Il museo della martire partigiana è troppo bello: diventa lo sfondo perfetto per le fashion blogger

Complesso militare commemorativo “Zoja”
È stato da poco inaugurato a un centinaio di chilometri da Mosca e ricorda Zoja Kosmodemjanskaja, trucidata dai nazisti a 18 anni. Ma la sua architettura minimalista e raffinata attira non solo gli interessati di storia patria, ma anche modelle e stilisti, e la cosa sta iniziando a creare polemiche

Il complesso militare commemorativo “Zoja”, nel villaggio di Petrishchevo, 100 chilometri a ovest di Mosca, è stato definito “il più bello” nel suo genere da vari media e blogger. Si tratta di un edificio minimalista, bianco come la neve, inaugurato nel maggio 2020, sul luogo dell’esecuzione della giovane partigiana Zoja Kosmodemjanskaja (1923-1941), ragazza assurta a martire sovietica.

Questo enorme edificio, sede di un museo di concezione moderna, si trova nel mezzo di vecchie isbe che, fino a poco tempo fa, non avevano nemmeno il gas (l’allaccio alla rete è avvenuto solo quest’anno). In pochissimo tempo, l’edificio, molto diverso da come appare un tipico museo memoriale in Russia, ha guadagnato popolarità sui social network, ma si è anche trovato al centro di vivaci polemiche.

Chi è Zoja?

L’Armata Rossa fece uso non solo di uomini, ma anche di donne e bambini durante la Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di minori si unirono poi ai ranghi della resistenza partigiana, nelle cosiddette Unità di ricognizione e sabotaggio.

Il comando non nascondeva il fatto che il 95% della composizione di tali gruppi partigiani andava incontro a morte praticamente sicura, cosa di cui i giovanissimi venivano avvertiti al momento del reclutamento: coloro che non erano pronti per una morte dolorosa in prigionia in caso di fallimento dell’operazione potevano fin da subito lasciare il distaccamento. La diciottenne Zoja Kosmodemjanskaja, che veniva da una famiglia di insegnanti sovietici, fu una di quelle che decise di rimanere in un tale corpo, nel novembre 1941, quando aveva da poco compiuto 18 anni.

Dopo che era riuscita con successo a far saltare in aria una strada, insieme a un gruppo di giovani ragazzi e ragazze, venne trasferita a Mosca in missione di combattimento: dovevano dare alle fiamme 10 insediamenti; tempo di esecuzione, 5-7 giorni. L’ordine di creare delle squadre “incendiarie” era stato firmato da Stalin. L’idea, che riprendeva l’intuizione di Kutuzov ai tempi dell’invasione napoleonica, era quella di privare l’esercito tedesco dell’opportunità di rimanere nei villaggi e nelle città occupate in stanze calde, e far congelare all’aperto i soldati di Hitler, grazie all’aiuto del “generale Inverno”

Il gruppo appiccò il fuoco con successo a diversi edifici nel villaggio di Petrishchevo, ma durante un altro incendio doloso, Zoja venne catturata. Secondo la testimonianza, venne spogliata nuda e frustata con le cinture, poi venne portata in strada al freddo, solo in mutande. A Zoja si congelarono i piedi, e in questo stato rimase nella capanna fino al mattino, dopodiché venne rivestita e impiccata con un cartello al collo con la scritta in russo e tedesco: “Incendiaria di case”. Per un altro mese, il suo corpo rimase appeso alla forca, al gelo. A dicembre, dei soldati tedeschi ubriachi le tolsero i vestiti e le tagliarono i seni. Solo in seguito venne permessa la sua sepoltura fuori dal villaggio.

Questo è ciò che è sicuramente noto sulla storia di Zoja Kosmodemjanskaja. Il corrispondente di guerra Pjotr Lidov, che parlò con testimoni e scrisse un articolo per il quotidiano “Pravda” nel 1942, raccontò per la prima volta al grande pubblico la sua impresa e la morte. Al centro dell’articolo c’era una fotografia del corpo riesumato della ragazza. Il pezzo riportava le parole di un anziano contadino, e si seppe così del discorso di Zoja in punto di morte sul popolo sovietico e sull’inevitabile vittoria: “Veniva impiccata e lei continuava a parlare. Le hanno messo la testa nel cappio a e lei continuava a minacciarli…”.

