Cos’è il Parco del Pleistocene e può davvero frenare il surriscaldamento globale?

Parco del Pleistocene
Mentre Greta Thunberg e altri ecologisti organizzano manifestazioni in giro per il mondo, due scienziati russi (padre e figlio) lavorano attivamente a un ecosistema per “raffreddare” il Pianeta

Mammut che lentamente avanzano sulle distese steppose, bisonti e cavalli che brucano l’erba nei prati verdi, osservati con interesse da lupi e tigri. E se in futuro l’Artico russo apparisse così? Così doveva essere parecchie migliaia di anni fa e, secondo alcuni scienziati, sarebbe del tutto possibile ripristinare questo ecosistema. “Jurassic Park” e la rinascita dei dinosauri sono qualcosa di molto lontano dalle attuali possibilità della scienza, ma l’idea di ripristinare il Dna dei mammut non sembra invece più così folle.

Durante il Pleistocene (l’epoca compresa tra 2,58 milioni di anni fa e 11.700 anni fa), l’intero emisfero settentrionale del pianeta era coperto di steppe, abitate da milioni di mammut, bisonti, cavalli, cervi, lupi, tigri e altri animali. Ma con il reinsediamento degli uomini, le popolazioni di quella fauna furono minate, il che portò al degrado dei pascoli nelle foreste e nella tundra, circa 10-12 mila anni fa. Ora il numero di animali nell’Artico è almeno 100 volte inferiore rispetto al tardo Pleistocene, affermano gli scienziati.

Perché questo è tanto importante adesso? L’ecologo russo Sergej Zimov (1955-) ritiene che il ripristino dell’ecosistema delle “steppe dei mammut” possa aiutare a fermare il riscaldamento globale.

“Il pericolo principale ora è il riscaldamento globale. In Siberia, il permafrost ha iniziato a sciogliersi… Nel nostro permafrost sono imprigionati un trilione di tonnellate di carbonio, se si ossida grazie al lavoro dei microbi, può trasformarsi in 3,4 trilioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera”, spiega.

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Secondo lo scienziato, la temperatura del permafrost (lo strato permanentemente ghiacciato della crosta terrestre) è già di circa 5 gradi più alta della temperatura media annuale dell’aria, il che è dovuto alla formazione in inverno di una spessa coltre di neve che copre il terreno e previene un congelamento profondo.

Questo effetto può essere evitato negli ecosistemi dei pascoli: in essi gli animali calpestano la neve in inverno e scavano in cerca di cibo. In questo modo, la neve perde le sue proprietà termoisolanti e i terreni in inverno congelano molto di più e più a fondo. Così, il permafrost è protetto dallo scongelamento. “Sotto il pascolo, a causa del calpestio della neve da parte degli animali, la temperatura del permafrost si abbassa di 4 gradi”, osserva Zimov.

Da oltre 20 anni, Zimov non solo lancia allarmi sullo scioglimento del permafrost, che è una minaccia per l’umanità, ma testa anche la sua teoria in pratica, grazie al progetto del Parco del Pleistocene nel nord-est della Jakuzia, a 150 km a sud della costa del Mar Glaciale Artico.

Dalle parole ai fatti

Zimov ha fondato ufficialmente il parco nel 1996 e inizialmente lo ha sviluppato solo da solo, praticamente senza alcun investimento materiale. Solo negli ultimi anni il parco ha iniziato a svilupparsi attivamente e gli attivisti hanno portato qui molti nuovi animali grazie al crowdfunding.

“Nel maggio-giugno di quest’anno, abbiamo acquistato in Danimarca e portato su strada 12 bufali della steppa americana. L’adattamento sta andando abbastanza bene e le gelate artiche non spaventano questi animali”, afferma il figlio di Sergej Zimov, Nikita, direttore del parco. “Nel Pleistocene, i bisonti vivevano in Siberia e migrarono in America attraverso il ponte naturale che esisteva allora a Nord-Est”.

Il parco possiede un appezzamento di terreno di 14.400 ettari. Di questi, circa 2.000 sono recintati e divisi in sezioni separate di 50-200 ettari, dove ci sono i pascoli controllati degli animali, e dove si studia lo stato del suolo. Circa 150 rappresentanti della fauna pleistocenica vivono qui: renne, cavalli jakuti, alci, bisonti, yak, mucche calmucche e pecore.

Secondo Nikita, l’obiettivo principale del parco è quello di creare un ecosistema sostenibile di pascoli altamente produttivo nell’Artico, di una dimensione tale che possa influenzare il clima globale. “Certo, siamo ancora lontani da questo obiettivo. Ora stiamo selezionando la composizione delle specie di animali e piante, e stiamo cercando di creare popolazioni animali sostenibili in aree limitate”, afferma.

E nonostante il fatto che la situazione ecologica in Jakuzia sia già abbastanza buona (ad esempio, non ci sono impianti industriali), secondo il personale del parco, a causa dell’attività degli animali, la vegetazione locale cambia e il suolo diventa più fertile. Questo, a sua volta, accumula carbonio nel terreno e aumenta la sua capacità di riflettere la luce solare. Le erbe sono più chiare degli arbusti e delle foreste di larici e le superfici più chiare riflettono la maggior parte dell’energia solare nello spazio, mantenendo così più basse le temperature superficiali.

Gli unici al mondo?

Finora, tra tutti i compiti che devono affrontare i dipendenti del parco, c’è anche quello di parlarne e farne parlare la stampa straniera (articoli sono apparsi su “The Atlantic”, “Science” e “Nature”). L’unico problema è che poche persone passano dal supporto morale al vero aiuto. “Questo è un problema comune per l’umanità”, afferma il direttore del parco. “Molte persone pensano: ‘Sì, il riscaldamento globale è un problema, ma ora sono più preoccupato per i miei problemi domestici urgenti e spenderò i miei soldi per risolvere quelli”

Per quanto riguarda l’amministrazione locale e la società, sono piuttosto neutrali rispetto al progetto. “In linea di principio, il tema del riscaldamento globale non è tra quelli che interessa ed emoziona di più la popolazione della Jacuzia. Sarà che quando in strada fa -50 ºC e ti dicono che ci sarà il riscaldamento globale, le persone tendono a gioire e a sfregarsi le mani, scherza Nikita.

A quanto dice, il Parco del Pleistocene in Jakuzia è l’unico progetto del suo genere. Sebbene ci siano anche parchi nazionali all’estero che cercano di creare ecosistemi altamente produttivi, ad esempio il parco Oostvaardersplassen nei Paesi Bassi.

“Loro, secondo me, si sono avvicinati più di tutti alla creazione di un ecosistema di pascoli altamente produttivo al di fuori dell’Africa. Ma il loro problema è che non possono portare predatori e non viene regolato il numero degli erbivori. Di conseguenza, una parte della popolazione muore di fame ogni anno. Un paio d’anni fa c’è stato meno cibo o forse era aumentata la popolazione, fatto sta che in primavera la metà degli animali è morta, il che ha provocato una reazione negativa molto forte da parte dell’opinione pubblica. La dirigenza ha anche subito minacce. Ma basterebbe permettere di introdurre i predatori, e il progetto sarebbe pronto e destinato ad avere successo”, afferma Nikita Zimov.

Sottolinea inoltre che gli ecosistemi di pascoli nell’Artico hanno un impatto sul clima maggiore, ma che anche in altri luoghi il ripristino della fauna selvatica è molto importante, anche senza riferimento al clima: “Nel nostro mondo, pochissime persone capiscono cosa siano i veri ecosistemi selvatici. E per ecosistemi selvaggi intendono ciò che è apparso solo a causa dell’influenza umana 10 mila anni fa.”


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