A cosa pensano i bambini di Beslan?

: Oksana Yushko/RR
Sono passati nove anni dalla tragedia del 1° settembre 2004 nella scuola della città osseta, nel Caucaso del Nord

L’attacco terroristico alla scuola N. 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, ebbe luogo il 1° settembre del 2004, durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo anno scolastico. Per due giorni e mezzo un gruppo di terroristi occupò l’edificio, sequestrando più di 1.100 persone fra adulti e bambini. I sequestratori minarono la scuola con congegni esplosivi improvvisati. Al terzo giorno si verificò un’esplosione che causò un incendio e il crollo parziale dell’edificio. Dopo le prime esplosioni, gli ostaggi iniziarono a scappare, correndo fuori dalla scuola. Le forze di sicurezza fecero irruzione e, durante la caotica sparatoria, alla quale parteciparono anche diversi civili armati, vennero uccisi 27 terroristi. L’unico terrorista catturato vivo è stato condannato al carcere a vita

Alcuni dei bambini che il 1° settembre 2004 furono presi in ostaggio nella scuola di Beslan si sono già diplomati. Molti si trasferiranno a Mosca e a San Pietroburgo per continuare gli studi. Tutti si ricordano ancora quel giorno. Eppure non a tutti piace parlarne.

I genitori di Fariza volevano che la figlia andasse a studiare a Mosca. Tuttavia, sei mesi prima di diplomarsi, la ragazza ha deciso di rimanere a Beslan. Frequenterà l’Accademia di Medicina di Vladikavkaz.

Fariza ha la pelle bianca e due grandi occhi azzurri. “Conosco una famiglia molto numerosa, - dice. - Nonostante le ragazze siano intelligenti, sanno che non potranno costruirsi un futuro, perché i loro genitori non hanno abbastanza soldi. Mi chiedo perché diano tutto solo a noi? È ingiusto. Davvero”.

Fonte: Oksana Yushko/RR
Fonte: Oksana Yushko/RR
Fonte: Oksana Yushko/RR
 
1/3
 

“Con la nostra classe, abbiamo visitato un sacco di posti”, racconta sorridendo Amina, compagna di classe di Fara. “Siamo stati in Grecia e in America! E anche in Germania e in Italia. Abbiamo fatto un viaggio in Giordania e un altro a Mosca”. E Fara ha studiato in una scuola a Mosca”.“Sì, - risponde. - Mi invitarono quando facevo il quinto anno. Ho frequentato quella scuola per tre anni. Sì, era bello, ma i bambini erano cattivi. Io in realtà non ci volevo andare, ma i miei genitori hanno insistito. E io non volevo deludere mia madre. Trascorsi i tre anni, sono tornata a casa a passare l’estate e ci sono rimasta”.

“Sa com’è qui…, - aggiunge Amina. - La gente arriva: prima va a visitare il cimitero memoriale Città degli Angeli, dove sono sepolti i bambini di Beslan, poi la palestra, dove c’è stato l’attentato. Qui le uniche attrazioni sono il cimitero e la palestra”.

Fonte: Oksana Yushko/RRFonte: Oksana Yushko/RR

“Ora vogliono dare degli appartamenti alle vittime dell’attentato terroristico, - continua Amina. - Lei non può nemmeno immaginare come si stiano comportando gli adulti, soprattutto i genitori dei bambini morti. Non fanno che discutere per decidere quale piano occuperà il loro appartamento. I loro figli sono morti e niente li riporterà indietro. Perché si comportano così?”.

“Beh, quando sono andata a consegnare i documenti per iscrivermi all’Accademia di Medicina, i miei genitori si sono messi a litigare con degli altri per la fila”, confessa Fariza, con un sorriso imbarazzato sulle labbra. “Adesso non lasciano più entrare i genitori. L’anno scorso hanno provocato una lite dentro la scuola, quest’anno, invece, direttamente fuori”.

