Quei nostalgici anni Settanta

Foto: Itar Tass

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Gli anni passati e il sapore di Kiev sotto il sole. Letture mai dimenticate e sigarette accese di nascosto. E il ruolo della parola. La cui importanza non cambia come invece cambia il tempo

Correvano gli anni '70. Il Cancelliere tedesco Willy Brandt riconosceva la Repubblica Popolare Tedesca, in Inghilterra si scioglieva il gruppo dei Beatles e nell'URSS, al pari dei Beatles, spopolava il Cuore matto di Little Tony. La Cina entrava a fare parte dell'ONU, Unione Sovietica e Stati Uniti siglavano gli accordi SALT 1 per la riduzione delle armi della distruzione di massa, Nixon si dimetteva in seguito allo scandalo Watergate, finiva la guerra del Vietnam, usciva la prima al mondo consolle per i videogiochi, a Roma veniva eletto Papa S. Giovanni Paolo II e andava di moda tra i giovani sovietici di Kiev portare i polsini delle camicie sbottonati. 

Questa dei polsini mi rimase impressa in modo particolare: era una sfida più che una moda, e non è che li portavamo sbottonati per un motivo specifico o di appartenenza: lo facevamo per un eccesso di giovinezza. Come tutti gli adolescenti del mondo noi ci si atteggiava da adulti; si fumava di nascosto, si dicevano le parolacce (ricordo che scrissi un elenco di parolacce su un foglio e le studiai a memoria) e poi noi, i ragazzi di Kiev, si portava i polsini delle camicie sbottonati. Tale atteggiamento ci faceva sentire intelligenti, capaci e padroni della nostra vita. Ricordo un giorno di primavera che si passeggiava con gli amici sul viale Kresciatik. Una promenade domenicale. Fu allora che mi avvicinò un milizioner (poliziotto) e mi disse gentilmente, chiamandomi devuscka (signorina), di abbottonare i polsini. Lo feci senza protestare, tanto fui gratificata da quel devuscka. Ancora oggi, quando mi abbottono i polsini della camicetta sorrido, ricordando quel poliziotto... Era un bel ragazzo.

Le vie di Kiev erano pulite, verdissime, belle e mi sentivo felice e al sicuro con il sole e con la neve e come tutte le ragazze del mondo sognavo il principe azzurro. Le sigarette che fumavamo di nascosto, le accendevamo con i fiammiferi svedesi e ponevamo il fiammifero usato nella parte posteriore della scatola e non si gettavano le cartacce in giro. Ancora oggi non riesco a gettare una salvietta usata in terra.

 
Nel nome dolce della rosa

E a tutt'oggi non capisco che cosa volesse dire Victor Erofeev, l'autore de La bella di Russia, con quel suo romanzo (è un'autore degli anni '90, considerato tra i migliori scrittori russi) e non dico il profondo imbarazzo che provai leggendo un certo Sorokin, della stessa pleiade. Immaginatevi essere cresciuti con i libri di Chekov, Tolstoj, Pushkin, Gogol, Lermontov, Turgenev, che insegnavano, tra l'altro, che fissare le persone, alzare la voce, attirare l'attenzione su di sé, era da maleducati, e immaginatevi altresì avvezzi alla bellezza di una lingua ricca, musicale, magica come quella russa col leggere nella stessa lingua, nero su bianco, un mucchio di oscenità! Mi sentivo offesa e come imbrattata da sporcizia. Perché si sortisce un tale effetto? E presto detto: la parolaccia esiste come un modo di parlare offensivo, come una violazione della sfera intima delle persone. Forse oggi la tanto agognata libertà si confonde con il tutto è permesso, arrogandosi così il diritto all'offesa?

Soprattuto la poesia contemporanea mi sorprende con lo sfoggio delle scabrosità che, guarda caso, incontrano un grande consenso del lettore. Mi direte che ogni tanto usavano la parolaccia anche Esenin e Ryzhy ma forse loro erano molto, ma molto più di una parolaccia? 

Di recente ho letto che in Russia è stato proibito un linguaggio osceno nei media, nel cinema e al teatro. Seguì l'immediata reazione di alcuni intellettualirussi al grido: ci stanno privando della libertà dell'espressione! Non è che invece, favorendo l'uso di un linguaggio triviale, si va a colpire le persone proprio nella loro dignità e come sempre nel nome di una non meglio definita libertà? E se, senza che ce ne accorgessimo, la tanto decantata tolleranza, in tutto e per tutto, stesse semplicemente annullando le differenze tra bene e male, amore e odio, guerra e pace...e se, di conseguenza, la parola che ha le radici profonde nella storia, nelle tradizioni, nella sacralità, nella memoria dei popoli stesse di fatto snaturandosi nel suo valore primordiale del verbo, quello che differenzia l'uomo?

* *

Sopra le case, le case, le case

Stanno appese le nuvole azzurre -

E proprio esse rimarranno con noi

Nei secoli, nei secoli, nei secoli.

Solo vapore, solo bianco nell'azzurro

Sopra i cumuli di lastre di pietra...

Mai in nessun dove andremmo perduti -

Siamo più resistenti e più teneri del granito.

Che si sgretolino pure i nostri gusci,

Geometria della vita terrena -

Voltati, bacia le mie labbra,

Dammi la mano, rimani con me.

E quando l'uno con l'altra ci lasceremo

Porta sulle tue ali

Solo il vapore, solo il bianco nell'azzurro,

Celeste e bianco nell'azzu...

Boris B. Ryzhy

 

Correvano gli anni '70... Da allora n'è passato di tempo! La Russia non è più quella di una volta così come non lo è più il mondo. E sono cambiata anch'io: oggi mi abbottono i polsini della camicetta, mi trattengo dal dire le parolacce, anche se non sempre ci riesco, e ho smesso di fumare da una ventina d'anni. Oggi io sto con le rose e condivido il pensiero sull'importanza della parola: sarebbe un bene restituirle il dovuto valore, questo sempre se vogliamo preservare, almeno in parte, la nostra dignità di uomini e donne liberi. Liberi dalla strumentalizzazione, dalla prepotenza, dalle umiliazioni e da continua commercializzazione di sentimenti, passioni, religioni. Liberi da una facile e preconfezionata sudditanza al male. Anche perché se siamo quello che mangiamo (e non si sente dire altro) siamo anche quello che diciamo, amiamo, leggiamo e, per quel che mi riguarda, non mi va di essere una malaparola e tantomeno mi va di leggere dei brutti libri. E a voi?

*  *  * 

Fiorisci fiore fiorisci

respira l’aria di primavera

esci e cresci tremante e spera

che l’umore non sia confuso con l’amore

e tu non sia sacrificato e offerto

nel nome di un sentimento indistinto

spinto dal cuore che batte soltanto più forte.

Sergej A. Esenin

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