Quando Charlamov divenne un mito

A Valerij Charlamov viene dedicato anche un film (Foto: Itar-Tass)

A Valerij Charlamov viene dedicato anche un film (Foto: Itar-Tass)

Il ritratto dell'hockeista su ghiaccio sovietico, due volte campione olimpico negli anni '70

Oltre 40 anni, e non sentirli. Nel settembre 1972 l’Urss piazzava nella sua bacheca emotiva Valerij Charlamov, uno dei più forti giocatori di hockey nella storia del Paese.

Un mito per intere generazioni, che ispira ancora i fuoriclasse russi del ghiaccio in giro per il mondo. Ilya Kovalchuk, che ha lasciato la National Hockey League dopo 11 anni per tornare in Russia allo Ska San Pietroburgo, scende in campo da sempre con la casacca numero 17, in onore di Kharlamov.

Perché il successo di tanti hockeisti russi che negli ultimi quindici anni sono volati negli Usa per fare carriera e centrare stipendi a sette zeri parte dagli anni Settanta. Dal doppio titolo olimpico sovietico.

Dalla sfida impossibile e quasi vinta ai canadesi, agli americani. Il dilettantismo che si opponeva ai professionisti, ai mostri inviolabili quanto il Sacro Graal. Charlamov giocava nel Cska Mosca. L’Armata Rossa con lui vinceva 11 titoli nazionali. Con la nazionale, otto medaglie mondiali, oltre al bis ai Giochi (Sapporo 1972, Innsbruck 1976). Trionfi in fila, grazie alla leggendaria linea offensiva Charlamov–Mikhailov-Petrov.

La fama del fuoriclasse sovietico raggiungeva anche il Nord America. E alle Summit Series 1972, nella prima gara del filotto contro i fuoriclasse della Nhl (che a quei tempi non giocavano partite se non nel proprio campionato), Charlamov segnava due reti storiche.

Diventando, 41 anni dopo, il protagonista assoluto di un film blockbuster, la risposta russa a Momenti di gloria, “Legend N.17”, campione di incassi 2013 in Russia. Nelle partite contro i canadesi, Charlamov veniva pestato regolarmente. Gli americani lo temevano perché stava per essere rivista la legge dello sport che reggeva il proprio sistema: professionismo vincente sempre e comunque, agli altri le briciole, meglio ancora se sovietici.

L’hockey non ci riuscì, il basket sì, 16 anni dopo, ai Giochi di Seul, con il successo della Nazionale di Arvydas Sabonis in finale su assi statunitensi come David Robinson, Danny Manning, Mitch Richmond. L’Urss di Charlamov perdeva (4-3) la serie di partite contro la potenza occidentale. Il campione si rompeva una caviglia dopo un duro intervento di un canadese. Ma il mito era nato.

E l’Urss diventava una potenza in grado di vincere sei titoli olimpici su sette, dal 1964 al 1988. Fallendo solo il colpo a Lake Placid 1980. Charlamov moriva appena un anno dopo, a 33 anni, assieme alla moglie, vittima di un incidente stradale. Non era alla guida. Una fine tragica, che ha colpito anche altri fuoriclasse dello sport (Gaetano Scirea, difensore della Juventus, in Polonia nel 1989, Drazen Petrovic, campione di basket croato, nel 1993). Una fine che ne rafforza la leggenda.  

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