Il dovere internazionale che ci portò in Corea

La partecipazione dei piloti sovietici nella guerra di Corea fu resa pubblica in Unione Sovietica solo negli anni '70-'80 (Fonte: Flickr / U.S. Army Korea - Historical Image Archive)

La partecipazione dei piloti sovietici nella guerra di Corea fu resa pubblica in Unione Sovietica solo negli anni '70-'80 (Fonte: Flickr / U.S. Army Korea - Historical Image Archive)

Nel sessantesimo anniversario della fine della guerra, i ricordi di uno tra le migliaia di soldati sovietici mandati a combattere “per gli ideali del comunismo mondiale”

Nikolai Melteshnov è molto soddisfatto della sua breve carriera da soldato. Nell’ottobre del 1952 ebbe l’onore di servire ancora una volta la patria. Il secondo conflitto mondiale era finito e gli offrirono, giovane ma esperto soldato delle truppe d’artiglieria antiaerea, di compiere una missione speciale.

Nel presidio militare di Chabarovsk lo fecero firmare per mantenere la segretezza dell’imminente operazione, ma secondo Nikolai molti all’epoca sapevano già di cosa si trattasse. Dopo aver ricevuto la sua piastrina nella divisione composta da cannoni antiaerei 76 mm partì per la missione. La politica, allora come adesso, non lo interessava, perciò non aveva chiesto né dove né perché. Nel punto di trasbordo della cittadina di confine Grodekovo sostituì l’uniforme di ufficiale sovietico con una giubba da soldato cinese.

Le truppe sovietiche

In Corea, dalla parte sovietica combatté il 64mo corpo d’aviazione da caccia, in cui rientravano sia formazioni della VVC (l’aeronautica militare dell’Urss) sia forze della contraerea. Al 1952 il corpo contava circa 26.000 uomini e 321 aerei. La partecipazione dell’Unione Sovietica alla guerra era segreta, perciò ai piloti era vietato avvicinarsi alla linea del fronte sopra il mare. Gli aerei portavano segni di identificazione cinesi, ai piloti si davano l’uniforme e documenti cinesi. Nella prima fase di azioni gli si richiedeva inoltre di non parlare in russo durante il decollo; dovettero imparare le frasi indispensabili nei combattimenti aerei in coreano, anche se già dopo i primi scontri la richiesta fu cancellata a causa della sua inattuabilità. La partecipazione stessa dei piloti sovietici nella guerra fu resa pubblica in Urss negli anni Settanta e Ottanta. Nonostante l’estrema segretezza, i piloti dell’aviazione dell’Onu erano perfettamente al corrente di chi fossero i loro avversari. Secondo i dati provenienti da fonti sovietiche le perdite dell’armata in tre anni di guerra furono di 335 aerei, non meno di 120 piloti e 68 artiglieri. Le perdite dell’avversario secondo i dati (esagerati) delle stesse fonti arrivavano a 1.250 aerei, di cui 1.100 abbattuti dai caccia e 150 dall’artiglieria antiaerea

Così si ritrovo per la prima volta all’estero, nella città cinese di Dalian. Il presidio aveva ricevuto un incarico la cui preparazione durò un mese. Soldati e ufficiali dovevano sostituire sul posto di combattimento i loro compagni che stavano offrendo sostegno al popolo coreano alleato. Il quartier generale della divisione venne spostato ad Andun, molto vicino al confine della Cina con la Corea del Nord, dove spesso si vedeva il leggendario asso dell’aviazione sovietica Ivan Kozhedub, che iniziò alla tecnica di volo i piloti cinesi e coreani sui primi aerei a reazioni, i Mig-15.

Gli americani si erano posizionati in Corea del Sud e in Giappone. La coalizione di 14 Stati possedeva potenti armamenti, tra cui prima di tutto una numerosa e moderna aviazione. Perciò il giovane luogotenente Melteshinov, in servizio come aiutante del comandante di divisione, si ritrovò proprio in mezzo agli eventi.

