Salnikov, le sue bracciate contro la Guerra Fredda

Il nuotatore Vladimir Salnikov, divenuto uno dei miti dello sport dell’Unione Sovietica negli anni Ottanta (Foto: Itar Tass)

Il nuotatore Vladimir Salnikov, divenuto uno dei miti dello sport dell’Unione Sovietica negli anni Ottanta (Foto: Itar Tass)

La storia del prodigio del nuoto sovietico, che vide la sua fulgida carriera stoppata dalle rivalità Usa-Urss, ma che ebbe l'opportunità di riscattarsi a Seul 1988

La storia a vent’anni. In meno di 15 minuti. Sotto al minuto di media per ogni 100 metri percorsi in vasca. E nella finale dei 1.500 metri stile libero dei Giochi di casa, a Mosca 1980, con i tifosi sovietici che gli soffiavano alle spalle.

Vladimir Salnikov è stato uno dei miti dello sport dell’Unione Sovietica negli anni Ottanta. Una delle polaroid meglio scattate delle Olimpiadi dimezzate. Al punto che il granitico cerimoniale della premiazione fu rivisto, perché il pubblico, dopo l’impresa del fondista, gli dedicava 30 minuti di standing ovation. Insomma, un pezzo di storia del nuoto.

Per “la locomotiva di Leningrado” era però solo l'inconsapevole tappa intermedia di una carriera che lo aveva portato sul podio (a 16 anni) ai Giochi di Montreal 1976.

Ma la Guerra Fredda non gli veniva in aiuto, anzi. I sovietici restituirono con gli interessi il boicottaggio statunitense a Mosca 1980 per l’invasione in Afghanistan. I Giochi di Los Angeles, quattro anni dopo, Salnikov li vedeva solo in tv. Uno stop forzato a 24 anni, lo zenit del percorso di un nuotatore sfumato per ragioni storico-politiche.

Eppure Salnikov non si perdeva d’animo. Venti chilometri al giorno in vasca, allenamenti massacranti sotto la guida della moglie che diventava il suo tecnico. L’obiettivo era Seul 1988, un altro oro olimpico a 28 anni. Nessuno ci era mai riuscito. Nessuno, neppure Michael Phelps, lo Squalo di Baltimora (ori e argenti a 27 anni, ai Giochi di Londra 2012) arriverà a tanto.

Per salire il gradino più alto a Seul, servivano quattro anni in trincea. Allenamenti massacranti, dieta. Senza perdere la concentrazione dell’evento, della gara. Salnikov si presentava con il tempo minimo per partecipare all’Olimpiade coreana. Tra lo scetticismo degli addetti ai lavori, dopo il fallimento agli Europei 1987.

Lo sport spesso toglie, ma sa anche restituire, soprattutto ai campioni attesi all’ultima chiamata. Salnikov rispondeva presente. In Corea, avversari demoliti, tempo di poco superiore ai 15 minuti. Altra medaglia d’oro. La più preziosa, la più voluta.

Cronache dell’epoca riportavano l’omaggio che gli veniva reso poche ore dopo, a cena, nel Villaggio olimpico. Oltre duecento persone, tra atleti, tecnici, dirigenti, si fermarono, alzandosi in piedi e applaudendo il fenomeno sovietico. Come otto anni prima a Mosca, quando la Guerra Fredda rischiò di rovinare la carriera di un fenomeno. 

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