“Ci sono famiglie in cui un figlio è rimasto ucciso nell’attentato e l’altro è sopravvissuto”, spiega Fariza. “Solo che erano così fissate con il primo che si sono quasi dimenticate del secondo”.

Fonte: Oksana Yushko/RRFonte: Oksana Yushko/RR

“Persino io mi vergogno”, dice Fariza, con la voce tremante. “Mi ricordo tutto di quei giorni, dell’attacco terroristico, e mi sento... Penso che, se fossi stata più grande, avrei aiutato qualcuno. Quando uscii dalla scuola, c’erano un sacco di persone ferite attorno a me. Avremmo potuto aiutarle. Ma ci limitammo a uscire, pensavamo solo a metterci in salvo. Ci fu un momento in cui mio fratello andò a riempire una delle sue scarpe con dell’acqua ed io bevvi direttamente da essa. Mia madre me ne chiese un po’, ma io non la lasciai bere. Mi vergogno davvero tanto per come mi sono comportata! Lei dice di non ricordarsi nulla”.

Vika andrà a San Pietroburgo a studiare presso la facoltà di Economia Aziendale. Ritiene che tutte le persone siano buone, anche i terroristi che la tennero prigioniera.

“Le persone nascono buone. Alcune non hanno semplicemente ricevuto affetto durante l’infanzia, per quello, poi, sono diventate così dure. Altre venivano sgridate di continuo. Credo che le persone facciano del male solo perché si sentono inadeguate, o per affermare in qualche modo la loro importanza”, spiega la ragazza. “Non si può nemmeno dire che i terroristi siano cattivi. Mi ricordo che quella volta una donna disse a uno dei terroristi che gli ostaggi erano dei bambini innocenti. L’uomo le rispose che anche lui aveva dei bambini e che erano morti o erano rimasti vittima di altre disgrazie. Era una vendetta, anche lui soffriva e aveva perso i suoi cari. Per quanto riguarda gli altri... mi dispiace anche per loro, davvero. Sa perché?”.

Fonte: Oksana Yushko/RR
Fonte: Oksana Yushko/RR
Fonte: Oksana Yushko/RR
Fonte: Oksana Yushko/RR
Fonte: Oksana Yushko/RR
 
1/5
 

“Perché - continua - penso si tratti di una specie di ipnosi! Li convinsero del fatto che dovevano morire in nome di Allah, o di qualche altro ideale, e che dovevano sacrificare anche altre persone. Furono sicuramente manovrati da persone cattive. Loro non lo fanno per uccidere, compiono questi atti perché pensano che ciò porterà qualcosa di buono a loro”, conclude Vika.

La sua compagna di classe Ira, è seduta sul divano del suo appartamento, indossa un paio di pantaloncini gialli alla moda e sfoggia delle bellissime unghie dipinte di rosso. Qualche anno fa ha sofferto di una forte depressione, che non la faceva mangiare. Ora ha capito che è molto meglio – e più divertente - essere felice.

Fonte: Oksana Yushko/RRFonte: Oksana Yushko/RR

“Non mi piace parlare con gli sconosciuti dell’attentato, - afferma Vika. - Sono in molti a venire fin qui per chiederci dell’attacco. Giornalisti perlopiù. Girano dei reportage su noi, eroi, sopravvissuti all’attentato. E ci fanno sempre le stesse domande. Ad esempio, dove troviamo la forza per essere felici dopo quello che è successo. Chiunque potrebbe continuare a vivere. È la vita e la vita va avanti, non possiamo cambiare quello che ci è successo. Al contrario, penso sia bello vedere che ora ridiamo, ci divertiamo e viviamo a pieno la vita”.

Per leggere l'articolo in versione originale cliccare qui

Articoli correlati

Viaggio a Beslan, dove il dolore non va più via

Gli occhi di Gleb e la battaglia di Beslan contro la paura

Caucaso, ricordando Beslan il futuro è dei giovani

Tutti i diritti riservati da Rossiyskaya Gazeta