Le relazioni tra Russia e Italia tra pandemia, sanzioni e limitazione agli spostamenti

Economia
VINCENZO TRANI
Per fortuna, a livello imprenditoriale, i rapporti tra i due Paesi non soffrono più di tanto delle tensioni geopolitiche, neanche in epoca di pandemia. E l’inizio della produzione di Sputnik V in Italia potrebbe essere un simbolico cambio di passo nell’auspicabile sviluppo delle relazioni italo-russe

I rapporti tra Italia e Russia, che si sono sviluppati in modo particolarmente vivace dalla metà del secolo scorso, sono sicuramente forti e duraturi. L’Italia, in quanto Paese che non ha riserve importanti di idrocarburi, è uno dei tre principali acquirenti di gas russo (il 60% delle importazioni russe in Italia sono infatti prodotti energetici), mentre tessuti, mobili, prodotti alimentari e molte altre eccellenze del “Made in Italy" vengono regolarmente importati dalla Russia. Più precisamente, erano importati prima dell’imposizione delle sanzioni del 2014, che hanno colpito gravemente le economie di entrambi i Paesi. Nel primo anno, l’Italia ha registrato un calo di oltre 20 miliardi di euro. Le sanzioni però non hanno posto fine ai rapporti tra i nostri due Paesi, ma hanno costretto gli imprenditori a cercare nuove vie di cooperazione.

Un approccio particolare

Mentre l’economia russa non ha avuto particolari problemi durante il periodo delle sanzioni, l’economia italiana ha sofferto abbastanza seriamente a causa dell’impossibilità di esportare molti prodotti italiani. In particolare, i latticini: prima dell’embargo alimentare la Russia importava 400 tonnellate di prodotti latteo caseari, dove circa il 2% era di importazione italiana. Dopo le sanzioni, la cifra è scesa a 200 tonnellate, e non ci sono più formaggi italiani. In generale, il fatturato commerciale è sceso da 41 miliardi di euro (livello 2014) a 21 miliardi (2018). Molte aziende italiane sono state costrette a cessare l’attività (oltre 100 mila), incapaci di sopportare le perdite finanziarie. Ma, fortunatamente per entrambe le parti, le sanzioni non hanno interessato tutte le categorie merceologiche: abbigliamento e calzature, alcolici (principalmente i vini), medicinali e attrezzature industriali continuano a essere esportati dall’Italia in Russia e sono la spina dorsale dei nostri scambi commerciali.

Tuttavia, dal 2014 al 2019, le esportazioni dal’Italia alla Russia sono diminuite di circa il 30%, registrando una perdita che, in termini monetari, è stata stimata in 11 miliardi $. Durante la pandemia, ci si aspettava che questi numeri si contrassero maggiormente (di circa 1 miliardo $) a causa dell’interruzione delle catene di approvvigionamento. Le aziende italiane con sede in Russia sono state più fortunate: le loro attività praticamente non si sono fermate. 

In Italia a soffrire più di tutti è stato il settore agricolo, che porta all’economia del Paese il maggior reddito da esportazioni. Solo nel periodo dal 2014 al 2017, a causa delle sanzioni (e in particolare a causa dell’embargo alimentare), le esportazioni italiane sono diminuite di oltre il 45%, e la perdita giornaliera è stata di circa 7 milioni di euro. 

Nonostante la sua presenza nell’Ue, l’Italia continua a chiedere a Bruxelles di revocare le restrizioni economiche, citando il danno alle PMI (piccole e medie imprese), che in Italia sono in numero molto più alto rispetto alle grandi imprese; circa il 70% del totale.

Un modo diverso di esportare

Il desiderio degli imprenditori italiani di operare sul mercato russo, di aiutare a modernizzare il settore industriale e di investire in Russia, insieme alle restrizioni all’export, hanno contribuito alla nascita di un nuovo paradigma: il “Made with Italy”. Questa idea è nata non per sostituire il “Made in Italy” ma per poter far fronte alle mutate esigenze del mercato. Il nuovo format presuppone una stretta collaborazione tra produttori e imprenditori russi e italiani all’interno del mercato russo: si tratta della creazione di società miste o joint venture, che si basano scambio di know-how e tecnologie, e dell’importazione di attrezzature che aiutano a fare “in Russia, come facciamo in Italia”. Tanti sono i settori interessati dalla produzione alimentare ai settori dell’impiantistica o delle macchine utensili. 

