Come i campioni di hockey russi si sono conquistati la NHL nordamericana

AFP
Ai tempi dell’Urss alcuni furono pronti a scappare dal Paese, perdendo la cittadinanza e rischiando pene pesantissime, pur di realizzare il sogno. Con la Russia indipendente sono iniziati i contratti milionari e i grandi successi

Il primo giocatore arrivato dalla Russia a scendere sul ghiaccio nella NHL, la National Hockey League di Canada e Stati Uniti, era nato addirittura nel 1911, mentre l’Impero Russo era governato da Nicola II e alla Rivoluzione d’Ottobre mancavano ancora sei anni. 

David Schriner era di Saratov, una città della provincia russa, 850 chilometri a sudest di Mosca. E sebbene la sua famiglia fosse emigrata quando era ancora un bambino, fu lui a diventare il primo giocatore “russo” della NHL, che era stata fondata a Toronto proprio nel fatale anno 1917. Durante la sua carriera da giocatore di hockey, Schriner, che oltreoceano veniva chiamato “Sweeney”, ha vinto la Stanley Cup due volte (nelle stagioni 1941/1942 e 1945/1946) con la maglia del Toronto Maple Leafs, e si è guadagnato un posto nella hall of fame dell’hockey. È morto a Calgary, in Canada, nel 1990.

Il primo giocatore della scuola di hockey sovietica irruppe invece nella NHL solo all’inizio degli anni Ottanta. Per fare questo, Viktor Nechaev (nato nel 1955 nella Regione dell’Amur) sposò un’americana, fu costretto a lasciare gli studi e perse la cittadinanza sovietica. Sfortunatamente, la carriera di questo pioniere sovietico non decollò. Nella NHL giocò solo tre partite per i Los Angeles Kings e la sua prima stagione fu anche l’ultima. Nechaev fu poi trasferito nella squadra delle riserve, dove subì un brutto infortunio. Il primo giocatore sovietico in NHL non è mai tornato nella massima serie di questo sport. Chiuse la carriera a Düsseldorf, in Germania. 

Nechaev aveva dovuto correre grandi rischi per lasciare l’Unione Sovietica e giocare per il club americano. Il suo collega Sergej Prjakhin (nato nel 1963 a Mosca) fu più fortunato: fu il primo giocatore di hockey sovietico ad essere ufficialmente autorizzato dalla dirigenza dell’Urss a giocare nella NHL; con i Calgary Flames.

Il 30 marzo 1989, il “New York Times” scrisse del “ruolo storico” di Prjakhin, un ruolo ricaduto sulle sue spalle contrariamente alle aspettative degli esperti di hockey, dei tifosi e dei professionisti. Molte persone pensavano infatti erroneamente che sarebbe stato Vjacheslav Fetisov, un giocatore molto più eminente e gran protagonista nella squadra di hockey sovietica, a compiere questo passo storico. 

Il primo accordo storico tra la NHL e l’Urss spianò la strada per l’invio di altri giocatori di hockey sovietici nella “lega capitalista”. Ma le condizioni economiche di tali accordi non erano molto giuste per i giocatori. 

Secondo il contratto con i Calgary Flames, Sergej Prjakhin, il primo “legionario” sovietico avrebbe dovuto ricevere la somma annua, allora inimmaginabile per una persona sovietica, di 125.000 $ più 150.000 $ di bonus. Ma queste cifre non potevano essere pagate a lui personalmente, ma alla Federazione di Hockey su ghiaccio dell’Urss. 

“Dal lato sovietico c’erano solo pretese: mi hanno lasciato in mutande. Per quei tempi avevo un ottimo contratto. Ma dovevo, per così dire, scucire soldi a tutti: alla federazione e al club. Praticamente non mi è rimasto in tasca un quattrino”, ha raccontato in seguito il giocatore sovietico, la cui squadra vinse anche la Stanley Cup. 

Nonostante il fatto che Prjakhin giocasse con successo in Occidente, per molti giocatori di hockey sovietici la partecipazione alla NHL rimase un sogno impossibile. Coloro che volevano saltare la Cortina di ferro senza il permesso delle autorità dovettero fuggire dall’Urss e bruciare tutti i ponti con lo Stato sovietico. 

Il 9 maggio 1989, il ventenne Aleksandr Mogilnyj chiese asilo politico negli Stati Uniti. Visto che in Urss giocava per la Cska, la squadra dell’esercito, e non aveva ancora svolto il servizio militare, la sua fuga fu eguagliata a una diserzione; in patria molti amici e compagni di squadra gli voltarono le spalle, e della questione prese a occuparsene il Kgb.

“Ero un campione olimpico, campione del mondo, tre volte campione dell’Urss. Ma non avevo nemmeno un metro quadro dove vivere. Chi vorrebbe una vita simile? E di quegli attestati e delle medaglie che farsene? Lasciai Mosca da povero”, ha detto in seguito Mogilnyj. 