Già nel febbraio 1942, la Kosmodemjanskaja divenne la prima donna a essere insignita del titolo postumo di Eroe dell’Unione Sovietica, e lo Stato vide nella sua storia un grande potenziale ideologico per rafforzare lo spirito combattivo dell’Armata Rossa. L’immagine della martire partigiana, come esempio dell’eroismo sovietico, fu rapidamente elevata a culto e diffusa con tutti i mezzi. Ogni cittadino in Unione Sovietica conosceva la storia di Zoja.

“Siamo stati criticati per lo stile”

Il nuovo museo si trova a 200 metri dal luogo in cui Zoja fu originariamente sepolta. Otto edifici del museo sono collegati da un colonnato, e mentre il visitatore si muove attraverso l’esposizione, di tanto in tanto ha una vista sul villaggio o su un campo aperto.

Un museo bianco come la neve in un campo aperto non è un caso, questa era l’idea degli architetti.

“Siamo stati criticati per lo stile scelto, hanno detto che tale architettura non è adatta a rappresentare la memoria di tragici eventi militari, ma noi la pensiamo diversamente: l’edificio non dovrebbe personificarli. A nostro avviso, l’architettura nel museo di Zoja non deve aggiungere ulteriori significati alla sua storia”, afferma l’autore del progetto, l’architetto Andrej Adamovich.

Quando esci dalla sala dedicata a Zoja Kosmodemjanskaja, vedi il luogo dell’esecuzione da un lato e la casa dove è stata processata dall’altra.

In totale, il museo ha sei sale espositive interattive e non tutte sono dedicate direttamente a Zoja. Piuttosto, l’esposizione racconta le persone della sua generazione che hanno dovuto conoscere la guerra in così giovane età. Nella sala che simula un’aula scolastica, parte la registrazione di un annuncio militare e si sente il rumore di proiettili volanti; nella sala invernale la temperatura si abbassa; la battaglia per Mosca è raccontata con l’aiuto di un film sullo schermo dietro un finto carro armato a grandezza naturale.

Nella sala della mensa dei soldati, sono disposte le lettere dal fronte e vengono trasmessi continuamente i ricordi dei parenti e dei contemporanei di Zoja.

E si può anche mangiare davvero nel caffè minimalista del museo, dove, oltre a cappuccino e muffin, ci sono in menù piatti della cucina campale militare degli anni Quaranta: tra cui tè alle carote e kulesh (una zuppa di carne).

L’edificio, il caffè e l’atrio sono molto differenti da ciò che si vede di solito in un museo patriottico. “Questo spazio deve essere assolutamente pulito”, dicono i suoi creatori, al fine di far capire alle persone che il tempo prospero in cui viviamo è stato reso possibile dal sacrificio di quelle persone.

Ma del minimalismo e della deliberata “pulizia” stilistica si sono innamorati non solo  coloro che sono interessati alla storia di Zoja. Dall’apertura del museo “Zoja”, sul suo territorio si sono svolti servizi fotografici di marchi di moda e riprese di celebri fashion blogger.

Il popolare giornale online “The Village” ha anche pubblicato un articolo dal titolo “Il luogo di esecuzione della Kosmodemjanskaja come sfondo ideale per le riprese di moda”, che ha provocato uno scandalo sui social network. Alcune persone hanno trovato inappropriato e offensivo tenere sessioni fotografiche sul luogo dell’esecuzione, e tutto ciò che riguarda il tema della memoria della Seconda guerra mondiale è un tema piuttosto sensibile in Russia. “Cosa c’è che non va in voi? Non siete solo senza coscienza; pure il cervello avete perso”, è uno dei commenti contro coloro che vengono qui per realizzare riprese fashion.

Tuttavia, il Ministero della Cultura della Regione di Mosca non vede nulla di sbagliato in tale attenzione: “Non ci eravamo posti il compito di attirare il mondo della moda o altro pubblico lì. Ma il fatto che l’edificio sia diventato attraente, che le persone vengano lì per essere fotografate è anche un bene”, ha detto la sua responsabile Elena Kharlamova.


Come un bimbo italiano salvò un partigiano sovietico 

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