Il futuro di Kabul è nei “tubi”?

Vignetta di Sergei Elkin

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La Russia non intende inviare le sue truppe nel territorio dell’Afghanistan, dopo il ritiro delle forze internazionali del 2014. Il commento dell'esperto Evgeny Shestakov

Dopo il ritiro delle forze della coalizione internazionale dall’Afghanistan nel 2014 esiste davvero l’eventualità che la Russia invii le sue truppe nel territorio afghano?

Della realisticità di questo scenario si è discusso dopo l’apparizione nei media di un filmato in cui il rappresentante del Ministero della Difesa, Sergei Koshelev, alludeva alla possibilità di stabilire delle basi russe di manutenzione in Afghanistan. Tale affermazione è stata successivamente smentita sia dal dicastero della Difesa che dal Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa.

A detta del portavoce del Ministero degli Affari Esteri russo, Aleksandr Lukashevich, “la posizione di Mosca riguardo all’inammissibilità di un ritorno delle truppe russe in Afghanistan resta immutata”. A detta di Lukashevich tutte le speculazioni a tale proposito “sono solo il frutto di una fantasia malata”. Ma com’è noto, non c’è fumo senza fuoco, sebbene sia assolutamente persuaso che la Russia non abbia alcuna intenzione di inviare le sue truppe nel territorio afghano.

Secondo i dati in mio possesso, non sono stati elaborati piani del genere né all’interno della Csi, né nell’ambito dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto). Al tempo stesso non va dimenticato che tra Mosca e Kabul vige un accordo di cooperazione tecnico-militare secondo cui agli specialisti russi è affidata, in particolare, la riparazione delle attrezzature militari afghane di produzione russa. È possibile che l’esecuzione di una di tali riparazioni, eseguita direttamente sul territorio afghano, sia stata dai media erroneamente interpretata come un passo propedeutico alla creazione nel paese di basi militari russe.

Tuttavia, l’imminente ritiro dall’Afghanistan di una parte considerevole delle forze militari di pace, previsto per il 2014, costringe Mosca a riconsiderare le minacce alla sicurezza che potrebbero verificarsi sui confini dei Paesi membri dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto). La situazione appare ancora più nebulosa, se si tiene conto delle elezioni presidenziali che dovrebbero tenersi in Afghanistan nell’aprile  2014 e che potrebbero ricondurre il Paese in una nuova spirale di instabilità. Soprattutto se si presta fede alle dichiarazioni recentemente rilasciate dal presidente afghano Hamid Karzai secondo le quali uno degli ideologi del movimento dei talebani, Mullah Mohammed Omar, potrebbe candidarsi alla competizione elettorale.

Alla conferenza internazionale di Mosca sul futuro dell’Afghanistan, Viktor Ivanov, capo dell’Agenzia antidroga della Federazione Russa, ha rilevato il colossale incremento della produzione di eroina e hashish in Afghanistan. Secondo i dati in suo possesso gli stupefacenti afghani, smerciati nei mercati di 100 Paesi del mondo, solo lo scorso anno hanno prodotto circa un milione di vittime.

Ma l’elemento più pericoloso, a detta del funzionario, è che il narcotraffico da incidentale effetto della tensione presente in questa regione si sia trasformato nella sua causa principale. Di fatto Ivanov ha riconosciuto che il narcotraffico incide in misura rilevante sui vettori politici di sviluppo dello Stato, mentre l’Afghanistan si è trasformato in un centro mondiale di narcoproduzione dove il potere è costretto a servire gli interessi dei cartelli criminali.

Oggi gli esperti occidentali ipotizzano tre diversi scenari di sviluppo per la situazione  afghana. Secondo il primo, dopo le elezioni presidenziali e il ritiro delle forze della coalizione internazionale, il governo afghano resterebbe al potere, preservando le stesse condizioni e gli attuali confini dello Stato. Per il secondo, l’Afghanistan si scinderebbe in due entità politiche di diverso segno etnico: la parte Nord del Paese resterebbe sotto il controllo di Kabul, mentre nella parte Sud verrebbe a formarsi un nuovo Stato dove con l’opposizione armata al potere.

