Da Tiziano a Raffaello, i capolavori dell’Hermitage venduti dai bolscevichi

Cultura
OLEG KRASNOV
Alcune grandi opere d’arte custodite nei principali musei russi finirono all’estero nel tentativo di risanare le casse dello Stato sovietico

Nel bel mezzo di una crisi internazionale e dopo la guerra civile, il giovane Stato sovietico si ritrovò ad aver urgente bisogno di denaro. Fu così che nella seconda metà degli anni Venti iniziò a vendere i tesori di alcuni suoi musei. Opere maestre conservate nel Cremlino, nell’Hermitage e nella Galleria Tretyakov vennero così cedute a miliardari europei e americani.

“C’era gente di ogni tipo. E Armand Hammer era una figura diabolica. Si dice che faceva paura ritrovarsi da soli con lui in una stanza. Era lui che organizzava le vendite delle antichità russe. Per questo lavoro il governo sovietico gli dava una commissione del 10%”, racconta la ricercatrice Natalia Semyonova, autrice del libro “I tesori della Russia venduti”. “Fu lui infatti a organizzare, tra le varie cose, anche la vendita dei tesori dei Romanov”.

Corone reali, diamanti, icone e altri simboli religiosi, quadri storici e sculture. Furono questi gli oggetti più venduti al segretario del Tesoro degli Stati Uniti, Andrew Mellon, e al magnate del petrolio Calouste Gulbenkian, oltre che ad alcuni ambasciatori Usa.

Buona parte di queste rarità divennero motivo di orgoglio per i musei internazionali, come il Metropolitan di New York o il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona.

In questo pezzo vi presentiamo alcune delle opere più celebri.

Bolin. Corona di nozze imperiale, 1890

Si tratta di una delle corone più modeste vendute dai bolscevichi, utilizzata dall’ultima imperatrice russa, Aleksandra Fyodorovna, durante le sue nozze, nel 1894. Nel 1926 il Gokharn (il Deposito statale di pietre preziose e metalli) la vendette a Norman Weis, il quale 40 anni dopo la cedette a Marjorie Post attraverso la famosa casa d’aste Sotheby’s. Attualmente questa corona fa parte della Collezione Hillwood a Washington. 

Fabergé. Uovo di Pasqua dell’Incoronazione Imperiale, 1897

Lo zar Nicola II regalò alla sua sposa Aleksandra Fiodorovna questo gioiello in platino, diamanti e rubini e dotato di una piccola carrozza al suo interno. L’Armeria del Cremlino lo vendette nel 1927 alla Galleria Wartski di Londra e, nel 1970, entrò a far parte della collezione Malcolm Forbes. Attualmente è esposto nel Museo Fabergé di San Pietroburgo come parte della collezione dell’oligarca russo Viktor Vekselberg. 

Peter Paul Rubens. Ritratto di Helena Fourment. 1630-1632

L’Hermitage comprò questo quadro durante il regno di Caterina II e nel 1929 lo vendette a Calouste Gulbenkian. Oggi è esposto nel Museo Gulbenkian di Lisbona. 

Raffaello. Madonna Alba. 1510

Era la più grande opera del genio rinascimentale custodita nell’Hermitage. Nel 1931 venne venduta ad Andrew Mellon per un prezzo record di 1,2 milioni di dollari. Attualmente si trova nella Galleria Nazionale di Arte di Washington. 

Tiziano. Venere con Specchio. 1555 circa

Dal 1850 era la principale opera maestra di Tiziano posseduta dall’Hermitage. Anch’essa venne venduta ad Andrew Mellon nel 1931 e finì a far parte della Galleria Nazionale di Arte di Washington. 

Jan Van Eyck. Due pannelli del Trittico della Crocifissione e del Giudizio finale. 1430 circa

Questi due pannelli, giunti in Russia attraverso l’ambasciatore in Spagna, Dmitrij Tatishchev, fanno parte di un trittico che andò perso. Nel 1933 vennero venduti al Museo Metropolitan di New York. Dopo la vendita di quest’opera, il Museo di San Pietroburgo perdette tutti i suoi Van Eyck. 

Nicolas Poussin. La nascita di Venus (Trionfo di Nettuno e Anfitrite). 1638-1640

Uno dei quattro “trionfi” che Poussin dipinse per il leggendario cardinale Richelieu, venne consegnato a Caterina II. Nel 1932 venne venduto alla Fondazione Elkins e attualmente si trova nel Museo di arte di Filadelfia. 

Rembrandt. La negazione di Pietro. 1660 

La vendita di questo quadro al Rijksmuseum di Amsterdam fu una vera e propria tragedia per l’Hermitage. L’allora direttore Boris Legran scrisse: “...è l’unico lavoro nostro dove Rembrandt utilizza l’effetto dell’illuminazione artificiale”.

Vincent Van Gogh. Café di notte. 1888

Si tratta di uno dei pochi quadri impressionisti e modernisti che i musei russi perdettero in quell’epoca. Nel 1933 il Museo della Nuova arte occidentale di Mosca (oggi Museo Pushkin) lo vendette a Stephen Clark, che lo passò alla Galleria di Arte dell’Università di Yale.