Erofeev, il poeta triste che cantò l’estasi alcolica

Boris Kavashkin/TASS
Il suo romanzo ferroviario “Mosca-Petushki” è stato uno dei libri più letti durante il tramonto del periodo sovietico. In occasione dell’ottantesimo anniversario della nascita dello scrittore, ripercorriamo la vita artistica di un uomo che incarnò le inquietudini dell’ultima generazione sovietica

Anche se la sua produzione letteraria è stata piuttosto limitata, lo scrittore Venedikt Erofeev ha avvicinato i russi a un’onesta e profonda riflessione sulle proprie vite. La vita, lui, l’ha conosciuta attraverso gli occhi di un operaio sovietico, quale egli era. Ha lavorato infatti come magazziniere, custode, operaio edile ed elettricista. Lavori umili, caratterizzati dalla costante presenza dell’alcol. Ed Erofeev, quando era ora di bere, di certo non si tirava indietro.

“Moriremo per davvero”

Ma cosa ha spinto Erofeev nella morsa dell’alcol? Si è diplomato a scuola con il massimo dei voti, una condizione che gli ha permesso di entrare all’università di Mosca senza sostenere esami di ammissione. Lì però si è scontrato con l’oppressione intellettuale e l’onnipresente ideologia del Partito Comunista. E ben presto è stato espulso dalla facoltà. Cercò di immatricolarsi in un’altra università, ma il suo percorso di studi durò solo un anno. Alla fine, venne accolto dall’Istituto pedagogico di Vladimir, dove fece molto parlare di sé per quel suo radicato vizio per l’alcol, divenuto leggendario tra gli studenti.
Una sua amica, la poetessa Olga Sedakova, disse: “Il suo modo di bere aveva una forte simbologia. E fu seguito anche da molti suoi amici e ammiratori. Era solito dire: Moriremo per davvero”.

Dopo essere stato espulso anche dall’Istituto pedagogico di Vladimir per aver letto la Bibbia ai suoi compagni e aver scritto poesie considerate “antisovietiche”, le sue opere, etichettate come “ribelli”, iniziarono a essere tenute sotto controllo dal KGB. Conosceva il latino e adorava la musica e la letteratura classica. Ed era solito condividere le sue conoscenze con amici, colleghi, conoscenti, che andarono pian piano formando un piccolo cerchio letterario attorno a lui. Con il KGB alle calcagna, Erofeev cercò consolazione nel bere per sfuggire alla prigione.
Quando il suo amico Vladimir Muravyev fu interrogato dagli agenti del KGB su ciò che stava combinando Erofeev, egli rispose: “Beve tutto il giorno, esattamente come fa sempre”. Dopodiché i servizi segreti archiviarono il suo caso.

Erofeev come Goethe

Il libro “Mosca-Petushki”, tradotto in italiano anche come “Mosca sulla vodka”, ottenne grande popolarità negli anni Settanta come samizdat. Dopo la sua pubblicazione ufficiale, alla fine degli anni Ottanta, il successo fu crescente. In questo romanzo che segue le avventure di un ragazzo che si ubriaca a bordo di un treno si sono riconosciuti molti cittadini sovietici. Così come fece notare l’autore, nessuno capiva la vera tragedia che si celava dietro al libro.

Secondo alcuni, Erofeev sarebbe stato responsabile di aver spinto molte persone verso i pericolosi fumi dell’alcol. E Olga Sedakova sostiene che, così come “I dolori del giovane Werther” di Goethe causarono un’epidemia di suicidi alla fine del XVIII secolo, allo stesso modo il libro di Erofeev spinse molte persone verso la strada dell’alcolismo.
“Quei giovani che hanno letto il libro in maniera superficiale, probabilmente ne hanno tratto la conclusione più semplice: ovvero che la via più facile è bere e mandare a quel paese la società”.
Forse l’attitudine da “fin de siècle” adottata da Erofeev alla fine del periodo sovietico era del tutto inutile a una nuova vita, una vita che lo stesso Venedikt detestava e con la quale non voleva avere nulla a che fare.

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