L'Ucraina, la crisi e quella parola fraintesa

Vignetta di Alexei Iorsh

Vignetta di Alexei Iorsh

Nella diplomazia internazionale e nella condivisione di informazioni la lingua rappresenta uno strumento fondamentale. La traduzione imprecisa di una parola può infatti alterare il modo in cui un intero Paese viene percepito, così come la rappresentazione fuorviante di un concetto potrebbe avere ripercussioni gravissime sui negoziati internazionali e distorcere pesantemente la percezione di chi legge

Domenica tredici agosto il presidente Vladimir Putin ha rilasciato un’intervista alla televisione russa a proposito della crisi nell’Ucraina sudorientale. Una delle sue risposte comprendeva la seguente frase: “Dobbiamo immediatamente intavolare dei negoziati concreti ed efficaci, non incentrati su questioni tecniche, bensì sull’organizzazione politica della società e il gosudarstvennost del sudest dell’Ucraina, al fine di garantire in maniera incondizionata i legittimi interessi dei suoi abitanti”. Il termine in corsivo è stato intenzionalmente lasciato in russo. La maggioranza dei mezzi di comunicazione di lingua inglese ha tradotto la parola gosudarstvennost (государственность) con “statehood”: una parola che esprime la condizione di “essere uno stato”. Una traduzione che pur non essendo del tutto errata non è precisa, e che nel contesto dell’intervista rilasciata da Putin risulta addirittura fuorviante.

 
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Gosudarstvennost è il sostantivo dell’aggettivo gosudarstvennyi (“del governo” o “dello stato/nazione), che a sua volta deriva dal termine gosudarstvo, ovvero “governo” o “stato/nazione”. Stando ai due dizionari russi più citati del XX secolo (Ushakov e Ozhegov) e al dizionario Efremova, il più diffuso del XXI secolo, il termine gosudarstvennost esprime un sistema di governo, o di stato; l’organizzazione del governo, o dello stato; o, semplicemente, l’ordine politico. In russo, dunque, il termine può essere interpretato in due modi: come l’organizzazione di un governo, la sua efficacia o fattibilità − in breve, la governance; o come l’organizzazione di uno stato/nazione, la sua sistematizzazione − il suo essere uno stato. Il duplice significato della parola ha indotto i giornalisti russi a chiedere al Cremlino di precisare l’affermazione. Il portavoce presidenziale Dmitri Peskov ha allora spiegato che Putin non stava parlando della Novorossiya (l’Ucraina sudorientale) come di uno “stato”, ma che intendeva riferirsi invece a dei negoziati che prevedono il coinvolgimento di tutte le parti in causa e tali da prendere in considerazione gli interessi di tutti, al fine di raggiungere l’ordine e la stabilizzazione della regione sudorientale: cosa di cui Putin aveva già discusso con il presidente ucraino Petro Poroshenko nel quadro di quella che aveva detto avrebbe dovuto essere una soluzione pacifica del conflitto.

La stampa anglofona ha però scelto di tradurre il termine gosudarstvennost con “statehood” anziché “governance” o “assetto di governo”. E poiché “statehood” implica come detto il riconoscimento di una nazione indipendente, scegliendo di usare quel vocabolo per tradurre il messaggio di Putin i media hanno implicitamente dato a intendere che il presidente russo volesse appoggiare l’indipendenza del Donbass. Anche dopo che Peskov ha chiarito la faccenda con la stampa russa, e che il suo chiarimento è stato riportato dalla stampa anglofona, sui titoli si è continuato a leggere: “Putin parla di stato indipendente per l’Ucraina orientale”, “Putin sollecita un dibattito sulla creazione di uno stato nell’Ucraina orientale”, “Putin esorta Kiev a unirsi al dibattito sulla creazione di uno stato indipendente nell’Ucraina orientale”, e via dicendo. Un quotidiano di lingua inglese ha affermato che l’espressione usata da Putin era “vaga e provocatoria”. Tuttavia, se il presidente russo avesse voluto essere intenzionalmente vago e provocatorio, il suo portavoce non si sarebbe certo affrettato a precisare che Putin non aveva impiegato il termine gosudarstvennost nel senso di “stato indipendente”.

Nelle traduzioni da una lingua all’altra capita spesso che si verifichino dei fraintendimenti, e l’episodio del “gosudarstvennost del Donbas” non rappresenta certo il primo esempio di un’interpretazione inesatta data dalla stampa occidentale; d’altronde, anche ai media russi è capitato, come a tutti, di suggerire delle interpretazioni inesatte. Simili episodi non rappresentano un grave problema per la testata che li “ospita”, dal momento che non hanno alcuna ripercussione sulla sua immagine, la sua diffusione o i suoi finanziamenti. A fare le spese di simili inesattezze sono semmai le persone che cercano informazioni accurate e veritiere. Il lettore in cerca della realtà dei fatti dovrà accontentarsi di una mezza verità, di una comprensione parziale dell’accaduto. Esiste allora una fonte di informazioni oggettiva, imparziale e completamente fedele ai fatti? Dove possiamo scoprire ciò che il nostro vicino ha realmente detto, e a cosa si riferiva? È una delle sfida più grandi che ancora ci troviamo ad affrontare.

Sergei Tseytlin, traduttore freelance, collabora con Rbth. Nato a Mosca, è cresciuto a New York e da 16 anni vive in Italia, prima a Milano, poi a Venezia, ora a Roma. I suoi saggi e racconti sono stati pubblicati in diverse riviste a Londra, Mosca e Venezia. In Italia sono sono state pubblicate la raccolta di storie "The Venetian Notebook and Other Stories" e la novella “Bragadin”.

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