Il triste destino di tre enfant prodige russi: ecco che fine hanno fatto

Konstantin Dudchenko/TASS
Erano bambini geniali, nel campo della matematica, della poesia e del disegno. Ma il loro cervello fuori dal comune li ha presto traditi

Pavel Konoplev, genio della matematica: morto in una clinica psichiatrica

Negli anni Ottanta, i giornali sovietici scrissero molto di questo bambino sui generis: a tre anni sapeva fare a mente calcoli molto complessi, a cinque imparò da autodidatta a suonare il pianoforte, a sei sapeva costruire il grafico delle funzioni logaritmiche, a otto era in grado di risolvere il problema sull’intensità luminosa di Plutone, che di solito si dà alle Olimpiadi di Fisica a liceali di 16-17 anni. 

Si chiamava Pavel Konoplev, e veniva da Mosca. Un neuropsicologo infantile lo sottopose al test di intelligenza quando aveva sei anni. Il risultato fu un IQ di 142 (per un confronto, Stephen Hawking e Albert Einstein avevano un IQ di 160). E questo sebbene da neonato, nel reparto maternità, si fosse beccato un’infezione grave e i medici gli avessero predetto, come conseguenza, un deficit intellettivo. Invece, fin da piccolo era in grado di leggere e capire i manuali che la mamma aveva studiato all’università, anche se allo stesso tempo scriveva a Ded Moroz, il Babbo Natale russo, come un bambino qualsiasi. 

A 15 anni fu ammesso all’Università Statale di Mosca e a 19 faceva già il dottorato di ricerca, dove si occupava di modelli matematici complessi per la prognosi del futuro insieme a famosi accademici. Un po’ di bullismo lo soffrì da piccolo, ma poi molti iniziarono a vedere in lui non una mosca bianca ma un ragazzo socievole e aperto. A 18 anni divenne anche il più giovane deputato in un consiglio locale alle prime elezioni libere che si tennero nel Paese. 

Ma in seguito, il prima allegro Konoplev cominciò ad avere delle crisi: improvvisi scatti d’ira, aggressività immotivata. Si tagliò le vene, cercando di suicidarsi. I genitori lo fecero ricoverare in una clinica psichiatrica. I medici non riuscirono a capire le ragioni del suo profondo malessere e i medicinali molto potenti con cui cercarono di curarlo provocarono la formazione di un trombo. Pavel morì a 29 anni, senza mai più lasciare l’ospedale psichiatrico. 

Nika Turbinà, poetessa: si gettò dalla finestra

La sua prima raccolta di poesie, “Chernovik: Pervaja kniga stikhov” (“Brutta copia: Primo libro di Poesie”), venne pubblicata quando aveva appena nove anni, nel 1983. Il libro fu tradotto in 12 lingue e stampato in 30 mila copie. A dieci anni vinse il Leone d’oro per la poesia alla Biennale di Venezia del 1984. 

Nika non scriveva poesie da bambini. Per la profondità e la forma, i suoi versi vennero addirittura accomunati a quelli della Akhmatova e della Tsvetaeva. Iniziò a sfornare le prime poesie all’età di quattro anni: soffriva di asma e spesso non dormiva per notti intere. A quanto raccontavano i familiari, spesso chiedeva alla mamma e alla nonna di trascrivere i versi che lei dettava e che “le suggeriva Dio”.

Dopo la fama internazionale, Nika andò negli Stati Uniti, dove incontrò Joseph Brodsky. In quell’occasione, gli psicologi americani si interessarono alla bambina, e consigliarono ai genitori di farle dare una controllatina.

In effetti, attorno ai 16 anni iniziarono per lei seri problemi psichici. La ragazza fu mandata in Svizzera, venne ricoverata in una clinica psichiatrica di Losanna, si innamorò del riconosciuto psichiatra italiano Giovanni Mastropaolo, allora settantaseienne e i due andarono a convivere. 

“Lui era ben dotato sia di soldi che di quello che sta dentro ai pantaloni. Prendeva sempre gli ormoni”, raccontò poi Nika in un’intervista. “Per lui era comodo vivere con me. Avevo 16 anni; poteva fare tutto quello che voleva”.

Ma in Svizzera le crisi di nervi finirono solo con l’aumentare. “Non potevo vivere in un Paese straniero, e ancor meno con lui. Mi trattava come una sua proprietà, ed era terribilmente geloso”, disse poi Nika. Dopo un anno tornò in Russia (in tutto il periodo svizzero aveva scritto una sola poesia). In patria iniziò a bere, cadde in uno stato di costante depressione e cercò più volte di suicidarsi. Intanto, le sue nuove poesie erano criticate e furono definite “i versi maturi di una donna di poco talento”. A 28 anni si uccise gettandosi dalla finestra.

Nel 2018 è uscito un libro “sulla vera vita” della Turbinà, con testimonianze dirette delle persone che l’avevano conosciuta. Vi si racconta di come sua madre, con la forza, la costringesse da bambina a scrivere, “spremendo le poesie fuori da lei, come il dentifricio dal tubetto”. 

Nadja Rusheva, illustratrice: morta di emorragia cerebrale 

“Io li vedo prima… Appaiono sulla carta come filigrana, e non mi resta che tracciarne in qualche modo i contorni”. Nadja descriveva così il suo talento per il disegno. Non faceva mai schizzi e non usava mai la gomma per cancellare. 

Aveva cinque anni quando iniziò a disegnare, e in quinta elementare ebbe già l’onore di una mostra personale come pittrice-grafica. Correva l’anno 1964. Dopo alcuni anni, realizzò le illustrazioni per “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov, che solo allora poté essere stampato in Unione Sovietica, dopo decenni di divieto.

L’eredità della Rusheva è un corpus di circa 12 mila disegni: illustrazioni per favole da bambini e per i classici della letteratura russa (per circa 50 autori), tra cui Pushkin e Tolstoj (“Guerra e pace”). Disegnava molto e molto velocemente: una volta, mentre ascoltava leggere “La favola dello zar Saltan”, realizzò 36 illustrazioni. 

La vita di Nadja Rusheva si interruppe ad appena 17 anni. Si abbassò per legarsi una scarpa e si sentì male: le era scoppiato un vaso sanguigno del cervello e di lì a poco morì di emorragia cerebrale. Come si venne a sapere in seguito, aveva una malformazione congenita, mai diagnosticata prima. 

Nel 1982 gli astronomi sovietici hanno intitolato in suo onore un piccolo corpo celeste. Ora nello spazio c’è un asteroide chiamato 3516 Rusheva.

 

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