno lo accompagna; lo aspettiamo davanti alla porta. Sussulta a ogni rumore improvviso. Quando a Mosca hanno iniziato a sparare i fuochi d’artificio i bambini credevano che fosse ricominciata la guerra".

Yarob interviene di nuovo: "Non siamo scappati soltanto noi. Circa il 65 per cento degli abitanti ha lasciato la nostra regione. Sono scappati verso la Turchia e altre zone della Siria. Molti non avevano né passaporto né soldi".

Ancora Suzanna: "Nella nostra città è finito tutto: cibo, acqua, elettricità. Il pane si cuoceva sul fuoco in casa. La farina costava moltissimo. Una volta abbiamo passato tre giorni con i bambini senza un pezzo di pane. D’inverno faceva molto freddo. Un giorno c’è stata una forte sparatoria, ci siamo nascosti nel corridoio, sedendoci sul pavimento di pietra. Stavamo congelando, ma non potevamo proprio prendere qualcosa di caldo dalle stanze, le pallottole entravano troppo spesso dalle finestre".

Il figlio maggiore, Achmad, aggiunge: "Ci dormivamo anche in corridoio".

E Naser, il figlio di mezzo, lo corregge: "No, in corridoio ci vivevamo, dormivamo e mangiavamo lì".

Poi, Naser dice triste triste: "Qui non conosco nessuno… Perché non ho portato qui i miei amici Ibrahim, Mahmud, Rashid… (inizia a elencare i nomi dei suoi amici)".

All’improvviso il più piccolo si intromette nel discorso: "A me mancano lo zio e il nonno".

Il padre allora scuote mesto la testa: "Vorremmo tanto tornare a casa, ma è assurdo. Abbiamo inoltrato la richiesta per ottenere lo status di rifugiati. Ora per me la cosa più importante è ricevere il permesso di lavoro. Senza lavoro come possiamo andare avanti, anche se noi comunque siamo messi cento voglie meglio di molti altri".

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta