Dalla Russia un metodo all’avanguardia per le previsioni del tempo spaziale

Pixabay
Gli scienziati hanno messo a punto un sistema per prevedere, con anticipo finora inimmaginabile, la forza del successivo ciclo undecennale dell’attività solare

Un gruppo di scienziati di Russia, Austria e Belgio ha sviluppato un metodo per prevedere la forza del ciclo solare undecennale. La ricerca ci aiuterà a capire meglio il campo magnetico del Sole, che influenza la nostra salute e il funzionamento dei dispositivi elettronici.

Le previsioni meteorologiche spaziali sono il prossimo passo nell’esplorazione dello spazio, dicono gli scienziati. Al culmine della sua attività, il campo magnetico solare è così forte da spazzare via i raggi cosmici galattici dal nostro sistema solare, influenzando tutti i sistemi umani in orbita.

Gli scienziati dell’istituto di tecnologia di Skolkovo a Mosca (Skoltech), dell’Università di Graz e dell’Osservatorio Reale del Belgio hanno sviluppato un metodo che consente di prevedere la forza del prossimo ciclo solare di 11 anni molto prima di quanto si pensava fosse possibile fare.

“Il tempo spaziale è la scienza del futuro”, ha dichiarato Tatjana Podladchikova, professoressa di Skoltech e autrice principale dello studio. “È ciò che ci unisce tutti, migliora le nostre vite e ci consente di prenderci cura del nostro pianeta.”

Ogni ciclo solare ha un numero e ora ci stiamo avvicinando al nadir del 24° ciclo di attività solare. Una volta che l’attuale ciclo solare sarà al suo picco e i poli magnetici del Sole si invertiranno, sapremo quanto sarà forte il prossimo ciclo undecennale dell’attività solare

Lo studio ha rivelato che l’attività solare nella fase calante di un ciclo influisce sulla forza del ciclo successivo. Nella fase calante, sul Sole appaiono poche macchie solari che possono aiutarci a capire l’attività nel prossimo ciclo.

Secondo le previsioni, l’attività solare futura sarà bassa e la forza del prossimo 25° ciclo di attività solare sarà addirittura inferiore a quella attuale. I risultati dello studio sono stati pubblicati su “The Astrophysical Journal”.

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