A cena con Bykov

Mosca vista dal basso di un'italiana. I post
Credit: Niyaz Karim

26 febbraio 2013
Un locale vuoto. Tre amiche. E poi quell’uomo. Se ne sta seduto in silenzio davanti a una donna con in mano un libro. Lei legge. Un grosso volume appoggiato sopra un leggio. Lui la fissa, scavando con le dita dentro un melograno aperto a metà. Sul tavolo una caraffa di vodka. Due piatti vuoti, qualche briciola di pane sulla tovaglia. Lei legge e lui la osserva. Poi scambiano qualche parola. E lei torna a leggere. In silenzio.

Lo conosco, penso. Certo che lo conosco. “Ehi ehi, quello è Bykov!”. Eureka! Le mie amiche mi fissano. Chi? “Dmitri Bykov, lo scrittore”. È strano come il nostro cervello sia in grado di fotografare certi volti pur avendoli visti in tutta la vita solo un paio di volte. Perlopiù in televisione o sulle riviste. Giornalista, scrittore, firma di punta di alcuni autorevoli giornali russi come Ogonek, Bykov è tra gli esponenti del mondo della cultura russa scesi in piazza nel dicembre 2011 per protestare contro i risultati delle elezioni.

Se ne stava seduto lì, sul tavolino di fianco al nostro. Ultimo cliente di una ryumochnaya ormai vuota.

Irresistibile la sensazione di fissarlo, vedere cosa fa, cercare di captare – anche se per poco – quello che può dire. Insomma, mi dico,  è una delle firme più autorevoli della letteratura russa contemporanea! Un privilegio per me, straniera come tante, vedere con i miei occhi le mani che hanno dato vita ad alcune delle più interessanti opere letterarie della Russia di oggi. Bykov, infatti, dal 1991 è anche membro dell’Unione degli scrittori russi.

Lo scrittore russo Dmitri Bykov (Foto: Kommersant Photo)

Avvicinandomi al bancone per ordinare un secondo giro di birra, chiedo conferma alla barista, una robusta signora di mezza età, dal volto rotondo e dai fianchi pieni. Lei annuisce e sorride, tradendo un certo orgoglio nell’ospitare dentro al suo locale un personaggio così degno di stima. Un cliente abituale, da quanto capisco.

La coppia resta seduta nella penombra del locale ancora un po’, perlopiù in silenzio. Lei continua a leggere. E lui continua a fissarla. Poi lei si alza, gli si avvicina e lo abbraccia.

Inizia a farsi tardi, la donna tira fuori un pacchetto di sigarette e si avvia verso l’uscita. Io non resisto. Appena lui si alza per andarsene, io scatto in piedi e mi fiondo verso di lui.

“Salve”, biascico, senza sapere nemmeno io di preciso cosa dire. Che situazione imbarazzate! Ripensandoci ora mi sono sentita veramente fuori luogo. “Io credo di conoscerla”, dico.

Lui mi fissa dall’alto di quel gradino che precede la porta d’uscita del locale. L’espressione del volto a metà strada tra il divertito e lo scocciato. Chissà quante volte si sarà sentito ripetere frasi così banali. Ma cosa inventarsi, così, su due piedi?

“Come ti chiami?”. Mi chiede. Rispondo. “Io Dmitri”, controbatte. “Lo so”, aggiungo io. Una risposta più tonta non avrei potuto darla. Fa seguito una mia risatina nervosa. Scambiamo altre due parole, e ci salutiamo.

Che incontri singolari che si fanno talvolta nelle grandi città. Mosca me ne ha regalati tanti. Ma questo, finora, si annovera tra quelli più curiosi, inaspettati… e imbarazzanti. 

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