La guida spirituale dell'hockey sovietico

La storia di Anatoli Tarasov, maestro del carismatico allenatore sovietico Viktor Tikhonov. Il mito che fu in grado di importare in Urss tecniche di allenamento dal Nordamerica
 
 Anatoli Tarasov (Foto: Wikipedia)

Il mito dell'hockey sovietico aveva una guida. Spirituale, tecnica, emotiva. Un'eredità portata all'estremo, ai successi internazionali. Qualche giorno fa Mosca si è fermata per l'addio a Viktor Tikhonov, uno degli allenatori più carismatici e vincenti della storia del gioco. Il re degli anni Ottanta, delle Coppe Campioni vinte con il Cska Mosca. Ma Tikhonov aveva una traccia da seguire, un testamento tecnico che veniva da Anatoli Tarasov. Di lui scriveva il New York Times: “L'architetto dell'hockey sovietico”, il tecnico che aveva cominciato a sperimentare un nuovo tipo di gioco in Unione Sovietica verso la fine degli anni Quaranta. Portando in dote tre ori olimpici – Innsbruck 1964, con la Nazionale imbattuta, Grenoble 1968, Sapporo 1972 - e nove titoli mondiali.

Soprattutto, Tarasov era il primo a importare in Unione Sovietica metodologie di allenamento che venivano dal Nordamerica, in particolare dal Canada e che avrebbero portato dividendi straordinari. Con allenamenti specifici sulla forza, sulla velocità, sulla capacità di pattinaggio sul ghiaccio, sulla precisione di passaggio degli atleti.

Un sistema duro, durissimo, spietato, che veniva praticato sui canadesi e gli statunitensi. I suoi giocatori non avevano fiato alla fine di ogni seduta. Nel menu d'allenamento anche pesi, nuoto, calcio. Perché l'hockeista doveva essere un atleta versatile, globale. Per avvicinare i tifosi sovietici a un forte senso estetico del gioco, non solo potenza e resistenza. Da attori di talento, o musicisti. Mentre lui era il direttore d'orchestra che aveva creato un sistema di reclutamento di tanti giovani, futuri campioni. Fece molto discutere il suo allontanamento dalla Nazionale sovietica dopo i Giochi giapponesi.

La fotografia dei tempi, della volontà del governo sovietico di tenere isolati i suoi atleti. I giapponesi aveva proposto agli atleti sovietici una ricompensa per un paio di amichevoli prima delle gare olimpiche. E Tarasov era d'accordo, perché incontrare avversari di alto livello prima dei Giochi poteva essere utile per i sovietici nella corsa alla medaglia d'oro. Lo era meno il capo del comitato sportivo sovietico, che era diretta espressione della volontà del Cremlino. Nessuna concessione, nessuna amichevole. Tra tensioni, tentativi di insubordinazioni, sino al licenziamento del grande tecnico. Con Tarasov che veniva sostituito dalla leggenda del pattinaggio artistico, Vsevolod Bobrov.

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