“Vorrei vivere e morire a Parigi”: i viaggi di Mayakovskij all’estero

Abram Shterenberg
Spinto dal desiderio di conoscere l’arte europea, il cantore della rivoluzione trascorse lunghi periodi in Europa, prima di volare negli Stati Uniti. Nel giorno dell’anniversario della sua nascita, ripercorriamo quei viaggi che segnarono la produzione letteraria del genio russo

Vladimir Mayakovskij è stato uno dei più grandi poeti russi della prima metà del Novecento, cantore della rivoluzione e interprete del nuovo corso intrapreso dalla cultura russa post-rivoluzionaria. Le sue poesie, dalle quali trasuda il suo spirito ribelle e non convenzionale, sono ancora oggi molto popolari. Ha inventato parole nuove, piazzandole in maniera insusuale nelle frasi, e le linee dei suoi poemi formano tavolta giochi visivi dal tono strettamente simbolico.

Ma il lato non convenzionale di Mayakovskij non riguarda solo la poesia, bensì si riflette anche sulla sfera privata della sua vita: nel 1918 iniziò un ménage à trois con la sua amante Lilya Brik e suo marito Osip Brik, senza rinunciare però a relazioni con altre donne.

Innamorato dei viaggi, Mayakovskij uscì nove volte dall’Unione Sovietica, e durante le sue permanenze all’estero tenne lezioni, recitò poesie, organizzò incontri e master class insieme ad altri rappresentanti del mondo culturale dell’epoca. Da ogni viaggio tornò con valigie piene di libri, riviste e copie di ritratti che distribuì tra i suoi migliori amici, desideroso di condividere con loro le nuove idee artistiche mondiali. Parte dei suoi viaggi, narrati anche all’interno delle sue poesie, vennero riassunti nella sua celebre frase: “Vorrei vivere e morire a Parigi, se non esistesse una terra come ‏Mosca”.

I suoi lavori sono stati poi tradotti in inglese, tedesco, italiano, ceco, francese, giapponese, cinese. 

L’esperienza parigina

Negli anni Venti del Novecento, spinto dal desiderio di conoscere l’arte contemporanea europea, Mayakovskij realizzò diversi viaggi all’estero. La sua prima apparizione pubblica davanti a una platea straniera avvenne il 20 ottobre 1922 in occasione di un incontro a Berlino al caffè Leon. Un viaggio, quello in Germania, che gli permise di conoscere svariati intellettuali tedeschi, tra cui il pittore George Grosz. 

Mayakovskij rimase comunque molto impressionato da Parigi, e al ritorno da quel viaggio scrisse un’intera collezione di poesie ispirate proprio alla capitale francese. 

A Parigi visitò gli studi di Pablo Picasso e di Fernand Léger, incontrò Jean Cocteau e partecipò al funerale di Marcel Proust.

Di ritorno a Berlino, nel 1924, Mayakovskij fece richiesta di un visto per gli Stati Uniti, così come racconta Aleksandr Mikhaylov nella biografia dedicata al genio russo.

Un moscovita a New York

Mayakovskij riuscì a coronare il suo sogno di visitare gli Stati Uniti nel 1925. Prima però passò per Cuba e per il Messico, dove rimase incantato dai paesaggi locali e incontrò l’artista modernista Diego Rivera. 

Mayakovskij trascorse tre mesi negli Stati Uniti visitando New York, Chicago, Detroit, Philadelphia, Pittsburg e Cleveland, dove tenne conferenze e recitò poesie per gli operai e gli esponenti del mondo artistico. Rimase profondamente affascinato dai progressi tecnologici dell’America del nord. “Se c’è una cosa che impressiona più del paesaggio tortuoso del Messico – scrisse nei suoi appunti -, questa è New York, che, spuntando dall’Oceano, impressiona per le sue elaborate costruzioni e la tecnologia”.

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