Lo sviluppo di questa nuova direzione è aiutato non solo Camera di Commercio Italo-Russa, ma anche da altre istituzioni della diplomazia economica italiana. Per supportare le PMI è stata realizzata anche la piattaforma “Business Navigator”, che lavora in due direzioni: consente alle aziende russe di entrare nel mercato italiano e, viceversa, fornisce servizi di consulenza, partner e clienti agli italiani che vogliono entrare sul mercato russo.

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Oggi, oltre 550 aziende italiane operano in Russia e sono state create circa 100 joint venture nell’ambito del “Made with Italy.” Sebbene finora questo sia ancora molto inferiore rispetto, ad esempio, alle relazioni russo-tedesche (ci sono più di 4.500 aziende tedesche in Russia), in ogni caso le sanzioni hanno stimolato sia gli imprenditori russi a impegnarsi nella sostituzione delle importazioni, sia quelli italiani a pensare a cosa offrire su un mercato amico e molto vasto come quello russo. A farla da padrone sono le attrezzature e tecnologie per l’ingegneria meccanica: è una delle industrie leader in Italia e rappresenta quasi la metà (40%) dell’export italiano in Russia. Allo stesso tempo, le competenze informatiche provengono spesso da specialisti IT russi. Nel settore delle costruzioni, le aziende italiane lavorano insieme a quelle russe: questo può essere visto nella creazione di infrastrutture di grandi dimensioni, come nel caso della VTB-Arena, nella ristrutturazione dello stadio “Dinamo” o anche nel caso delle soluzioni turistico alberghiere offerte da Domina Group, impresa italiana leader nel settore turistico alberghiero conosciuta da russi e italiani per i resort nel Mar Rosso; dal 2012 ha inaugurato in Russia hotel a San Pietroburgo e Novosibirsk e punta nel futuro a Kaliningrad, Tomsk, Tjumen’ e Lipeck.

Dopo la pandemia, la ripresa

Sullo sfondo della pandemia di Covid-19, la decisione di produrre congiuntamente il vaccino Sputnik V può essere considerata un passo molto serio nello sviluppo delle relazioni italo-russe. 

Questo ha dimostrato come le imprese e gli imprenditori o le associazioni come la nostra che le rappresentano sanno essere flessibili, sanno guardare oltre i preconcetti e sanno ottenere risultati importanti senza il supporto della politica.

Il coronavirus ha sottolineato l’importanza del settore della ricerca scientifica e del mondo del farmaco. In termini di innovazione, le biotecnologie italiane possono essere particolarmente utili per il settore BioTech russo. Finora, la quota dei produttori italiani nel mercato russo non supera il 3% (il volume delle importazioni di prodotti farmaceutici è di circa 1 miliardo $) ed è rappresentata principalmente da società come Italfarmaco e Menarini Group, che producono farmaci. Dal 2019, l’interesse per questo mercato dal lato italiano è cresciuto: ci sono state molte richieste di acquisto di attività in società farmaceutiche russe o di collaborazione a quattro mani su nuovi progetti anche di ricerca.   


Questo articolo fa parte della rubrica “Fare affari in Russia”, realizzata in collaborazione con la Camera di Commercio italo-russa e firmata dal presidente della CCIR, Vincenzo Trani. Ogni due settimane analizziamo un aspetto specifico del business bilaterale attraverso interviste, esperienze dirette, analisi e approfondimenti. La rubrica si pone come uno strumento per capire meglio l’orizzonte degli investimenti italo-russi, una bussola per orientare e ispirare quelle imprenditrici e quegli imprenditori ancora pronti a scommettere sul Paese più grande del mondo