Il giocatore in fuga scrisse la storia, diventando il primo capitano russo nella storia della NHL, con i Buffalo Sabres. Durante la sua permanenza nella NHL, Mogilnyij è diventato uno dei giocatori russi di maggior successo, segnando 473 gol. Gli è stato permesso di tornare in patria solo nel 1994.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, avvenuto alla fine del 1991, è diventato molto più facile per i giocatori di hockey della Russia indipendente entrare nella NHL. Fu proprio durante in questo periodo che la National Hockey League si accaparrò i nomi russi più famosi. 

Pavel Bure (classe 1971) è diventato uno dei giocatori russi più leggendari della NHL, letteralmente il migliore tra i migliori. 

Dalla Cska di Mosca passò ai Vancouver Canucks, divenendo immediatamente il giocatore russo più pagato nella NHL, e ricevette poi il titolo ufficiale del miglior nuovo arrivato nella stagione 1991/1992.

Bure era soprannominato “The Russian Rocket” (“Il razzo russo”) per la sua fenomenale velocità sul ghiaccio. Divenne uno degli attaccanti più prolifici nella storia del campionato, ma non è mai riuscito ad alzare l’ambitissima Stanley Cup.

La sua squadra, i Vancouver Canucks, si avvicinò all’obiettivo nella stagione 1993/1994, quando nella serie finale perse con i New York Rangers 4:3. Già nella stagione successiva, uno scontro con un giocatore del club di Chicago segnò l’inizio della fine della carriera eccezionale di Bure nella NHL. “Il razzo russo” riportò una lesione dei legamenti sul ginocchio destro e l’infortunio si trasformò poi in problemi cronici. 

A causa delle recidive, Bure saltò moltissime partite, pur rimanendo formalmente un giocatore della Lega. Nel 2005, ha annunciato la fine della sua carriera nella NHL. Bure ha segnato in totale 437 gol nella NHL, entrando nel ristretto club degli “NHL players with 100 point seasons” (la lista dei giocatori con più di 100 gol in una stagione). Nel 2013, il club dei Vancouver Canucks, per la prima volta nella storia della NHL, ha assegnato permanentemente il numero 10 a un russo, ritirando la maglia. Nel 2017, Bure è stato annunciato come uno dei quattro russi che sono entrati nella lista dei migliori giocatori NHL nell’intera storia del campionato.

All’inizio degli anni Novanta, i russi nella NHL erano ancora casi isolati, un’eccezione alla regola. Tutto cambiò nel 1995. 

Il capo allenatore dei Detroit Red Wings, Scotty Bowman, il tecnico più vincente nella storia della NHL, per la prima volta mise insieme cinque giocatori russi. La sua creatura divenne nota come il “Russian Five.

La cinquina russa includeva il giocatore di fama mondiale della squadra nazionale dell’Urss Vjacheslav Fetisov, il difensore Vladimir Konstantinov e gli attaccanti Vjacheslav Kozlov, Igor Larionov e Sergej Fedorov. 

Quello che sarebbe stato impossibile immaginarne solo dieci anni prima, una squadra di sovietici in NHL, divenne realtà dopo la fine della Guerra Fredda, e l’allenatore di “Detroit” fu considerato geniale, e in gran parte grazie alla sua decisione senza precedenti di riunire i cinque migliori russi, la sua squadra vinse la Stanley Cup nel 1997.

Nel 2005, è iniziata una nuova era nella NHL. La Lega cominciò a prendere giovanissimi russi, che non avevano esperienza della scuola di hockey sovietica. Così nella NHL iniziò l’epoca di Ovechkin. 

Il 5 ottobre 2005, l’attaccante Aleksandr Ovechkin fece il suo debutto nella NHL con la squadra degli Washington Capitals. Era il giocatore più desiderato dalle squadre della NHL, ma Washington arrivò prima di tutti sul campioncino che in Russia giocava nella Dinamo Mosca e che era stato la “prima scelta” agli “NHL Entry Draft 2004” (le selezioni dei migliori giocatori di hockey su ghiaccio provenienti dai campionati giovanili, universitari o dai campionati europei).

Fin dall’inizio della sua carriera nella NHL, Aleksandr Ovechkin, che oggi è considerato uno dei dieci russi più famosi nel mondo di tutti i tempi, ha iniziato a stabilire record dopo record: miglior rookie (debuttante) in campionato, più bel goal della storia della NHL (non ufficiale), primo capitano russo di una squadra americana, contratto più importante nella storia della NHL (124 milioni $ per 13 stagioni), 8 trofei “Maurice Richard Trophy” in bacheca come miglior attaccante del campionato, unico russo ad aver superato i 500 gol nelle regular season NHL.

Ovechkin aveva tutto tranne la Stanley Cup. Di anno in anno, Ovechkin stabiliva record personali, ma la sua squadra non poteva sollevare l’ambita coppa. Finalmente, nel 2018 il sogno si è avverato. Il 7 luglio, dopo una durissima lotta, gli “Washington Capitals” hanno battuto la squadra dei “Vegas Golden Knights” in finale. E il capitano russo della squadra della capitale americana ha finalmente potuto alzare la coppa.

Nell’intera storia della NHL, sono 232 russi ad avervi giocato, 8 sono entrati nella hall of fame dell’hockey e 30 hanno sollevato la Stanley Cup, il principale trofeo della National Hockey League.

Il miracolo sovietico sui campi di hockey: uno sport divenuto leggenda 

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