Russi soggiogati dall'idea russa?

Vignetta di Dan Pototsky

Vignetta di Dan Pototsky

La “questione nazionale” è da sempre una delle priorità principali dell’evoluzione politica e sociale del Paese; oggi si è trasformata in differenti varianti e interpretazioni

La “questione nazionale” è da sempre una delle priorità principali dell’evoluzione politica e sociale. Ma se negli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000 l’attenzione dei giornalisti e degli esperti era focalizzata sui problemi dell’identità delle minoranze etniche e delle singole repubbliche (di cui la Cecenia resta l’esempio più eclatante), negli ultimi anni è emersa invece in primo piano l'"idea russa" nelle sue differenti varianti e interpretazioni.

Secondo i dati dell’Istituto di Sociologia dell’Accademia delle Scienze russa nel 2012 lo slogan “la Russia ai russi” era appoggiato dal 10-15 per cento dei russi, mentre il 30 per cento dei russi sostiene che i cittadini di etnia russa debbano avere più diritti e privilegi  di quelli di altre etnie.

La domanda di massa su temi particolari genera inevitabilmente proposte ideologiche coerenti. L’etnonazionalismo russo ha cessato di essere una tendenza marginale. L’allusione a una “specificità del percorso  russo” appare con sempre maggiore frequenza persino nelle dichiarazioni di forze politiche che si definiscono liberali. E sebbene la tesi del conferimento al popolo russo dello status di “forza costituente dello Stato” non rientri nella Strategia della politica nazionale, essa è stata molto dibattuta ai vertici.

I risultati dei censimenti del 2002 e del 2010 hanno in qualche modo legittimato i fautori della “rinascita russa”. Né all’epoca dell’Impero russo, né ai tempi dell’Unione Sovietica, i russi hanno mai rappresentato l’80 per cento della popolazione nazionale del Paese. Da qui l’idea secondo cui la Russia deve essere concepita come Stato russo in cui alla maggioranza etnica spetta la supremazia al potere, nel settore produttivo e in ambito sociale.  

In base a ricerche svolte dagli esperti della Camera Pubblica della Federazione Russa, il partito dei nazionalisti russi, se partecipasse alle elezioni del 2016, potrebbe raccogliere fino al 10 per cento di preferenze degli elettori. Com’è venuta a determinarsi una simile situazione? E che cosa ha motivato la galoppante crescita dei fautori dell’“idea russa”?

Il movimento attuale di “rinascita russa” potrebbe essere descritto come una pulsione irrazionale e oscurantista. Una componente irrazionale o semplicemente oscurantista è senza dubbio presente in percentuale non irrilevante in questo fenomeno. Ma la realtà è un’altra. La crescita di popolarità dell’etnonazionalismo russo è un processo per molti versi oggettivo che riflette il carattere di transizione della società russa contemporanea, che, per usare una metafora, è uscita dal “cappotto” sovietico, ma non ha ancora trovato abiti consoni alla propria taglia. Tutto ciò rende attuali il problema della ricerca dell’identità e il dibattito su come dovrà essere la Russia nel nuovo secolo.   

Il successo crescente dell'"idea russa" appare in misura rilevante una conseguenza della dissoluzione dell’Urss, del cambiamento radicale dello status sociale dei russi e dei cittadini dell’ex repubbliche sovietiche e della formazione di entità statali e nazionali nella compagine della Federazione Russa.

Il celebre demografo russo, Vladimir Kabuzan, ha ideato una metafora molto appropriata per definire la situazione di alcune regioni del Paese, denominandole “entità straniere all’interno della Russia”. E se il potere russo si è rivolto alla maggioranza etnica seguendo il principio del “lasciamo pure che i bambini si divertano, purché non si ribellino”, l’opinione pubblica liberale spesso si è rivolta al popolo russo quasi solo per chiedere perdono per i crimini del passato imperiale.

Proprio simili errori di calcolo e valutazione hanno fatto sì che la “questione russa” venisse monopolizzata dagli estremisti, mentre si è cominciato a recepire la “rinascita russa” come una revanche politica. Tale revanche si manifesta nelle forme più varie: dagli appelli per una drastica riduzione del numero degli immigrati alla proposta di instaurare de facto una forma di apartheid tra regioni della Russia centrale e territori del Sud della Russia, fino alla resurrezione dell’impero sotto la “bandiera russa”.

Nondimeno, tutte le varianti dell’idea di “rinascita russa” presentano sempre gli stessi contenuti politici: una visione del mondo riduttiva, trionfo della xenofobia e isolazionismo. Un altro pericolo insito nell’idea della “rinascita russa” è quello rappresentato dal richiamo ai fondamenti biologici del nazionalismo. Su questo piano il nazionalismo russo si differenzia ben poco a livello teorico dai programmi nazional-separatisti degli inizi degli anni ’90. Proprio per questo la realizzazione del “progetto russo” potrebbe diventare  nella sostanza un tentativo di spegnere l’incendio gettando benzina sul fuoco.

Per il potere diventa indispensabile reagire con la massima urgenza al dilagare dell’attivismo etnopolitico sotto l’egida della “bandiera russa” e non con edificanti dichiarazioni, ma attraverso una riforma profonda della politica nazionale, che non limitandosi a iniziative di tipo folcloristico-etnografico, avvii un processo di formazione di un’unica identità basata non sul principio del sangue, bensì su quello della comune cittadinanza e della fedeltà allo Stato. Altrimenti, è verosimile aspettarsi le più tristi conseguenze.

Nel caso in cui il potere abbandoni al suo destino il progetto di una “rinascita russa”, la questione dell’unità del Paese verrà gioco forza a cadere  e il centro comincerà a ridefinirsi fino a sviluppare una politica di separazione dagli odiati “estranei”; inclusi i connazionali delle altre etnie. E se oggi il movimento etnonazionalista è ancora un universo frammentato in in mosaico di gruppi, domani è assai probabile che possa unificarsi. L’inerzia del potere costituisce il miglior sostegno a un’integrazione dei fautori della tesi di una “Russia ai russi” che potrebbe mettere a repentaglio l’unità della Russia.

L’autore è ricercatore presso il Centro di studi strategici e internazionali di Washington, Stati Uniti

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