La parola sospesa tra l'industria e il sacro

La funzione della poesia nel tempo degli dèi fuggiti. Tra l'incombere del quotidiano e caste letterarie che la tengono prigioniera. Una riflessione sulla necessità di allargare i confini della parola poetica
Il poeta russo Sergei Esenin
(Foto: Wikipedia)

Nonostante la nostra epoca, che ha seppellito più di un Dio, la poesia non ce la fa proprio a morire. Tutti o quasi scrivono poesie, anche se non tutti sono poeti o poetesse, che dir si voglia, e non indago il significato della parola in sé. Questo per dire che “la decima Musa”, la grande Saffo, è sempre stata chiamata poetessa: “dolcebruna, pura, dolceridente Saffo” come la definì Alceo. E a me piace l'accostamento poetessa-sacerdotessa!

“Io dico che qualcuno di me si ricorderà”Saffo (VII secolo a.C)

Ci si domanda spesso se la poesia serve e a che cosa ? Dall’essere regina dell’età dell’oro, quando gli uomini vivevano in armonia e in accordo con gli dèi, o, più recentemente, da Dante, oppure dal "secolo d’argento” russo all’epoca del profitto, nell’essere rilegata sugli scaffali smilzi delle pur fornite librerie.

Nel frattempo il genere umano ne ha fatta di strada: sono crollati imperi, ponti, strade, convinzioni; abbiamo combattuto guerre, raccontato leggende, sacrificato agli dei, praticato l’osservanza alle virtù, accolto con fervore e fede un unico Dio; abbiamo fatto le rivoluzioni, sollevato le rivolte, armato, amato e odiato. In tutto questo la poesia ha fatto parte delle nostre letture, dei nostri amori, delle nostre speranze e dei nostri sogni.

Ma nell’epoca della crisi si è deciso che la poesia a poco serve perché non appaga le necessità di un periodo che va affermandosi con un successo strabiliante. Anche in Russia. Se prima si pubblicava a spese della casa editrice e, per di più, a tiratura milionaria e tutti leggevano, perché un libro costava pochi copechi, ora nessuno pubblica gratis, nemmeno in Russia, e la gente legge poco. La lingua stessa si sta trasformando in qualcosa a metà tra il gergo giovanile e lo slang tecnologico.

Ma a differenza dell’Occidente, in Russia le case editrici a pagamento, comunque, fanno una selezione e poi il giudizio finale spetta al lettore. E ci sono anche in Russia le caste letterarie, dove i poeti si premiano e, soprattutto, si leggono tra di loro. E poi ci sono i poeti, ereditati dal sistema mastodontico della distribuzione statale - sono i poeti del regime - gli ultimi dinosauri del genere letterario che ha fatto storia. Tutto sommato è giusto così. La poesia, sin dai tempi antichi, spesso è stata usata come una potentissima arma di propaganda e lode. L’autenticità di questo genere poetico è, forse, discutibile, non così l’enfasi dello stile. Ai posteri l’ardua sentenza!

Ciò non toglie che nelle case dei russi, di gente semplice, di quella che fa parte del popolo, tuttora accanto alle icone dei santi s’incontrano le fotografie incorniciate di Esenin. In Russia e in Olanda i giovani conoscono e amano Boris Ryzhy: davanti alla sua poesia impallidiscono i versi pluripremiati di tanti poeti contemporanei. Commuove, incanta e riconcilia con il mondo la poesia di Nata Suchkova. E poi, ci sono i poeti colti…La così detta poesia colta russa vanta tra i suoi esponenti i traduttori di Dante (più di uno) e di altri mostri sacri. Curioso, però, che Pushkin, non ha mai tradotto altri poeti e nemmeno Esenin lo faceva. Con questo intendo dire che per essere traduttori ci vuole un talento a parte e che non sono molto d’accordo con la teoria che, necessariamente un poeta dovrebbe tradurre un altro poeta. Anzi! Spesso ne consegue la creazione dei veri e propri ibridi!

E torno a domandarmi se nell’epoca di “ tutto questo sarà tuo…” serve la poesia e a chi? Mi chiedo se nell’epoca dello svilimento globale esisterà ancora l’amore, il mistero, la speranza? E chissà se ci darà ancora i brividi il verso cristallino di Cvetaeva?

 

“In lacrime.

Di erba -

Il sapore.

- E domani,

Quando mi sveglierò?”

Oppure il "Laudato sie mi’ Signore” di San Francesco? E si faranno ancora pazzie per amore? Si crederà ancora in Dio? Si studieranno ancora i poeti nelle scuole? E il Ministro degli Esteri di una potenza come la Russia ( Sergej Lavrov), scriverà ancora una poesia sull’emigrazione russa? Non lo so. Io, da russa però, confido nella Russia, nella saggezza e nella stravaganza del suo popolo.

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