E infine, nel terzo scenario, prefigurato dagli esperti britannici, la cui veridicità viene riconosciuta anche in Russia, dopo le elezioni presidenziali in Afghanistan, avrebbe inizio, nel Sud del Paese - nelle regioni dove vivono in percentuale rilevante afghani di etnia pashtun - una graduale decentralizzazione dello Stato in una miriade di entità politiche autonome. Tale piano ha già ottenuto il sostegno di alcuni comandanti di campo che combattono contro Kabul.    

Da parte sua la Russia è alla ricerca di un “antidoto” contro le nuove minacce alla sicurezza che potrebbero arrivare dall’Afghanistan dopo il 2014. Per ottenere informazioni aggiornate e approfondite sulla situazione nella regione, Mosca si prefigge di intrattenere regolari consultazioni  ogni sei mesi con i ministeri degli Esteri delle repubbliche dell’Asia Centrale (Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan) sulla questione afghana.

Quanto ai passi che sarebbero intenzionati a compiere gli Stati della Csi, alla luce dei cambiamenti avvenuti in Afghanistan dopo il 2014, il ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, Sergei Lavrov, ha dichiarato che la questione del futuro dell’Afghanistan è stata presa in esame durante l’incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi della Csi,  svoltosi il 5 aprile 2013 in Uzbekistan.

A detta di Lavrov “l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva ha elaborato un’unica strategia riguardo all’Afghanistan che prevede dei piani in linea con l’Organizzazione di Shangai per la cooperazione, congiuntamente all’azione dei servizi di sicurezza del centro di antiterrorismo operante all’interno della Csi”. Come ha spiegato Lavrov, tutti gli Stati della Csi concordano sulla necessità di garantire la sicurezza dei paesi confinanti con l’Afghanistan, di cooperare con Kabul per l’attuazione di misure volte al potenziamento delle sue forze di sicurezza e di aiutare l’Afghanistan nella risoluzione dei suoi problemi economici.

Secondo gli esperti russi, l’elaborazione di una nuova strategia economica per l’Afghanistan muterà i vettori di sviluppo del paese. Durante il nostro colloquio il presidente del Presidium dell’Associazione per l’amicizia e la cooperazione con l’Afghanistan, Yuri Krupnov, ha menzionato una serie di cifre significative. Entro il 2020 per l’accelerazione del processo d’industrializzazione dell’Afghanistan dovrebbero essere stanziati 50 miliardi di dollari, di cui 7 miliardi provenienti dalla Russia. Della raccolta delle risorse potrebbe essere incaricato il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite.

A detta degli esperti russi il denaro raccolto sarebbe necessario per avviare i progetti dei gasdotti di transito dal Turkmenistan all’India e dall’Iran all’India che attraverserebbero il territorio afghano; e anche per accelerare il processo di elettrificazione del paese, come base della sua industrializzazione futura. Ma è evidente che la realizzazione di tali progetti dipende innanzi tutto dalle capacità che avrà la nuova leadership afghana, uscita dal voto presidenziale del 2014, di mantenere la stabilità nel paese.

Nel frattempo, a mio avviso, il Paese continuerà a permanere in una situazione d’impasse: da un lato una completa industrializzazione dell’Afghanistan appare irrealizzabile senza la risoluzione dei problemi della sicurezza; dall’altro, risulta impossibile superare il problema del narcotraffico senza prima aver avviato un processo di industrializzazione. Non è dato sapere fino quando permarrà questa impasse. Dalle conferenze internazionali sull’Afghanistan, a cui ho avuto l’occasione di partecipare, l’unico dato che emerge è che gli stati donatori saranno di anno in anno sempre meno disponibili a elargire nuove risorse a Kabul.

La speranza che dopo il 2014 le autorità afghane riescano a mantenere autonomamente il controllo del Paese appare sempre più un miraggio.

Evgeny Shestakov è editorialista di Affari Esteri per Rossiyskaya Gazeta

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