La forza del disgelo sotto rete

Yuri Panchenko, uno dei più vincenti campioni del volley sovietico (Foto: Igor Utkin / RIA Novosti)

Yuri Panchenko, uno dei più vincenti campioni del volley sovietico (Foto: Igor Utkin / RIA Novosti)

Yuri Panchenko, asso della pallavolo, era uno dei pochi sovietici a conoscere l’inglese. Per questo trait d’union tra i suoi compagni di squadra e gli americani. Nel periodo in cui la glasnost dava i propri frutti

Il primo militare sovietico a ottenere il visto per giocare da professionista in un altro Paese. Lontano dall'Unione Sovietica, che lo formava come tanti altri assi della pallavolo per poi sfondare anche nell'Occidente della rete. Yuri Panchenko non è solo questo. È uno degli assi che sfidava gli Stati Uniti nel 1988 a Seul con la Nazionale sovietica. Ma anche il traduttore, l'unico sovietico a parlare in inglese, avvicinando i suoi compagni di squadra agli americani. Era il tempo in cui si stava arrivando al disgelo, con la glasnost che produceva i suoi frutti. Un anno dopo sarebbe caduto il Muro di Berlino. E nulla, dalla politica all'economia, passando per lo sport, sarebbe più stato uguale a Est così come dall'altra parte dell'Oceano Atlantico. Così anche in Italia, dove Panchenko finiva a giocare, cinque anni di fila, prima in Serie A1 con la Conad Ravenna che poi dominerà quasi l'intero decennio nazionale e internazionale, poi con la Moka Rica Forlì in A2.

Ma prima aveva fatto in tempo a vincere tutto con il Cska Mosca dopo essersi formato alla Lokomotiv Kiev. Nove titoli sovietici, sei coppe europee, assieme a coppe nazionali. Insomma, uno dei più vincenti nel volley sovietico. Che arrivava al massimo livello in carriera negli anni dei duelli con la Nazionale americana. Da un lato, gli statunitensi. Tra cui Karch Kiraly, idolo a Ravenna e considerato assieme all'italiano Lorenzo Bernardi il più forte del secolo passato e Steve Timmons, anche lui protagonista a Ravenna. Alti, belli, biondi. I sovietici pareva andassero in campo contro gli eredi dei Beach Boys. Ma erano amici, fuori dal rettangolo di gioco, anche se si incontravano cinque-sei volte l’anno.

Nei tornei in Giappone, in California, alle Olimpiadi coreane, anche nell'amichevole organizzata in Italia tra i due Paesi, prima dei Giochi di Seul. Ogni occasione era buona per una birra in compagnia, per racconti di storie di vita, con gli statunitensi che acquistavano cibo oppure oggetti occidentali per i sovietici che mai avrebbero potuto trovare nel loro Paese. Nessuna battuta o riferimento all'eterna diatriba tra le due superpotenze mondiali. E Panchenko ne era l'interprete, il tratto che univa le due squadre, per la sua conoscenza dell'inglese. Con l'Urss Panchenko vinceva un titolo mondiale e due europei. Non l'alloro olimpico, che andava agli Stati Uniti. Ma come si dice, che trova un amico, trova un tesoro...

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