“La nostra aviazione riportò perdite significative, - racconta Nikolai Melteshinov. - A quel tempo dalle catene di montaggio delle fabbriche americane uscivano gli aerei più all’avanguardia, gli F-86 Sabre. Erano equipaggiati con radar e sistemi di puntamento. Il raggio di virata era di un centinaio di metri. Per questo era dura per i nostri piloti; i Mig valevano meno dei Sabre sotto molti aspetti. Davamo supporto all’aviazione come potevamo, ma gli aerei americani spesso volavano a un’altezza superiore ai sette chilometri e quindi le raffiche dell’artiglieria antiaerea esplodevano in aria, senza causare alcun danno ai nemici. Ecco perché i soldati indossavano sempre il casco ed erano equipaggiati di tutto punto. I frammenti dei proiettili, cadendo da un’altezza di molti chilometri, diventavano mortali per gli artiglieri sovietici. L’avversario bombardava di notte. Così gli americani buttarono il napalm. Seppellimmo i nostri soldati nel cimitero russo di Dalian. Gli ufficiali caduti con grado superiore a quello di maggiore invece vennero rimpatriati. La nostra divisione si trovava vicino a un villaggetto coreano, non lontano da Andun. Eravamo contenti se un americano veniva colpito, ma il comando esigeva sempre le prove degli aerei abbattuti. Per questo i coreani avevano creato dei reparti speciali che si occupavano di cercarle. Nei primi nove mesi di servizio la nostra divisione abbatté 52 Sabre. Una volta soltanto la nostra felicità fu adombrata: uno dei piloti coreani su un Mig passò il confine volando su Seul, in territorio nemico”.

“Gli americani lanciavano sulle nostre posizioni dei volantini in cui ci esortavano ad agire allo stesso modo, ma fecero mali i conti. I rapporti tra i soldati sovietici e quelli cinesi e coreani erano molto stretti. Il 1° ottobre i cinesi ci invitavano alla loro festa, per stare insieme a tavola, e il 1° maggio e il 7 novembre noi facevamo lo stesso, quando c’erano le nostre celebrazioni”.

Foto: wikipedia.org

Immagini storiche dalla Guerra di Corea (Foto: wikipedia.org)

Il servizio di Nikolai Melteshinov proseguiva; una volta gli riuscì persino di tornare a Chabarovsk per un paio di settimane, per andare a trovare la famiglia.

Andò anche a Pechino in alcune occasioni particolari. Si portava dietro un dizionarietto per comunicare con gli amici. I coreani e i cinesi chiamavano tutti i nostri militari con un solo nome: capitano. Era vietato avvicinarsi più di 60 chilometri a Pyongyang. All’epoca gli Usa e l’Onu incolpavano l’Unione Sovietica di prestare aiuto militare alla Corea. I nostri diplomatici respingevano categoricamente l’accusa. Così gli americani decisero di fare prigioniero uno dei piloti sovietici.

Per scongiurare l’eventualità fu necessario prendere misure particolari, anche nel tempo libero, durante il quale gli artiglieri pescavano nel fiume vicino, suscitando l’entusiasmo di cinesi e coreani. La maggior parte della popolazione locale viveva in povertà e non sapeva dell’esistenza della canna da pesca e dell’amo. I nostri soldati invece si stupivano dell’inventiva e dell’abilità dei loro “fratelli nell’edificazione del socialismo”.

“I cinesi pescavano con l’aiuto dei pellicani. Ne legavano uno affamato a una corda e gli stringevano il sacco golare con dei morsetti perché non potesse ingoiare. Il pellicano prendeva il pesce e i pescatori gli si infilavano in bocca per recuperare il bottino. Tutti si mettevano a ridere, ma il pescato dei nostri soldati era di più”.

Il cuoco anziano, un cinese, preparava i pasti per tutta la divisione. Faceva piatti abbondanti e appetitosi. Nikolai Melteshinov lo ricorda ancora oggi, anche se sono già passati cinquant’anni.

Foto: wikipedia.org

Immagini storiche dalla Guerra di Corea (Foto: wikipedia.org)

 

“I due anni in Corea del Nord non sono stati una passeggiata. Dopo la fine delle operazioni militari non ce ne siamo andati via subito, - continua il luogotenente Melteshinov. - Insegnavamo l’arte dell’offensiva antiaerea ai nostri amici. Tutti gli armamenti sarebbero rimasti a loro una volta che avessimo lasciato Andun. Abbandonammo il territorio passando da un altro punto di confine. Non riuscimmo a portare via niente, anche se per l’epoca ricevevamo uno stipendio niente male in yang. Ci si poteva comprare cinque completi bellissimi. I doganieri non permettevano di far uscire nemmeno un taglio di stoffa. Tra l’altro per quelle azioni furono citati in giudizio con responsabilità penale, per eccessivo spirito d’iniziativa”.

 

Nikolai Melteshinov sogna di capitare di nuovo in Corea del Nord, dove a breve si svolgerà la celebrazione dei sessant’anni dalla fine della guerra. Ma se non ci riuscirà si siederà di sicuro a tavola con i suoi compagni di lotta, i soldati internazionalisti, per ricordare quei giorni memorabili nella storia del nostro Paese.

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