Sergei Belov e la Guerra Fredda sul parquet

Sergei Belov (Foto: Itar-Tass)

Sergei Belov (Foto: Itar-Tass)

Quei tre secondi che cambiarono le sorti della finale di basket maschile Usa-Urss alle Olimpiadi di Monaco 1972

Tre secondi. Per cambiare la storia del basket. Nell’Olimpiade 1972, segnata dal terrore. Con i feddayin incappucciati di Settembre Nero che facevano irruzione nel villaggio olimpico: bilancio finale, 11 israeliani morti tra atleti, tecnici e dirigenti. Usa–Urss, finale per la medaglia d’oro nel basket, fu uno degli eventi per cui ebbe senso non fermare la manifestazione, dominata nel medagliere dal nuotatore yankee Mark Spitz, sette ori in altrettante gare.

Sovietici contro statunitensi, atto quinto delle ultime sei edizioni olimpiche. Gli americani venivano da 63 successi consecutivi in una gara a cinque cerchi (dai Giochi di Berlino 1936). Quella sera, il 9 settembre, diventavano leggende Sergei e Aleksandr Belov. Compagni di squadra, nessun grado di parentela.

Il primo era il re del tiro sospensione imprendibile per la difesa statunitense, con punti a ripetizione. Un simbolo del basket russo e del Cska Mosca. Uno dei motivi, come spiegava Ettore Messina nel suo libro “Basket, uomini, pianeti”, per cui il club della capitale è conosciuto e rispettato nel mondo. E che è stato a lungo l’incubo sportivo degli Stati Uniti, maestri della pallacanestro professionistica.

Al punto che era introdotto nel 1992 nella Hall of Fame, tra i vari Wilt Chamberlain, Bill Russell, Jerry West. E gli europei allora erano tutt’altro che benvoluti sui parquet dall’altra parte dell’Oceano.

Sergei Belov era il fenomeno della gara (a lui è dedicata pure una delle 361 fermate della metropolitana di Londra), ma il canestro della vittoria, del 51-50 dell’Urss sugli Usa, fu messo a segno da Aleksandr, al termine di uno dei finali più controversi di sempre. Due tiri liberi per gli Usa, sul 49-48 per l’Urss. Primo a segno; prima del secondo tentativo suonava la sirena del time–out. Una violazione: la sospensione poteva essere chiesta dalla panchina sovietica solo a gioco fermo. Punteggio: 50-49 per gli Usa.

Rimessa in gioco Urss, con l’allenatore che invadeva il campo per ottenere il time–out. Il presidente della Fiba, la federazione europea, scendeva dagli spalti per indicare il tempo di gioco rimanente: tre secondi. Si tornava in campo, la gara finiva con il successo finale degli americani, che andavano a festeggiare negli spogliatoi.

Ma il cronometro non aveva funzionato al meglio. Si dovevano ripetere quei tre secondi. Palla lunga sovietica per Aleksandr Belov (morto tre anni dopo in carcere), lasciato libero sotto canestro. Due punti, 51-50 per l’Urss. Violente critiche americane, che gridavano a un arbitraggio parziale, troppo “europeo”. Ed ennesimo episodio della Guerra Fredda, questa volta su un parquet.

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