“Un eroe del nostro tempo” di Lermontov? Una grande metafora del virus

Natalya Loginova/Global Look Press; Russia Beyond
Nel capolavoro del 1840, il protagonista Pechorin, uno dei personaggi più negativi della letteratura russa, è spesso paragonato dall’autore a una malattia, e chiunque lo avvicini cade vittima del morbo, finché l’epidemia non coinvolge tutti quelli che si trova a incontrare sulla sua strada

Il capolavoro del diciannovesimo secolo di Mikhail Lermontov (1814-1841) “Un eroe del nostro tempo” (titolo originale russo: “Geroj nashego vremeni”), è davvero un romanzo adatto ai nostri tempi, e una lettura perfetta in questo periodo di isolamento forzato da Covid-19. Il personaggio principale, Grigorij Pechorin, può essere visto come la personificazione di un virus aggressivo, capace di muoversi velocemente, infettare e distruggere tutto ciò con cui viene in contatto.

Pubblicato nel 1840, il romanzo è composto da cinque racconti, ognuno dei quali racconta le avventure di Pechorin, un giovane ufficiale frustrato e la quintessenza dell’“uomo superfluo”. Le storie sono raccontate attraverso le reminiscenze dei suoi amici o sulla base dei suoi diari ritrovati. Pechorin è astuto e crudele, manipola i suoi amici più cari e si comporta in un modo che ora vedremmo come psicologicamente offensivo per le donne.

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C’è stato un costante dibattito critico sul fatto se Lermontov stesse celebrando o criticando il suo personaggio. Un critico del XIX secolo, Vissarion Belinskij (1811-1848), difese Pechorin come vittima delle circostante e dei tempi in cui visse, e più recentemente il critico americano Christopher Hitchens (1949-2011) lo ha visto come un omosessuale represso. Forse possiamo vedere Pechorin sotto una nuova luce oggi, e prendere spunto dalla sua descrizione, fatta da Lermontov, come di una “malattia”.

Non riesce proprio a smettere

Il comportamento di Pechorin in qualche modo imita un virus. È congenitamente irrequieto. In un raro momento di autoanalisi identifica questa come la sua caratteristica chiave: sente che deve essere in movimento costante per rimanere in vita. Uno dei luoghi in cui trascorre più tempo è la città termale di Pjatigorsk. Sembra significativo che Lermontov scelga un centro di cura dove i soldati feriti, gli anziani e gli infermi vanno a cercare di riprendersi. Lermontov crea una situazione drammaticamente pericolosa lì: Pechorin si inserisce e dilaga tra tutti questi “sistemi immunitari” indeboliti.

Si mette subito a interferire con i tentativi dell’amico Grushnitskij di conquistare la principessa Mary. A ogni interazione con lui, Grushnitskij si infetta sempre più del cinismo e dell’odio di sé di Pechorin. Nel giro di pochi giorni, passa dall’essere un giovane romantico a un maleducato che urla agli anziani che osano stare di fronte a lui in fila alle terme.

Sembra che Lermontov stia attirando la nostra attenzione sull’idea di Pechorin come infezione, facendo ammalare Mary direttamente dopo il primo contatto fisico con lui. Dopo il ballo, quando Pechorin ha afferrato la mano di Mary e l’ha inaspettatamente baciata, lei improvvisamente non si sente bene. Comincia a isolarsi, a stare da sola a casa, leggendo un libro vicino alla finestra e disertando tutti gli eventi mondani. Le parole della madre di Mary suonano vere per il lettore moderno: “Non è una malattia semplice”. E dà la colpa esattamente a Pechorin: “Sono convinta che tu ne sia la causa”.

Chiunque entra in contatto con lui viene infettato

La metafora della malattia è ovunque nel testo. La vecchia amante di Pechorin, Vera, ha una tubercolosi in fase avanzata. Dovrebbe starsene isolata, ma incontra Pechorin in segreto perché non riescono a fare a meno del sesso. Dopo questi rapporti, la sua salute si deteriora rapidamente. In un irrequieto tentativo di addio, Pechorin stringe il suo cavallo così forte che anche questo povero animale cade e muore!

Solo il suo amico più caro, un medico di nome Werner, sopravvive alle interazioni prolungate con lui. Sembra riconoscere quanto sia diventato pericoloso Pechorin e saggiamente si rifiuta persino di dargli la mano quando si separano per sempre.

È possibile che Pechorin percepisca, troppo tardi, di essere contagioso. Dopo ulteriori disavventure e avendo lasciato la sua amante Bela ferita, “delirante”, “febbrile” e infine morta, Pechorin sembra subire un crollo mentale totale. Si ritira completamente dalla società e si isola. In quella che Christopher Hitchens ha trovato “la scena più tragica del romanzo”, mantiene persino le distanze dal suo vecchio amico Maksim Maksimich. Questo è spesso visto come un esempio della insensibilità di Pechorin, ma forse diventa un momento più tragico se visto come Pechorin che cerca di proteggere il suo amico, e di non essere la causa di ulteriori danni nel mondo.

Lo stesso Lermontov era affetto da problemi di salute da bambino e quindi particolarmente sensibile al tema delle malattie. Forse questo gli ha fatto infondere nel suo eroe Pechorin così tante caratteristiche di una malattia pericolosa. In ogni caso, ora possiamo riconoscere pienamente ciò che Lermontov ha scritto nella prefazione del romanzo: “Sarà allora così, che la malattia è stata individuata, ma come curarla lo sa soltanto Dio”. Le circostanze uniche del nostro tempo, mentre aspettando una cura o un vaccino siamo costretti ad allontanarci dalla società, ci offrono l’opportunità di rivisitare questo romanzo inesauribilmente ricco di spunti.


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