Cosa significa quando i russi si chiamano con nomi di animali?

Alcuni sono vezzeggiativi da usare con la persona amata, altri offese mortali che potrebbero farvi rimediare un pugno in faccia. Il senso figurato è spesso molto diverso da quello in italiano, quindi fate attenzione

*Attenzione! All'interno di questo articolo ci sono parole che potrebbero urtare la vostra sensibilità

Vacca e toro

Chiamare una ragazza “vacca” (“korova”) è un grande insulto: significa che è “goffa” e “grassa”, “corpulenta”. In quest’ultima accezione, gli italiani userebbero “balena”. Non ha invece la sfumatura offensiva di “donnaccia” o “prostituta” dell’italiano “vacca”. Anche chiamare un uomo “toro” (“byk”) potrebbe essere un insulto, perché, negli anni Novanta, teppisti e gangster che si davano al racket venivano chiamati “tori”, per il loro aspetto brutale. Si può invece dire “è sano come un toro”, e non sarà un insulto. Indica grande salute e buona forma fisica, e vale l’italiano “è sano come un pesce”.

Cane e cagna

Nella tradizione russo ortodossa, il cane era considerato un animale impuro, come del resto in altre parti del mondo. Ora, “cane” (“sobaka”) funge da interiezione ingiuriosa, quando si vuole esprimere un forte fastidio. Potrebbe essere reso con “Ma porco cane!”, in italiano. Chiamare qualcuno “cane” è offensivo, e ha sfumature traducibili, a seconda del contesto e del tono, con “mascalzone”, “canaglia”, “stronzetto“. "Il mio gatto ha rovesciato di nuovo i vasi di fiori, cane!”. Il femminile “cagna” (“suka”) è invece offensivo al massimo grado per le donne. Non può essere usata come l’italiano “cagna” per esprimere il concetto di “un’attrice o cantante poco dotata”. Significa “canaglia”, “carogna”, “donnaccia”, “sgualdrina”.

Caprone e capra

State attenti con il termine “caprone” (“kozjol”), quando parlate con i russi. Nel XX secolo, la lingua comune assorbì molte parole dal gergo criminale, perché gran parte della popolazione ebbe occasione, ai tempi di Stalin, di finire in prigione. Nel gergo carcerario sviluppatosi ai tempi dell’Urss, un “caprone” è un carcerato che informa l'amministrazione penitenziaria, un delatore, un collaborazionista, e questo è un insulto mortale, da lavare con il sangue. Potreste ancora oggi ricevere un pugno in faccia chiamando “caprone” l’uomo sbagliato.“Kozjol”, fuori da questa accezione particolare, è comunque offensivo. Traduce “vigliacco” o “stronzo”, a seconda del contesto e del tono. Non ha invece il senso di “persona dallo scarso comprendonio” che ha “caprone” in italiano.

Chiamare una donna con l’equivalente femminile, “capra” (“kozà”) è un po’ meno offensivo; significa che la ragazza è “troppo vivace” e in definitiva un po’ troppo “birichina”. Non ha il senso dell’italiano “capra” come “ignorante”, o “persona ostinatamente chiusa nella propria ignoranza”. 

Gallo e gallina

Sempre nel gergo carcerario, la parola “gallo” o “galletto” (“petuch”) definisce un omosessuale, ed è un insulto mortale, così grave che è ormai quasi estinto nel russo contemporaneo. Usarlo porterà sicuramente a risse da saloon. Attenti quindi a maccheroniche traduzioni di “fare il gallo”, che in italiano allude alla vigoria sessuale e al darsi arie di grande conquistatore di donne, ma in russo assolutamente no. Anche “gallina” (”kuritsa”), riferito a una ragazza è un termine dispregiativo, più duro di “kozà” (capra) e significa che la persona in questione è “stupida” e “goffa”.

Gattini e leprotti

Basta con il carcere, passiamo a discorsi più dolci. Le due parole più usate come vezzeggiativo tra chi si ama sono “gattino/a” (“kotik”) e “zaichik” (“leprotto/a”). Il genere non ha importanza. A volte, queste parole diventano un sostituto totale del nome di una persona, anche nella rubrica del telefono…

Asino e pecorone

Sia la parola “asino” (“osjol”) che “pecorone” (“baran”) sono ugualmente dure per indicare uno “stupido cocciuto”. “Asino” non si usa per uno scolaro poco profittevole, a differenza dell’italiano. Chiamare una ragazza “pecora” (“ovtsà”) è ancora più offensivo e significa che è stupida e cattiva.

Cervo

Il “cervo” (“olen”) è un tipo distratto e poco vispo, ed è usato dalle ragazze che si riferiscono ai loro fidanzati non molto brillanti e un po’ duri di comprendonio. Molto lontano dall’uso italiano, che nei proverbi e in poesia riconosce al cervo o la velocità e l’agilità nella corsa o la timidezza.

Cavallo

Quando in russo si paragona qualcuno a un cavallo (“loshad”), uomo o donna che sia, si vuole indicare che lavora molto o troppo. “Lavorare come un cavallo” vale l’italiano “lavorare come un mulo”. Potete anche dire che qualcuno “beve come un cavallo”, significa che “beve come una spugna”.

Oca

Alludendo al comportamento egoistico e talvolta aggressivo delle oche, in russo si chiama qualcuno “oca”(“gus”) se si vuole sottolineare il suo essere astuto e attento solo al proprio tornaconto. “Non fidarti troppo di lui, è un’oca”. Significa che è un “furbacchione”, un “lestofante”, un “dritto”. Inoltre si dice “gusej draznit” (“eccitare le oche”) per esprimere l’italiano “Non svegliare il can che dorme” e “Kak c gusja vodà” (“come l’acqua per l’oca”) per indicare uno “che cade sempre in piedi”. Non si può usare “gus” come l’italiano “oca” per indicare una ragazza stupida.

Aquila e falco

Durante il periodo in cui la caccia era il passatempo preferito dello zar e della nobiltà russa, un uomo coraggioso o bello era paragonato a un’aquila o a un falco. Parole che portano con sé anche sfumature di “intelligenza acuta” (come in italiano) e ben riposto orgoglio.

Orso e orsetto

In russo “sei come un orso” (“medved”) non significa “scontroso” o “poco socievole” come in italiano, bensì “maldestro”, “goffo”, “indelicato”.

Per quanto riguarda “orsetto” (“mishka”), termine che è diventato di recente molto popolare, non va confuso con il diminutivo di Mikhail (“Mishka”) e può essere usato come vezzeggiativo da parte delle ragazze nei confronti del loro uomo, ma non al contrario!

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