Il saluto dell'Okhrana

Mosca vista dal basso di un'italiana. I post
Credit: Niyaz Karim

Quando arrivo, il suo volto cambia espressione. La ruga in mezzo alla fronte si distende. Gli occhi fissi e seri sul monitor si rilassano, e la bocca si apre in un ampio sorriso, mostrando i denti ingialliti dal fumo. È Vladimir, Vova, l’okhrana dell’ufficio dove, ormai da tre anni, mi reco tutti i giorni. Presidia l’ingresso; controlla chi entra e chi esce; caccia chi pretende di entrare senza autorizzazione e accoglie i postini carichi di pacchi. A me, che sconosciuta non sono, firma il propusk, il pezzo di carta che documenta chi sono, perché vengo, a che ora entro e quando esco. 

Con lui, ormai, non devo nemmeno più presentare il passaporto. Un tacito accordo non così scontato, in Russia. Quando invece c’è il suo collega, molto meno propenso a scambiare parola, non entro finché non ho mostrato il documento. La volta in cui l’ho dimenticato a casa, mi ha lasciato chiusa fuori.


Una guardia (Foto: Ruslan Sukhushin)

Vova l’ho conquistato piano piano. Dapprima con i miei strafalcioni di russo, che lo facevano sogghignare sotto i baffi. Poi, quando mi ha chiesto da quale angolo d’Italia venissi. “Aaah! Milano!”, ha esclamato, iniziando a elencare le città d’Italia dove amici e parenti erano stati in vacanza nel corso degli anni. Lui, in Italia, non c’è mai stato. “Sole! Fa caldo da voi”. “Insomma…”, gli dico, guardando la neve che, al di là del vetro, ricopre le auto. Nemmeno da noi, in pieno inverno, fa poi così tanto caldo.

Protocollo vuole che non scambi parola con nessuno. O quasi. Glielo impone il galateo degli okhrana, per tenere viva l’immagine di guardie temibili e irremovibili.

L’altro giorno l’ho visto ringhiare contro un ragazzo che aveva presentato un lasciapassare senza timbro. Eh no! Così non si fa! È la procedura! 

Con me, invece, è completamente un’altra persona. Mi accoglie sempre con dei grandi sorrisi. Si sbraccia per salutarmi la sera quando esco. E ogni tanto si porta la mano destra sulla fronte, irrigidendo il corpo, congedandosi con il saluto delle forze armate. Ogni tanto ho il vago sospetto che mi pigli in giro. Ma è lo stesso. Mi fa ridere. E anche un po’ di tenerezza. 

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